E in mezzo a terre di Francia giaceva il contado d'Avignone, che atteneasi all'Italia come dominio dei papi, i quali lunga dimora vi aveano fatto durante quella che si disse schiavitù babilonese: e da poi vi mantenevano un legato pel governo civile, il quale presto ebbe ad occuparsi d'escluderne l'eresia. Perocchè gli Ugonotti vi eccitavano tumulti, onde averne pretesto per sottrarre il paese alla signoria del pontefice, di cui distrussero fin i palazzi. Pio IV vi mandò suo cugino Fabrizio Serbelloni, fratello del famoso Gabriele, il quale, col titolo di generale poi di governatore e con poteri straordinarj, sostenne i Cattolici, onde i Protestanti gli diedero taccia di enormi crudeltà; fatto è che riuscì a domarli, ne sbandì duemila, e ripristinò la messa.

Scoppiate poi le guerre civili di Francia, quel contado ebbe molto a soffrirne, e la stessa città fu nottetempo assalita, ma una fiaccola miracolosa fece il giro delle mura svegliando le scolte; sicchè la sorpresa fallì. Dappoi fu confortata dalle armi di Torquato Conti e dalle prediche di Feliciano Capitoni di Narni.

Colà era stato mandato il Possevino come prefetto del collegio gesuitico: ma nel 1569 essendo venuto a Roma, quando tornò bucinossi ch'egli vi fosse andato a denunciare molti eretici al papa; e che questi volesse introdurvi l'Inquisizione alla spagnuola, e abolire le confraternite dei Disciplini. In tempi sommossi nulla sì facile come il far credere anche le men probabili baje. Gl'inveleniti inveleniscono; la città si solleva contro il Possevino; il magistrato è costretto calmar quelle furie con colpire di severo editto i Gesuiti: ma il papa scrive smentendo i fatti; le ire sbollono; tutto ritorna alla quiete.

Del Possevino conserviamo un curioso racconto della sua missione tra i Valdesi[392], nella quale adunò un'assemblea generale in Chivasso, ma senza frutto. Insieme con gravi comminatorie di galera e di forca si vietarono l'esercizio pubblico del culto, e le prediche dei barbi; sicchè Scipione Lentulo, napoletano di molta dottrina[393], e Simone Fiorillo, che v'erano rifuggiti, trasferironsi a predicare in Valtellina, dove gli abbiamo trovati. Altri pure abbandonarono quel ricovero: poi crescendo i rigori, i Valdesi posero in disputa se fosse lecito resistere colle armi. Alcuni barbi sosteneano, «Non si deve al principe opporsi, neppure a difesa della vita, massime qui dove coi nostri averi possiamo ritirarci in monti più reconditi»; altri: «Sì; avete autorità d'usar le armi, non essendo contra il principe ma contra il papa». Quali seguono il primo parere; quali avventansi ad aperta ribellione. Per chetarli il duca propose un colloquio; ma al papa spiaceva che, nell'Italia stessa e sotto i suoi occhi, si mettesse in controversia la indisputabile sua autorità: se a quei popoli facea bisogno d'istruzione, manderebbe teologi e un legato con plenaria autorità di assolverli: sebbene di poca speranza si lusingasse, conscio della pertinacia degli eretici, che ogni passo a persuaderli interpretano per impotenza a costringerli.

I duchi di Savoja pubblicarono molti editti per sistemare o per comprimer i Valdesi; v'andavano spesso inquisitori e missionarj, e vi si adoperarono le arti della persuasione e della preghiera. Le sventure del paese, cui l'ambizione irrequieta di Carlo III avea tirata addosso la dominazione francese, davano impulso anche a movimenti antireligiosi, finchè Emanuele Filiberto (1553-1580), a servizio dell'imperatore acquistata rinomanza guerresca colle vittorie di Gravelina e San Quintino, in compenso ricuperò gli aviti dominj nella pace di Castel Cambrese. Cercò rendersi indipendente da Francia e robusto col fare armi, col togliere le rappresentanze paesane e gravare i sudditi d'imposte, mentre li scioglieva dai vincoli di servigi personali e di manomorta. Capì esso come gl'interessi di sua casa dovessero trasportarsi in Italia, e qui stabilì la sua capitale; ma non per questo abbandonava le idee avite, e fantasticava un regno allobrogo, confinato dalla Provenza e dal Delfinato, dal Lionese e dalla Bresse, dalla Svizzera francese e dalle provincie subalpine. A ciò l'infervorava il senatore Joly d'Allery nel 1561 in uno scritto, che, come gli opuscoli di Napoleone III, diffuso a migliaja di copie, doveva o creare o ingannare o scandagliare l'opinione pubblica. Ma per aver fautori a tal pensiero, suggerivagli di conciliarsi gli Ugonotti di Francia e i principi e Cantoni protestanti coll'abbracciarne la dottrina, come avea fatto egli stesso, il senatore Joly, che avea stabilito una Chiesa evangelica a Ciamberì.

La proposizione dovea far orrore, e venne processato; ed egli confessò che l'ingrandimento della Savoja era ambito da tutti i sudditi; quanto alla religione non desiderava di meglio che di veder pubblicato, non le dottrine di Calvino o di Farel, ma il vangelo. Condannato a lievissima pena, presto fu rintegrato dal duca, di cui avea carezzato le ambizioni.

Certamente coll'apostasia Emanuele Filiberto avrebbe rimosso l'opposizione che ai suoi incrementi facevano il Lesdiguières, Ginevra, Berna, e attirato a sè gli Ugonotti di Francia, i quali, badando più alla religione che alla nazionalità, come tendeano la mano all'Inghilterra e all'Olanda, così sarebbonsi messi col capo de' Valdesi.

Ma fra il bisogno che avea di Spagna e del papa, tra la particolare pietà[394] e il desiderio d'aver ne' sudditi l'unità di credenza, preferì le armi, mestier suo, e tanto più che accorreano molti Francesi in quelle valli per ajutare i loro religionarj, ond'egli temeva non rimettessero in pericolo la nazionale indipendenza. Spedì dunque truppe, che nella difficile guerra di montagna recarono e soffersero gravi strazj. Vedendo la difficoltà dell'esito e l'inopportunità dei mezzi, avendo anche settemila uomini di Savoja toccato una grave sconfitta a San Germano, con grande rincoramento degli insorti, il duca calò ad accordi; concesse a' Valdesi perdono, e di tener congreghe e prediche in determinati luoghi; negli altri soltanto consolar gl'infermi, e far certi riti; i profughi rientrassero; potesse il duca escluder i predicanti che non gli aggradivano, ma essi eleggerne altri: però non trapassassero i loro confini, e non escludessero i riti dei Cattolici (5 giugno 1560). Il borgo di Torre, smantellato dal Caracciolo, venne munito di nuovo, e diventò sede del governator della valle.

Con ciò Emanuele Filiberto gratificossi la Corte di Roma[395], che s'interpose onde fargli cedere dalla Francia le fortezze che teneva di qua dell'Alpi. Ma il duca, che pure ajutò la Francia contro gli Ugonotti[396], restò in mala fama presso i novatori, sì per questi provvedimenti, sì pei processi contro eretici. Il 20 giugno 1556, in piazza Castello a Torino era stato ucciso Bartolomeo Actor, côlto mentre da Ginevra portava lettere e libri eterodossi nella val San Martino; altre condanne negli anni seguenti; e il Mainardi scriveva da Chiavenna il 7 maggio 1563 a Fabrizio Montano: «Da coloro che vengono qui dal Piemonte ci è riferito che il duca di Savoja fu fatto dal papa capitano della Chiesa, o confaloniere; e riceve ogni anno sessantamila scudi di paga». E il Vergerio al duca Alberto il 5 aprile 1562: Cum natus fuerit filius ill. Sabaudiæ duci, ille non modo antichristum, sed quinque pagos Helveticos acerbissimos purioris evangelii hostes ascivit sibi in susceptores, seu compatres, quod non obscuram dat significationem quod adversum nos aliquid moliatur.

Fabrizio Ferrari, residente a Milano pel granduca di Toscana, ai 5 febbrajo 1566 scriveva: «Di Piemonte s'intende che ogni dì si scoprano diversi umori di Ugonotti, e che il duca ha molta difficoltà di provedere, temendosi massime che la moglie e quasi tutti i ministri di sua eccellenza siano del medesimo umore. Piaccia al Signore Dio di porvi la mano, perchè, ogni poco di fomento che venisse dato a que' popoli, che restano in generale malissimo soddisfatti, dico gli Ugonotti e gli altri del duca, si teme che darebbe occasione di accender un'altra volta il fuoco in queste parti»[397].