[DISCORSO XXIX.]
CELIO CURIONE. LE PASQUINATE.

Da Giacomo Roterio, detto Curione perchè di Chieri, e da Carlotta Montrolier, dama d'onore della duchessa Bianca di Savoja, nobil casa che avea possessi in Moncalieri, nacque Celio Secondo, ultimo di ventitrè figliuoli. Rimasto orfano a nove anni, fu posto a Torino presso la zia Maddalena, e frequentava l'Università sotto Giorgio Carrara, Domenico Macaro, Giovanni Breme e il milanese Sfondrato che poi fu cardinale. Quivi conobbe i libri e le dottrine de' Protestanti, e invaghitosene concertò di fuggire in Germania con Giovanni Cornelio e Francesco Guarini. Scoperto in val d'Aosta, il cardinale Bonifazio, vescovo d'Ivrea, lo fece chiudere nella fortezza di Caprano, e dopo due mesi nel monastero di san Benigno per esser indirizzato nella vera fede. Ma egli, impuntandosi viepiù nella sua, burlavasi de' frati; a certe reliquie ch'e' veneravano sostituì una Bibbia; alfine sottrattosi, girò varie città, poi fermossi a Milano, e vi ottenne una cattedra. Milano era allora malmenata dagli Spagnuoli, sicchè molti ritiravansi in campagna, fra i quali la famiglia Isacchi a Barzago in Brianza, la quale lo ospitò, e gli diede sposa una figliuola.

Quando gli parve poterlo senza pericolo, il Curione tornò in patria a raccogliere l'eredità de' fratelli, di cui solo una sorella sopraviveva. Assistendo in Castiglione alla predica di un Domenicano torinese che malmenava Lutero, asserendo che in Germania trovasse favore sol per la licenza di costumi che permetteva, ed esponendone leggermente le dottrine, Celio gli gridò, «Voi mentite»; e cacciò a mano le opere di questo. Scontò tale uscita con rigorosissima prigionia a Torino: ma quivi fingendosi rassegnato alla meritata pena e sofferente, ottenne dal carceriero gli legasse una gamba sola, poi dall'una all'altra alternasse la catena; nel qual mutamento riuscì a sostituire una gamba finta, e così svincolato potè sottrarsi. Sono storielle, riprodotte anche ai giorni nostri, e colle quali si volle spesso mascherare romanzescamente la corruzione d'un custode o la sollecitudine di un amico. Ma allora come adesso se ne levò rumore; il fatto fu attribuito a magia, sicchè il Curione si credette obbligato a riferirne le miracolaje circostanze[176], e vantandosi diceva: «Per questo fatto io non feci voto di visitar Compostella o Gerusalemme, che sono idolatrie; nè di castità, la quale Dio solo può dare; ma mi consacrai tutto a Gesù Cristo, unico liberator nostro».

Ricoverossi a Salò; presto ottenne una cattedra a Pavia, e sebbene trapelasse come sentiva, mai per tre anni non si ardì arrestarlo, perchè gli studenti vegliavano a sua difesa. Insistendo però il papa acciocchè il senato milanese togliesse di mezzo quello scandalo, il Curione si raccolse a Venezia, indi a Ferrara, ove la duchessa Renata gli diede raccomandazioni, per le quali conseguì a Lucca una cattedra. Ma perchè il papa non cessava di domandare glielo consegnassero, la repubblichetta il consigliò di mutar aria. Entrato negli Svizzeri, fu maestro e rettore alla scuola di Losanna, poi di Basilea nel 1547, donde più non si scostò, per quante offerte ricevesse. Una volta ardì ritornare a Lucca per prendervi la moglie e i figliuoli; ma mentre si riposava a Pescia, ecco il bargello del sant'Uffizio presentarsi per arrestarlo. Egli non si perde d'animo, ma afferrato un coltello da tavola, profitta della sorpresa degli sgherri e si salva.

Molte opere di libertà protestante lasciò, fra cui sono una rarità Pasquillorum tomi duo[177], raccolta di pasquinate e satire varie, edite dall'Oporino nel 1544. Di là venne la reputazione delle pasquinate, e diversi scritti, si pubblicarono con titoli simili, e principalmente il Pasquino in estasi. A Basilea egli stampò De amplitudine regni Dei, dove sosteneva che il numero de' salvati è molto maggiore che quel de' dannati, onde gli fu gridata la croce addosso dal Bullinger, dal Vergerio, da altri, tacciandolo di pelagiano. Trattò Della antica autorità della Chiesa di Cristo; stese varj opuscoli, fra cui una «Lettera ai fratelli, i quali pel regno di Babilonia sono sparsi»; parafrasò l'inizio del vangelo di san Giovanni; pose una prefazione di dodici pagine a Le cento et dieci diuine considerationi del s. Giouani Valdesso ne le quali si ragiona delle cose più utili, più necessarie et più perfette della christiana professione, ch'egli forse avea tradotte, e che, sebbene senza data, pajono stampate dall'Oporino o dal Guarino[178].

Gran ciceroniano, fe molti lavori filologici, ampliò il dizionario del Nizolio, pubblicò le opere del famoso ellenista Guglielmo Buddeo; fece il Thesaurus linguæ latinæ e commenti ad Aristotele: tradusse in latino venti libri delle storie del Guicciardini[179]. Molte sue lettere sono a stampa, altre manoscritte nella biblioteca di Basilea, dirette a regnanti e a primarj riformatori, Bullinger, Musculo, Cardano, Erasto, Gesner, Sturm, Brenzio, Borrhaus, Vadian, Paleario, Gribaldi, Castalion, Melantone. Quest'ultimo in una lettera grandemente ne loda il nobile stile, applicandogli quel verso di Omero:

Σοὶ δ’ἔνι μὲν μορφὴ ἔπεων, ἓνι δὲ φρὲνες ἐσθλαί.

Di Erasmo diceva che sursum, deorsum, huc atque illuc agebatur... inter cœlum papisticum et christianum.

In casa accoglieva giovani italiani, che voleano farsi educare nel libero culto, fra' quali fu Giovan Battista Bernardini di Lucca. La figlia Violante diede in moglie allo Zanchi, altro fuoruscito italiano, e la vide morire nel 1556, e nella biblioteca di Basilea vi son lettere affettuosissime di lui e dello Zanchi su quella perdita, tutta speranza di ricongiungersi ad essa. Nella chiesa di Strasburgo le fu posto l'epitafio: D. O. M. S. Violanthi Curioni C. S. C. itali f., conjugi sanctiss.: clariss. ob singularem probitatem, industriam, candorem, fidem, amorem, admirabilem in longiss. et graviss. morbo constantiam, patientiam, pietatem incomparabili: Hieronymus Zanchius italus optime merenti mæstiss. p. tertio puerperio eoque infausto, ad Christum Jesum quem sincera coluit religione cupidiss. concessit, cum quo vivit beata illam expectans diem qua suo corpori reddita, integra immortalitate fruetur. ann. sal. MDLVI. XIII nov. ætat. suæ an. XXII.

Tre altre figliuole, che erano di sedici, diciasette, diciotto anni, perdette il Curioni nella peste del 1564, e di esse deplora la morte con cuor di padre in lettere manoscritte, lodandone l'ingegno, le virtù, l'affetto[180]. Allora condusse la moglie a Zurigo, dove essa, colle tante famiglie italiane rifuggite, potesse consolarsi parlando la lingua nativa, dacchè più non poteva usarla colle figliuole. Tornato poi a Basilea, vide morirsi anche il figlio Orazio, ch'era professore di medicina a Pisa, e che latinizzò alcuni sermoni dell'Ochino.