Una colletta per farla stampare fruttò millecinquecento scudi d'oro, e nella prefazione all'edizione del 1535 diceasi alla nascente chiesa di Francia: «A te, povera chiesuola, è diretto questo tesoro da un povero popolo, tuo amico e fratello in Gesù Cristo, e che, da quando ne fu dotato e arricchito dagli apostoli di Cristo, sempre ne ebbe il godimento: ed ora volendo regalarti di ciò che desideri, m'ha dato commissione di cavar questo tesoro dagli armadj greci ed ebraici, e dopo averlo involto in sacchetti francesi il più convenevolmente che potessi giusta il dono di Dio, ne facessi presente a te, povera Chiesa, a cui nulla vien presentato. Oh la graziosa derrata di carità, di cui si fa mercato sì utile e profittevole! Oh benigna professione della grazia, che rende al donatore e all'accettante una medesima gioja e dilettazione!»[388].

Dacchè il contatto de' Riformati li strappò dalla quieta loro oscurità, i Valdesi fortuneggiarono nelle procelle d'un tempo sospettosissimo. Subito il parlamento d'Aix e quel di Torino (stando allora il Piemonte in servitù di Francia) applicarono ad essi le leggi capitali comminate agli eretici, e il rogo e il marchio; poi, perchè maltrattavano i frati spediti a convertirli, si bandì il loro sterminio, e che perdessero figli, beni, libertà. Forte s'oppose a tali rigori il Sadoleto vescovo di Carpentras; e re Francesco I, vedutili mansueti e che pagavano, ordinò al parlamento di cessar le procedure, e diè loro tre mesi di tempo per riconciliarsi: ma scorsi questi, Giovanni Mainier barone D'Oppède, preside al parlamento, lo indusse a dar esecuzione all'editto. Ecco allora una fanatica soldatesca cominciarvi il macello: quattromila sono uccisi, ottocento alle galere, Cabrières, Merindol e altri venti villaggi sterminati (1549). Il racconto sente delle esagerazioni consuete a tempi di partito; fatto è che, per quanto universale e sanguinaria fosse l'intolleranza, ne fremette la generosa nazione francese, e il re morendo raccomandava a suo figliuolo castigasse gli autori di quell'eccesso. Ma quando al parlamento di Parigi fu recata l'accusa, D'Oppède vi si presentò impassibile come chi ha adempiuto a un dovere; cominciò la difesa dalle parole «Sorgi, o Signore, sostieni i nostri diritti contro la gente iniqua», e fu assolto; gli altri pure uscirono impuniti, di che grave dispetto presero i Protestanti.

Poco a poco rallentatasi la persecuzione, i Valdesi esercitarono anche pubblicamente il loro culto: nel 1555 fabbricarono il primo tempio in Angrogna, e sebbene Giovanni Caracciolo, principe di Melfi e duca d'Ascoli, luogotenente del re di Francia, smantellasse i forti di Torre, Bobbio, Bricherasio, Luserna, pure sotto la dominazione francese dilataronsi anche nel marchesato di Saluzzo e ne' contorni di Castel Delfino, e ricettavano profughi d'Italia, tra cui Domenico Baronio prete fiorentino, che volle comporre una messa, la quale conciliasse il rito cattolico con quello de' Valdesi; ma fu ricusata come di mera fantasia[389]. Costui scrisse pure diverse operette latine e italiane contro la Chiesa cattolica, in una delle quali sosteneva, in tempo di persecuzione esser dovere di manifestare senza reticenze le proprie opinioni religiose; nel che venne contraddetto da Celso Martinengo.

Non cessavasi di procurare la conversione de' Valdesi colle prediche e con altri mezzi acconci al tempo, e i decurioni di Torino vigilarono non poco affinchè non si estendessero in questa città. Al quale intento scrissero a Pio IV di voler fermamente sino alla morte mantenere la fede dei loro maggiori: e mandarono supplicando Carlo IX, lor re, non tollerasse gli scandali che davano i Luterani, e nel 1561 ottennero un decreto che colà non predicassero ministri eretici, nè tenessero adunanze pubbliche nè private. Già dal 1532 la città aveva eletto un maestro che leggesse le epistole di san Paolo, tema delle più consuete controversie, e nel 1542 ponea che nessuno conseguisse pubblico uffizio se non fatta professione di cattolica fede. Sette pie persone, quali furono l'avvocato Albosco, il capitano Della Rossa, il canonico Gambera, il causidico Ursio, Valle mercante, Bossi sarto, Nasi librajo, istituirono la Compagnia della Fede, detta poi di san Paolo, che subito estesa, abbondò in opere di carità, le quali voleva fossero predicazione viva contro l'eresia. Dell'erezione di questa confraternita ebbe principal merito frà Paolo da Quinzano bresciano, che avea combattuto i Luterani fra gli Svizzeri: la storia di essa fu scritta dal famoso Emanuele Tesauro, e le sante opere ne sono continuate sino ad oggi tra gli scherni plebei e le difficoltà governative.

Gli annali de' Cappuccini raccontano come Torino, allorchè a Carlo di Savoja l'aveano tolto i Francesi, molti eretici fra questi custodendo le porte, insultavano ai Cattolici e massime ai frati, qualora vi scendevano dalla vicina Madonna del Campo. Un coloro capitano svillaneggiò un famoso predicatore, il quale mal sopportandolo, cominciò a dirgli ragioni, e infine gli propose: «Leghiamo insieme le nostre braccia ignude, e mettiamole sul fuoco. Di quello il cui braccio resterà illeso, terremo per vera la fede». Ricusò la proposta l'eretico, ma ne prese tal rancore contro tutti i Cappuccini, che cospirò co' suoi di assalirne il convento, e trucidarli una tal notte. Lo seppero essi; ma nè fuggirono, nè si misero in parata di difese; il guardiano li raccolse in chiesa a pregare pei persecutori, e raccomandare le proprie anime a Dio. All'avvicinarsi della banda assassina, il guardiano comanda si tiri il catenaccio e si spalanchi la porta: ma gli aggressori, côlti da sgomento, quasi da uno stuolo d'armati fossero assaliti, gettansi a fuggire, e i Cappuccini hanno la palma del martirio senza sangue[390].

Quando Torino fu restituita al duca, questi vi trovò molti Ugonotti; laonde istituì nell'Università una cattedra di teologia per ispiegarvi le epistole di san Paolo, nel che ebbe grand'ajuto dal gesuita Achille Gagliardi, dal teologo Lodovico Codretto e dal padre Giovanni Martini, che scorsero predicando le valli valdesi.

Narrano pure che a Vercelli un cortigiano calvinista, perdendo al giuoco, entrò furioso nella cattedrale, e percosse di schiaffo un'effigie marmorea della Madonna. Vi restò l'impronta della mano e del sangue che ne sprizzò, e il duca Carlo volle che il reo, benchè appartenente alla Corte, fosse impiccato.

È parimenti narrato che nel castello di Ciamberì, il 4 dicembre 1532, la sacra sindone, lenzuolo entro cui si crede fosse avvolto Cristo morto, restasse preservata da un incendio sì forte, che fuse il metallo della cassa in cui era contenuta: a verificare il qual miracolo, Clemente VII spedì il cardinal Gorrovedo. Più tardi, cioè nel 1578, quel sacro lenzuolo fu tolto da Ciamberì perchè correa pericolo d'esser violato dagli eretici, e portato a Torino dove ottiene costante venerazione[391].

I Valdesi aveano preso baldanza dai subbugli del paese e dagli incrementi de' loro religionarj di Svizzera e di Francia, onde il duca da Nizza pubblicò un editto per frenarne il proselitismo. Furonvi poi spediti l'inquisitore Tommaso Giacomelli e missionarj, fra cui il Possevino.

Il Possevino era nato a Mantova nel 1534 da gente nobile ma povera, ed entrato educatore in casa del cardinale Ercole Gonzaga, vi conobbe quanto di meglio fioriva in Italia, e ne ottenne la stima. Posto abbate di Fossano, vedevasi aperta innanzi una splendida carriera, ma vi preferì la faticosa di gesuita, e fu de' più operosi in quella operosissima società. Non abbiamo qui a raccontare le sue legazioni in Isvezia, in Polonia, in Ungheria, a Mosca, paesi de' quali diede si può dire i primi ragguagli; fondò collegi in Piemonte, in Savoja, in Francia.