Noverammo tra gli accademici Pellegrino degli Erri, versato nel greco e nell'ebraico, e che tradusse i salmi di David (Ziletti, 1573). Narrasi che un giorno, nella consueta spezieria, gli venisse offerto un bel fico, ed egli, postolo in bocca, sel trovò pieno di aloe. La burla l'indispettì contro i colleghi, e condottosi a Roma, prese servigio presso il cardinale Cortese, ed accusò a Paolo III il Valentini come uno de' più operosi propagatori dell'eresia. Il papa scrisse ad Ercole duca di Ferrara, in breve del 28 maggio 1545: Relatum est nobis quod in civitate Mutinæ hæresis lutherana increbuit, et quotidie magis increbrescit et diffunditur: quodque hujus mali author et caput fuit et est iniquitatis filius Philippus Valentini: lo richiede che il faccia prendere, e visitarne i libri e le lettere; sperando che, preso lui, facilmente si freneranno i suoi complici, e si potrà riparare a questo male.

Il duca credette dover secondare quelle istanze, e lasciò che Pellegrino, venuto col titolo di commissario apostolico, andasse col capitano di giustizia per arrestare il Valentino; ma questi si cansò, e condottosi a Ferrara, portò querela di calunnia; e offerta sicurtà di mille scudi, chiese di giustificarsi. La città di Modena volle dargli una testimonianza coll'eleggerlo dei conservatori: ma l'Erri, a cui erano stati consegnati i libri di esso, li recò a Roma, ove il papa chiese fosse tradotto il Valentini. Questi si tenne appiattato, e fece in modo che il vescovo principe Madruzzi lo nominasse podestà di Trento; donde rimpatriato, fu eletto sindaco generale di Modena il 1551. Quando scoppiò la nuova persecuzione contro il Castelvetro ve lo vedremo involto.

Il duca pubblicò un editto ove proibiva i libri ereticali o sospetti, e il disputare in pubblico o in privato di materie concernenti religione; pena cento scudi la prima volta, o quattro tratti di corda; la seconda, duemila scudi o il bando dallo Stato; la terza, confisca dei beni e anche morte. Il duca aveva aria di volerle far osservare: laonde l'accademia si disperse.

Lodovico Castelvetro durò senza molestie in patria, fu anche dei conservatori della città, finchè nel 1553 cominciò una turpe capiglia con Annibal Caro, rimasta famosa anche dopo che di maggiori infamie si bruttò l'odierna letteratura. Aveva il Caro, come addetto alla famiglia Farnese, pubblicato una canzone in lode de' Reali di Francia, dove invitava le Muse a venir all'ombra de' gran gigli d'oro; e per uscire dal monocordo petrarchesco, avventurossi all'immaginoso e al ricercato; scambiando la gonfiezza per sublimità, l'allambiccatura per finezza. Ciò ch'esce dall'ordinario lusinga facilmente i palati meno squisiti; inoltre i devoti di casa Farnese e i molti amici del Caro non rifinivano di esaltare quel carme; ma altrimenti ne parve al Castelvetro, che ne scrisse una censura, e lasciolla circolare. Il Caro se ne tenne adontato viepiù, quanto meno avvezzo; e parte egli stesso, parte gli amici, parte egli sotto il nome di amici, gli fece risposte, che ne provocarono altre, e tutto il regno delle lettere n'andò in fiamma. Il duca di Ferrara, cardinali, persone di gran conto, dame gentili s'interposero di pace, ma invano; uno all'altro i due emuli apponevano misfatti della peggior sorte, fin d'assassinj; e viepiù facilmente si corse all'accusa, allora ovvia, d'eresia. Che Annibal Caro denunziasse il Castelvetro al Sant'Uffizio, non n'era gran bisogno dopo i precedenti narrati; certo esso Caro prorompeva: «Credo che all'ultimo sarò sforzato a finirla per ogni altra via, e vengane ciò che vuole»; e per iscritto tacciò l'emulo suo di «filosofastro, empio, nemico di Dio, che non crede di là dalla morte»; e conchiudeva: «Agli inquisitori, al bargello e al grandissimo diavolo vi raccomando»[151].

Fatto sta che, verso il 1555, quando lo zelo del cardinal Ghislieri rendeva severissima l'Inquisizione, si cominciò a indagare sul Castelvetro e sui Valentini, ma da parte di Roma, senza che nulla ne sapessero il Foscarari, allora vescovo di Modena, nè l'inquisitore locale: e al 1 ottobre Paolo IV scriveva al duca di Ferrara: Testimoniis multorum, qui dignissimi sunt ut omnem eis fides adhibeatur, nobis certius in dies affirmatur esse aliquot Mutinæ, qui hæreticis opinionibus ac pravitate adeo jam infecti sunt, ut, nisi præsentia remedia adhibeantur, maxime timendum sit ne brevi totam corrumpant civitatem. Pertanto lo esorta nel Signore, e in virtù della santa obbedienza e in nome di Dio, a far subito e in silenzio arrestare e tradur a Bologna Bonifazio Valentino prevosto del duomo[152], Filippo Valentino, Lodovico Castelvetro, il librajo Gadaldino. La cosa trapelò, e la città ne fu commossa; i conservatori protestarono contro quell'insolito modo di citare, viepiù trattandosi di persone tenute per virtuose e che aveano firmato il formulario (17 luglio 1556). Il duca esitò, poi fece metter le mani sullo stampatore, pur protestando che, in fatto di religione, nella sua città tutto passava in regola, e che il processo dovrebbe erigersi in Modena. Ma Roma insistendo, il duca andò più oltre: il Valentino fu mandato a Roma, ove in carcere ritrattossi degli errori imputatigli: il vecchio Gadaldino, accusato di aver venduto libri infetti, fu poi rilasciato, e morì a Modena di novant'anni nel 1568[153].

Il succeduto duca Alfonso proteggeva il Castelvetro e il Valentino, e pare impedisse di pubblicare la scomunica, che contro di essi avea lanciata il vicelegato di Bologna. I due fuggirono, nè del Valentino ci risulta altro. Ma il Castelvetro visse nel Ferrarese fin al 1560, sperando, col favore del duca, ottenere gli si facesse qui il processo; poi si condusse a Roma, con licenza e calda raccomandazione di esso duca, che scriveva al suo ministro: «Messer Lodovico Castelvetro viene a Roma per giustificarsi di alcune imputazioni di eresia. E perchè egli ci è grato suddito e servitore, e, per quel che ci viene riferto, perseguitato ingiustamente da malevoli, ve lo raccomandiamo acciocchè voi l'ajutiate e favoriate perchè non sia straziato e tenuto sulla spesa, nè fatto di peggior condizione degli altri che si sono presentati al sant'Uffizio».

Quivi fu sostenuto non in carcere, ma nel convento di Santa Maria in Portico, con libertà d'aver seco il fratello Giammaria, e di praticare con chi volesse; e ne cominciò l'esame frà Tommaso da Vigevano, cancelliere dell'Inquisizione. I modi erano probabilmente quelli de' subalterni processanti: gli s'incutea spavento se non confessasse quella che voleasi verità; laonde preso da terrore panico, egli fuggì. Il cardinale Farnese al duca Alfonso suo nipote scriveva l'11 dicembre 1559: «Il Castelvetro essendosi costituito a' dì passati per purgare le imputazioni che gli erano date, ed avendo ottenuto per precipuo favore di poter difendere la causa sua fuor di prigione, se ne fuggì da Roma, subito che fu dato principio all'esamine suo. Il che sendo parso a questi reverendissimi segretarj della santa Inquisizione una tacita condannazione di se stesso, hanno proceduto contro di lui con quei termini che sono soliti contro di un convinto».

Pensate se il Caro e gli altri nemici ne profittarono per sollecitare la condanna! La quale era stata pubblicata dalla sacra Congregazione il 26 novembre 1560, dichiarando che, come eretico fuggitivo e impenitente, il Castelvetro incorreva in tutte le pene spirituali e temporali stabilite; chi potesse averlo l'arrestasse e inviasse prigioniero a Roma: ne fosse bruciata l'effigie.

Il Castelvetro ricoverossi a Chiavenna, terra de' Grigioni, e non pare abjurasse alla fede materna; anzi chiese perdono al Concilio di Trento; ma il papa esigeva si presentasse al sant'Uffizio di Roma.

Giammaria Castelvetro non era reo che di aver accompagnato il fratello nella fuga da Roma, poi nell'esiglio; pietà, non colpa: laonde alle sue istanze condiscendendo, fu rimesso in patria[154].