Francesco da Porto, itosene da Modena, ricoverò alcun tempo nel Friuli, indi a Chiavenna, finchè risolse andar all'antica sua protettrice Renata di Francia: ma passando da Ginevra, fu pregato a prendervi stanza e cattedra, con buona provigione. Tornò egli dunque a Chiavenna per levarne la sua famiglia, e persuase il Castelvetro d'andarne con lui, come fece. La Renata, appena seppe esser Lodovico a Ginevra, gli scrisse invitandolo a sè con larghe promesse. Ma egli, vecchio e sofferente d'un penoso scolo d'uretra, non si credette in grado di viaggiare, neppur nella lettiga che la principessa gli offriva; alla quale rimandò il denaro, che per tale occorrenza essa gli inviava con nuove istanze. Pure si mosse da Ginevra, e, sebbene il Muratori lo neghi, dimorò due anni in Basilea, leggendovi Dante, la Poetica di Aristotele ed altri autori. Sperò poi aria e vitto più conveniente a Lione, e vi si badò due anni, ma ecco scoppiar le guerre civili, causate dai dissensi religiosi; da un'invasione fuggendo, fu côlto dalle truppe, e spogliato d'ogni cosa, fin de' libri e de' manoscritti. Trovò poi a Vienna protezione da Massimiliano II d'Austria, al quale dedicò la sua Poetica, ch'erano appunto le lezioni, raccolte da' suoi scolari. La peste lo cacciò anche di là, onde si rimise a Chiavenna, sotto la protezione di Rodolfo Salis, colonnello dell'imperatore, gran fautore della Riforma fra i Grigioni. Colà morì, e gli fu posto quest'epitafio:

D. O. M.
Memoriæ
Lvdovici Castelvitrei mvtinen
sis viri scientiæ jvdicii mo
rvm ac vitæ incomparabilis
qvi dvm patriam ob improbo
rvm hominvm sævitiam fvgit
post decennalem peregrin
ationem tandem hic in libero
solo liber moriens libere qvie
scitanno ætatis svæ LXVI salvtis
vero nostræ MDLXXI feb. XX.

Quel monumento fu fatto risarcire nel 1791 da Federico Salis, aggiungendovi un busto del Castelvetro, e collocandolo nel giardino suo, dove, mutati padroni, lo vediamo tuttora[155].

In questi processi non compare mai Pietro Lauro modenese, che tradusse i Colloqui di Erasmo, e li pubblicò a Venezia il 1549, dedicati «alla illustrissima e virtuosissima principessa M. Renata di Francia, duchessa di Ferrara».

Parrebbe a credere che le severità usate estirpassero l'eresia, tanto diffusa in Modena[156]. Ma nel 1825, a Verdeda in quella campagna, smurandosi un uscio in un casino del conte Prina ch'era stato dei Castelvetro, fu trovato pieno di libri e di carte. Non credendole di verun pregio, le carte furono disperse, nè il padrone potè raccorne che alcune, le quali consegnò all'arciprete del Finale; e questi, conosciutele ereticali, le bruciò. I libri furono venduti alla biblioteca di Modena, che allora per la prima volta accolse la Bibbia tradotta da Lutero[157]. Alcuni portano postille di man del Castelvetro. In uno era inserto manoscritto il Tre per uno di G. M. Barbieri, che fu poi pubblicato dal Valdrighi con una prefazione dove è raccontato questo scoprimento. Qualche stracci di carta, che i curiosi poterono raccogliere, fanno supporre un'opera inedita del Castelvetro di materia religiosa, e il suo carteggio con Lutero, Calvino ed altri eresiarchi. Ciò proverebbe come e il Muratori e il Tiraboschi stessero fuor del vero allorchè, per amore di compatriota, tolsero a purgarlo da ogni imputazione ereticale.

La Dichiarazione del pater noster e modo d'ascoltar la messa, libretto di gran pietà e più volte ristampato, credesi del Castelvetro, il che lo farebbe porre fra quei timorati di cui dicemmo nel XVII discorso. Ma pare avesse tradotto i Luoghi comuni di Melantone[158]. Un Libricciuolo dell'autorità della Chiesa e degli scritti degli antichi, volgarizzato per Reprigone Rheo con l'aggiunta di alquante chiose, si trovò nell'archivio di Castel Sant'Angelo, con nota contemporanea che indica fosse di man propria del Castelvetro, nel che fa appoggio la conformità dello stile.

In sue opere posteriori appajono proposizioni ereticali, o almeno dubbie: ma chi assicura non sieno state interpolate dagli editori dopo la sua morte?

Quanto abbiam narrato rimane viepiù illustrato dal processo che dicemmo essersi mosso al cardinale Morone. Non è fuor dell'ordinario che d'una colpa siano imputati coloro che più se ne mostrano alieni; di calcoli sbagliati un astronomo, di solecismi un letterato, di spia un gran patriota. Inoltre gli accademici avran dato opera (altro fatto consueto) a persuadere che il cardinale Morone la pensasse con loro: la natura sua, che lo rimovea dalle persecuzioni, somigliava a connivenza; talchè uscì voce che poco bene sentisse della fede. Nato un sospetto, mille inezie lo convalidano, creando quella tirannia che dicesi pubblica opinione; pure Giulio III, che lo avea deputato alla dieta d'Augusta nel 1555, si doleva che l'Inquisizione «per malignità e invidia del papato» molestasse il Polo e il Morone, e si faceva informare del processo, e dava del poltrone agli accusatori, e ne istruiva il Morone stesso. Ma succeduto il rigoroso Paolo IV, questi il fe chiudere in Castel Sant'Angelo nel giugno 1557, col Sanfelice vescovo della Cava, il cardinal Polo e il vescovo Foscarari di Modena, e prendere ad esame.

Pietro Paolo Vergerio pubblicò gli articoli delle accuse contro del Morone, se pure è di lui il libretto anonimo recato nelle Wolfii Lectiones memorabiles. Ed erano, che, immemore della propria salute e ingrato al papa che l'aveva beneficato, aspirava solo a conoscere la genuina dottrina di Gesù Cristo, e avea detto a un tal prelato che l'articolo della giustificazione per mezzo della fede era stato rifatto prima e dopo il Concilio di Trento[159].

Mentre stava al Concilio, scrisse al suo vicario di Modena dichiarasse al popolo che egli avea fiducia soltanto nel sangue di Cristo; e un'altra volta, desiderare a suo nome raccogliesse tutti i preti ch'erano soliti ricevere le confessioni, e spiegasse che, non già il prete, ma Cristo assolveva[160]; della qual lettera molto eransi rallegrati i Luterani di Modena, e dissero: «Ringraziato sia Dio che il cardinale è divenuto de' nostri».