Con maggiore ampiezza risponde il Grillenzoni ai 3 luglio, narrando come, dodici anni fa, capitato a Modena un crotoniate che sapeva di greco, egli, il Castelvetro, il Falloppio ed altri sel presero a maestro. Il vulgo diede a quest'unione il nome d'accademia, e i maligni aggiungevano che interpretassero le sacre scritture. Venuto poi Francesco Da Porto, meglio procedettero nello studio del greco; e ne crebbero le dicerie, quasi costui fosse non cristiano, ma turco, e i Domenicani, «li quali non vorriano che nelle cittadi fossero altre lettere che le sue, dieder alla lor compagnia il titolo di luterana, e viepiù dacchè la città stessa stipendiò il Da Porto, del quale possono rendere giustizia quanti il conoscono, e gentiluomini bolognesi e reggiani che l'ebber in casa, e il Moroni vescovo e i monaci di San Pietro coi quali sempre ha conversato. Ma che dirò io di me (soggiunge), il quale mai non vidi nè Testamento vecchio nè nuovo, nè mai autore alcuno della scrittura sacra; nè mai fu nel mio studio autore alcuno ecclesiastico, e tanto tempo non ho, che pure una minima particella ne possa levare alla cura degl'infermi, per poter vedere alcuna volta qualche cosa di Platone, il quale più desidero di vedere, che d'esser in buona opinione di quelli che di me hanno scritto male? Niente di meno sono tenuto ch'io abbia opinioni non degne di vero cristiano; ma penso che questo proceda perchè la mia natura è di non poter tacere le cose malfatte che io vedo nella nostra città, nè di celare li malfattori, tra li quali mi spiacciono massimamente gli oziosi, gli ignoranti e gli ipocriti, delli quali, se non fosse che io non voglio contaminare le santissime orecchie di v. s. reverendissima, direi tali cose in generale e in particolare, che quella facilmente vedrebbe che meglio starebbono le calunnie agli accusatori che all'accusato». E prosegue narrando com'egli impedì fosse abbruciata per strega una povera vecchia ignorante, che in processo si contraddiceva, e non era relapsa, e domandava misericordia a Dio con man giunte, e che pure fu sentenziata a morte, finchè il vicario non volle riveder la causa e la liberò. «I Domenicani son quelli che non vogliono sentire predicatori se non predicano di cose alte e filosofiche, e che continuamente disputino sul pulpito; e se alcuno ne viene che esponga l'evangelio, ancorchè a noi pochissimi ne vengano, quelli niente sanno appresso di loro. Già son due anni predicò il grande frate Bernardino[141]: non si vergognano di dire che più non predicava bene come soleva: alcuni dicevano che troppo predicava di Cristo, e che mai non aveva nominato san Geminiano, nè fatto disputa alcuna». Il vicario, se li sospettava di errori, doveva chiamarli, sentirli, correggerli; anzichè denunziarli al Morone e a Roma. E fu colpa del vicario se si lesse quel tal libretto; dopo del quale non si è mai parlato in Modena di simili materie. Se vi siano undici o dodici plebei che dicano qualche pazzia, che colpa è dei buoni? Che dipendenza hanno costoro da noi, che per essi debbano esser infamati gli altri? E finisce anch'esso ringraziando il cardinale della paterna premura con che gli ammonisce e protegge[142].
Il papa esortò il duca di Ferrara, allora signor di Modena, a frenare la licenza di quegli accademici; e or l'uno or l'altro chiamò a Roma per giustificarsi.
Era allora vescovo di Modena Giovanni Morone, nato a Milano il 25 gennajo 1509 da Amabella Fisiraga e da quel famoso cancelliere Girolamo, ch'era stato colonna degli ultimi Sforza signori di Milano, e personificazione della politica del Machiavello.
Educato in casa, poi dottorato a Padova, Giovanni era stato dal padre consegnato a papa Clemente VII per ottenerne denari onde riscattarsi dalla prigione ov'era tenuto come traditore; poi dato ostaggio al duca di Ferrara per averne altri onde mantener l'esercito di Francia. Giovanissimo, era senatore di Milano «ch'è il primo magistrato in quello Stato e con grossa provisione», prima che Paolo III lo chiamasse al vescovado di Modena, promessogli già prima[143]: ed egli avrebbe preferito continuar quella carriera, poichè «più era quello che lasciavo e di grado nella patria mia e il comodo ed utile che potevo sperare della presenza mia in quella, oltre l'amor della patria e della madre e degli altri miei parenti»[144]. Nel 1530 fu mandato residente nunzio apostolico a Ferdinando re de' Romani, onde persuaderlo al Concilio, alla riforma, alla guerra col Turco, oggetti costanti delle missioni d'allora[145]; e il papa, non parendone abbastanza soddisfatto, forse per la sua mitezza[146], lo chiamò a rendergli conto: ma uditene le ragioni, mentre «credeva far residenza alla sua Chiesa e vedere potea con carità disfamar quella città del mal nome qual ha pigliato non solo in Italia, ma ancor di fuori di queste novità delle opinioni moderne», fu mandato alla Dieta di Spira (1541) e a quella di Ratisbona, nella quale, stabilitosi l'interim, restò divelta ogni speranza di riunir le due Chiese[147].
Quando nel 1542 tornò di Germania alla sua Chiesa, sbigottì dell'estensione del male, e scriveva al cardinale Contarini a Bologna: «Qui ho trovate cose che infinitamente mi accorano e non mi danno riposo, conoscendo li pericoli ed essendo incerto e non sapendo come estricarmi a salute di questo gregge, qual vorria col mio sangue poter consegnare a Cristo, ed anche disinfamare a questo mondo, perchè ardo di vergogna sentendo per ogni loco ove sono stato, e da ogni parte essendo avvisato che questa città è luterana. Non si può negare che nelli frati regna grande ignoranza, congiunta con molta audacia e con poca carità: nondimeno vi son molti indizj che vado verificando per far poi la provvisione qual Dio m'ispirerà».
A tal uopo voleva interrogare i sentimenti de' Modenesi circa il purgatorio, il sacrifizio della messa, la verità del corpo e sangue di Cristo nel sacramento, l'adorazione di esso, la confessione auriculare, l'autorità della Chiesa in far costituzioni; l'intercessione e invocazione dei santi; e così circa la gloria de' beati, i quali dicono non esser ancora con Cristo. Trovandoli consenzienti colla Chiesa cattolica, leverebbe d'infamia loro e sè dal cruccio; altrimenti, con carità procurerebbe convertirli. Pertanto il Contarini s'indusse a stendere una confessione generale o catechismo, destinato a tutti i Cristiani; e gli suggeriva che, pubblicatolo a Modena, il facesse destramente accettare a tutta la terra, cercando lo firmassero i cittadini, imitando san Girolamo che il vescovo gerosolimitano sospetto d'arianesimo volea producesse la confessione sua.
Il Morone inviò quel formolario al cardinale Cortese, allora in San Benedetto di Mantova: e questi gli rispondeva, approvando le proposizioni come «cattoliche, vere e pie, scritte con gravità e dottrina grande, che non lasciavano indiscusso alcuno de' punti che al presente vengono in controversia»; suggeriva qualche espressione più chiara intorno alla necessità delle opere, alla transustanziazione del pane e del vino, e alla Grazia e al libero arbitrio: desiderava che il Morone stesso pel primo le firmasse, onde tòrre ogni scusa a quelli ch'e' ne richiedesse, e lo facesse segnar anche da persone non sospette, affinchè queste paressero piuttosto dar testimonio della verità che attestazione della propria fede[148]. Ma se ne sgomentarono gli accademici; Francesco da Porto addusse che suo padre in Candia era malato, e se n'andò; il medico Machella passò a Venezia; Filippo Valentini si gettò malato; il canonico Bonifacio Valentini dichiarava voler vendere tutti i suoi libri, nè più badare alle sacre scritture, «dacchè gli uomini da bene non possono più studiare». E tutti mostravansi renitenti a sottoscriver il formolario, volendo aspettare quel che il Concilio deciderebbe; onde il Morone, che pur avea suggerito questo spediente, allora scrisse al papa per sospendere tal firma, onde non dar motivo al mondo di credere che tutti gli accademici fossero eretici, e non eccitare qui da piccola favilla un grande incendio, com'era avvenuto in Germania per le asprezze del cardinal Cajetano.
Tale mitezza fe cadere in sospetto il Morone medesimo, e il papa deputava sei cardinali sopra di ciò, un de' quali venisse a Modena a far ricerca degli eretici. Il Morone, che era stato ornato della porpora, e mandato col Parisio e col Polo ad aprire il Concilio di Trento, poi legato all'imperator Carlo V, e che di ritorno era succeduto al Contarini nella legazione di Bologna[149], mutando il vescovato di Modena in quel di Novara, rimase disgustato da siffatto procedere, e si limitò ad adoprarsi col Sadoleto e col cardinale Cortese per ottenere la firma de' sospetti, che intanto erano molto cresciuti di numero. Ricusato un pezzo, alfine sottoscrissero il conte Giovanni Castelvetro, Lodovico Castelvetro, il cavaliere Lodovico del Forno, Giovan Battista Tassone, Girolamo Marzuoli, Angelino Zocchi, Bartolomeo Fontana, Antonio Grillenzone, Pietro Baranzone, Bernardo Marescotti accademici; Giannicolò Fiordibello, Gaspare Rangone, tre Bellincini, Alfonso Sadoleto, Giovanni Poliziano, Elia Carandino, Filippo Valentino, Bartolomeo Grillenzoni, Pellegrino Degli Erri, il Falloppio; oltre i cardinali Sadoleto, Morone, Cortese, il nuovo vescovo Egidio Foscarari, il vicario suo, l'arciprete, il prevosto, tre canonici, i conservatori della città[150].
Il rimedio non fu che palliativo; l'opposizione ai predicatori durò, e quando v'andava frà Bartolomeo della Pergola minor conventuale, «che predicava soltanto il vangelo senza mai nominar santi, nè sante, nè dottori di Chiesa, nè dicea di quaresima, nè di digiuno, e molte altre cose che vanno a gusto de li accademici», accorreano questi a udirlo, persuadendosi si potesse «andar in paradiso in calze solate, perchè Cristo ha pagato per noi». Il cardinale Morone ne fu inteso sol dopo ch'era partito, e ottenne ritrattasse quarantasei proposizioni, e quegli il fece in modo da non mostrar pentimento; mentre in suo favore fu stesa un'attestazione con molte soscrizioni.
Filippo Valentini era figlio di un valoroso giureconsulto; e da giovane (a detta del Castelvetro) prometteva riuscire a molto più che non attenesse poi. Vivo ai piaceri e in conseguenza facile ai disinganni e agli scoraggiamenti, risolse farsi monaco, poi ne depose il pensiero; ambiva divenire vicario del vescovo Morone, o arciprete di Modena; e sempre deluso nell'aspettativa, invece degli Ordini prese moglie: a Padova legò amicizia col Bembo e col Gheri vescovo di Fano, poi nel 1536 fu preso in qualità d'auditore dal cardinale Contarini a Bologna, che l'adoperava principalmente per informarsi della storia ecclesiastica.