Nel quinto secolo vissero e scrissero Giovanni Grisostomo, Agostino, Cirillo Alessandrino. Il primo nell'Homelia 83 in Math. dice: Non sunt humanæ virtutis opera proposita, nos ministrorum locum tenemus, qui vero sanctificat ea et immutat, ipse est. Nell'Homelia de Eucharistia in Enceniis: Num vides panem? num vinum? num sicut reliqui cibi in secessum vadunt? absit ne sic cogites. Sicut enim si cera igni adhibita, illi assimilatur, nihil substantiæ remanet, nihil superfluit, sic et hic sumta mysteria consumi corporis substantia. Il secondo, nel sermone citato da Beda sopra il capo 10 della prima a' Corintj: Non omnis panis, sed accipiens benedictionem Christi, fit corpus Christi. E nel sermone 28 de Verb. Dom.: Ubi Christi verba deprompta fuerint, jam non panis dicitur, sed corpus appellatur. Il terzo nell'epistola a Calosirio: Ne horreremus carnem et sanguinem apposita sacris altaribus, condescendens Deus nostris fragilitatibus influit oblatis vim vitæ, convertens ea in veritatem propriæ carnis.
Potrei qui registrare a vossignoria gli autori di ciascheduno de' secoli susseguenti, riveriti nella Chiesa come dottissimi ed insieme santissimi uomini, i quali hanno parlato sempre nell'istessa conformità della trasmutazione del pane e del vino consacrato nel corpo e nel sangue di Cristo N. S., ma per non allungarmi di vantaggio con accrescere a lei la fatica di leggere li tralascio; pronto ad inviargliene il catalogo con le loro sentenze, dove così ella desideri o me lo comandi. Da ciò si fa manifesto che la sopradetta intelligenza de' testi della sagra scrittura, per se stessi chiarissimi, la quale ora è fra i Cattolici romani, è quella che sin dal suo principio è stata, e di mano in mano sempre si è continuata nella Chiesa di Dio, e non è stata altrimenti un'invenzione, o sia spiegazione fatta a capriccio dopo dodici secoli da alcuni particolari dottori cattolici romani; ma questa è la fede di Gesù Cristo e de' nostri padri, sin da' primi tempi, e non mai interrotta nella Chiesa di Dio. E se tale intelligenza fosse stata falsa ed eretica, e come mai avrebbe permesso la Provvidenza divina che tutti i santi padri in ciò si fossero accordati? Di più, come mai non sarebbe stata condannata in alcuno de' Concilj generali della Chiesa per falsa, per eretica, ed in una parola, per aliena e contraria alla sacra scrittura, che è quanto dire alla parola di Dio? Certo è che i Concilj generali non hanno mai avuto timore de' primi personaggi della Chiesa nel distinguere e nel sentenziare la dottrina vera dalla falsa, ed hanno condannate come eretiche più sentenze sostenute da gran vescovi, da gran patriarchi, comunque appoggiati dal patrocinio e dall'autorità eziandio violenta degl'imperatori, conforme è notissimo nelle istorie de' secoli a noi più lontani; e questi Concilj sono rispettati e venerati eziandio da' Luterani, nonchè da' Cattolici romani. Tali sono il Niceno celebrato nell'anno 325, il Costantinopolitano nell'anno 381, l'Efesino nel 430, il Calcedonese nel 450, il secondo Costantinopolitano nel 553, e 'l secondo Niceno nel 787, per tacere qui di tutti gli altri Concilj generali della Chiesa, celebratisi dipoi fino agli ultimi tempi.
Or prego vossignoria a considerare se possa rifiutarsi un'intelligenza e spiegazione de' sacri testi, pur troppo chiari in se stessi, avuta nella Chiesa fin dal primo secolo, e tramandata a noi senza interruzione veruna di secolo in secolo da' santi padri e dal senso comune ed universale della Chiesa senza taccia veruna, anzi con approvazione e con sentimento generale, quale è questa de' Cattolici romani nella sopraccennata materia; se possa, dico, rifiutarsi come falsa e non accettarsi come vera; e se al suo confronto possa stimarsi vera la spiegazione contraria, nata nel secolo prossimo passato, e riprovata da un Concilio generale come repugnante alla dottrina cattolica, abbracciata in tutti i secoli dalla Chiesa di Dio? Per me stimo che niuno vorrà discostarsi da una tale verità qual è questa, se disappassionatamente vorrà giudicarne.
Lo Stenon divenne non solo caldo nel professare, ma anche nel propagare la fede, e varj suoi compatrioti convertì. Passando pel primo anatomista e uno de' migliori filosofi, era carezzato e dai letterati e dai principi: dopo otto anni si vestì sacerdote, visse in rigorosissima penitenza, fu fatto vescovo Titopolitano, e morì in odore di santità al 25 novembre 1686[342].
DISCORSO L. IL SECOLO XVII. FILOSOFI. IL QUIETISMO.
Da un secolo e mezzo le discordie originate dalla Riforma sovvertivano tutta l'Europa, dove più dove meno sanguinose, e peggio nel paese dove prima era stata annunziata. Perocchè la Germania, campo di battaglie e teatro di dissoluzioni fin dal primo momento, vide alfine prorompere la guerra che si chiamò dei Trent'anni, dove scopo ostentato era la libertà de' credenti; scopo vero, la libertà de' principi di introdurre qual religione volessero. Paesi intieri rimasero spopolati, molti castelli divennero tane di lupi e la civiltà di quel popolo che avea primeggiato nel medioevo, restò affogata nel sangue. Alle due parti spossate caddero alfine le armi di mano, e la pace di Westfalia, conchiusa nel 1648, fu la prima che si combinasse non più, secondo il patto religioso del medioevo, in nome del vangelo e della repubblica cristiana e secondo la prevalenza del papato o dell'impero, ma dietro ad un nuovo diritto politico e al concetto dell'equilibrio materiale fra le potenze. Trent'anni di strazj aveano convinto che ormai una religione non poteva abbattere l'altra, e perciò nella pace si stabiliva che la cattolica, la luterana, la calvinista fossero egualmente tollerate, però entro i confini territoriali che aveano allora. Non si metteano dunque d'accordo le parti, ma si obbligavano a cessare d'osteggiarsi. Costituendo legalmente come protestante tanta parte d'Europa, toglievasi ai papi la speranza di ricondurla all'unico ovile. La Chiesa non recede mai, per venerazione degli eventi, da ciò che legittimamente una volta possedette, per quanto le convenzioni internazionali anche più solenni violino il suo inalienabile diritto. Pertanto Innocenzo X riprovò il trattato di Westfalia[343], destituendolo d'ogni effetto, non perchè non desiderasse la pace, non l'avesse anche sollecitata con ogni studio, ma come pregiudicevole alla religione e alla salute delle anime, giacchè vi si professava un canone assolutamente immorale, cioè che padrone della religione fosse colui ch'era padrone del paese. Dal qual canone nacque il despotismo sulle coscienze, che portò una tirannia, qual mai, dopo caduto il paganesimo, non era pesata sul mondo civile, finchè, spente le vivaci credenze nell'indifferenza del dogma, i principi poterono decretare quello che vollero, senza che ai popoli importasse di resistere.
A questa pace finisce il rialzamento che la Chiesa cattolica avea ripigliato dopo il Concilio di Trento. Il principato temporale se ne compì e consolidò. Clemente VIII (1592-1605), che riaperse la Chiesa ad Enrico IV, e mediò la pace di Vervins, nel suo giubileo godette della conversione di molti Ebrei e Musulmani, e ricuperò Ferrara ch'era stata data in feudo; come Urbano VIII recuperò Urbino, Montefeltro, Gubbio, Pesaro, Sinigaglia; e fedele alla bolla Admonet vos di Pio V, che vietava di infeudar possessi ecclesiastici, li negò a' suoi Barberini, accontentandosi d'arricchirli di denari. Già Camerino era stato ripreso da Paolo III nel 1539; poi Innocenzo X nel 1649 riebbe Castro e Ronciglione; restando così compiuto lo Stato Pontifizio secondo la bolla di Pio V, con quanto territorio bastasse ad esercitare liberamente l'augusta sovranità papale.
Quasi ristoro alle tante perdite, ampiamente si diffuse la Propaganda, che pose nuove sedi al Brasile, nella California, ai due lembi dell'Africa e nelle sue isole; i Gesuiti si spinsero nel Tibet, fra i Birmani, a Siam, a Malacca, al Tonchin, alla Cocincina.
Ma cominciavano le riotte interne, e i principi anche cattolici non rispettavano più la supremazia religiosa, e negavano ai papi fin i riguardi di sovrani.
Nelle conferenze che precedettero la pace di Westfalia avea avuto gran mano il cardinale Fabio Chigi senese, che poi divenne papa col nome di Alessandro VII. Un M. Lebrun stampò a Ginevra, colla data dell'Aja 1686, un viaggio in Isvizzera, ove narra che, nelle lunghe trattative co' principi e ministri protestanti, esso cardinale avea concepito stima della loro religione; e mentre prima avea pubblicato, col pseudonimo di Ernesto Eusebio, il Giudizio d'un teologo ove bistratta i dissidenti, allora rimase convinto che nelle loro dottrine nulla vi ha d'ereticale. Non spingeasi però più avanti, sinchè il conte Pompeo, suo prossimo parente, finì d'aprirgli gli occhi. Viveva questi in una terra di Germania, venutagli per eredità materna; e il nunzio, colà andato a trovarlo, vi passò seco tutto un inverno. Dove entrati a parlare di religione e avutone molti colloquj, diedero mano alla Bibbia colle postille del Diodati, e dopo molto disputare caddero d'accordo che la religione protestante è la vera, ed il nunzio promise al suo parente di abbandonare l'errore dopo uscito di nunziatura, e di venir a raggiungerlo e abjurare la religione romana. Il conte Pompeo andò infatti a Orange, dove fece pubblica professione di protestante, del che si levò rumore in tutta Europa; ma presto a Lione morì avvelenato. Di ciò rimase atterrito il nunzio, che poi fatto cardinale e primo segretario della camera apostolica, mutò risoluzione, pure si conservò calvinista nell'anima, e molte stampe in Fiandra lo asserivano.