Di rimpatto il padre Laderchi, al 1568, insinua che Margherita di Valois, figlia di Francesco I e sorella d'Enrico II, avesse bevuto gli errori dalla famosa Margherita di Navarra, protetto il Carnesecchi che le raccomandò il Flaminio; e venendo moglie a Filiberto di Savoja, seco menasse letterati ed eruditi infetti di calvinismo, e per se stessa e coll'ajuto di quelli abbia subillato il marito a reluttare contro l'autorità pontifizia, alla quale esso, come i suoi avi, era stato docilissimo. Agli abitanti di Verna e d'altri luoghi spettanti alla chiesa d'Asti, aveano i ministri del duca imposto di pagar una parte di tributo, e dare soldati, e comprar del proprio certe armi. Questa diminuzione di franchigie parve ingiusta al papa; rimostrò al duca come ne patisse il suo nome, e l'esortava a ritirar gli ordini, o se credesse avervi ragioni, gliele facesse conoscere. Gravi rimproveri indirizzò il papa al vescovo d'Asti Gaspare Caprio, che aveva assentito a tali insolite imposizioni, ond'egli andava a portarne richiamo al duca, quando cascò da una scala e morì. Essendo costui stato pigro nel perseguitar gli eretici, che in occasione della guerra erano venuti numerosi in quella diocesi, molto lasciò da faticare al successor suo frà Domenico Della Rovere, già inquisitore. Il quale colla fermezza seppe indurre il duca a desistere da varie usurpazioni, che avea cominciate contro le immunità ecclesiastiche.

A Onorato di Savoja conte di Tenda, omnium hæreticorum hostem acerrimum, Pio V scriveva il 30 dicembre 1569 perchè arrestasse quell'Antonio Planca, segator di legna, che su mentovammo, e che era ricaduto nell'eresia dopo ritrattato: Innocenzo Guino detto Umeta, ed altri di cui gli trasmetteva i nomi: con gran diligenza e secretezza li consegnasse al vescovo di Ventimiglia. Anche ad Emanuele Filiberto esso papa domandava il 21 aprile 1570, consegnasse al Sant'Uffizio Giovanni Toma, eretico e apostata, che giaceva nelle carceri di Torino; e da cui sperava trar notizie de' complici. In quegli anni ricordansi editti, condanne, riazioni, sì in queste valli sì nel Delfinato, e distruzione di chiese e uccisioni di parroci, attribuiti dagli uni ai Valdesi, da altri agli Ugonotti, raccoltisi in val di Pragelato. Frà Tommaso Giacomello da Pinerolo, morto il 1569, inquisitor generale a Torino poi vescovo di Tolone e autore di due trattati De auctoritate papæ, e Contra Valdenses, preso il capo de' Barbetti, lo diede al braccio secolare.

Insignemente procurò per la conversione de' Valdesi san Francesco di Sales (1567-1622). Era egli stato scolaro del Panciroli all'Università di Padova, ove fu dottorato il 5 settembre 1591; e durante gli studj aveva conosciuto il pio e dolce gesuita Possevino: e presolo direttore della sua coscienza, forse ne trasse quella dolcezza, che divenne suo carattere. Special devozione professava alla Beata Vergine, e la spiegò principalmente nella visita alla santa casa di Loreto. A Roma non trovò che santità dove Lutero non avea visto che abominazione: e fattosi prete, si pose tutto a convertire eretici, e divenne vescovo di Annecy, poi di Ginevra. Recandosi a Milano a venerare il corpo di san Carlo, e nel viaggio avuto contezza della congregazione de' Barnabiti, da poco istituita, alloggiò presso di essi nelle camere già usate da quel santo quando andava a farvi gli esercizj spirituali, e li pregò a venir a reggere il collegio di Annecy, istituito da Eustachio Chappuy, ch'era stato ai servigi di Carlo V. Col consenso di Federico Borromeo vi andò infatti il padre Giusto Guerin, che poi succedette al santo nel vescovado di Ginevra, e che vi istituì i preti della missione.

Era sottentrato duca di Savoja Carlo Emanuele (1580-1630), detto il grande perchè irreposato nel mestare in tutte le brighe d'allora, e perchè cercò ingrandir il Piemonte col pretesto di unificare l'Italia e di sbrattarla da' forestieri, mentre vi adoprava mezzi che ve li attiravano. Egli mandò a pregar san Francesco venisse a Torino, per divisare i modi di tornar alla via retta il Sciablese; e il santo, persuaso che del traviamento fosse stata causa principale il non conoscer la vera religione, propose vi si spedissero missionarj zelanti, capaci di dissipare le prevenzioni e confutare le calunnie; si escludessero dalla Savoja i ministri calvinisti; ai libri ereticali se ne surrogassero di buoni; s'introducessero i Gesuiti per educare i giovani e sostenere le controversie. Però fra i ministri stessi di Carlo non pochi inclinavano alle novità; e san Francesco ebbe troppo ad esercitare la modesta sua maestà e la dolce persuasione per rinnovare i riti cattolici nella Savoja, donde alfine i Calvinisti rimasero esclusi.

Il duca cooperava col santo nel convertire i Savojardi; li traeva al suo castello di Thonon, e accoltili con cortesia, esponeva loro gli argomenti più efficaci a dimostrare l'unità della fede e della Chiesa. Molti risposero alle sue premure, e quand'egli usciva, la gente faceasegli attorno gridando: «Viva sua altezza reale! Viva la Chiesa romana! Viva il papa!»[398].

Cristina di Francia, venuta sposa al principe di Piemonte, volle avere Francesco per limosiniere, ed egli sol dopo lunghe istanze accettò, a patto di non dovere staccarsi dalla sua residenza. Essa gli regalò un bel diamante, e presto il santo lo vendè; gliene diede allora un altro, ma poichè egli facevale intendere non gli era possibile conservare preziosità finchè poveri ci fossero, essa lo pregò di nol vendere, ma impegnarlo, ed ella medesima lo riscatterebbe. Ecco il comunismo dei santi.

Carlo Emanuele, nell'irrequieta ambizione d'ingrandirsi, sperò profittare, come di tutto, così delle guerre religiose di Francia, ed alleatosi con Filippo II, col suo appoggio tolse Saluzzo ai Francesi, assicurando lo faceva per sottrar quel paese al pericolo di cascare in mano degli Ugonotti (1588). E atteggiandosi campione del cattolicismo, chiama tutta l'Europa a soccorrerlo, assale la Provenza, tenta aver Marsiglia, adopra a vicenda maneggi e violenze, finchè stancato, Enrico IV gli dichiarò guerra.

Il Lesdiguières prese la capitananza dei Protestanti del Delfinato, che allora si diffusero nel marchesato di Saluzzo, in San Germano, a Pramollo; e con essi nel 1592 espugnò i castelli di Perosa, Cavour, Bricherasio ed altri, onde fu soprannomato Schiumatore delle Alpi. Il forte di Santa Caterina che dai confini della Savoja sempre minacciava Ginevra, fu dato a questa città, togliendolo al duca, il quale nella pace cedette i paesi attorno al lago Lemano, ma si assicurò Saluzzo.

Carlo Emanuele, disposto a voltar casacca qualunque volta gli giovasse, si accostò ai Protestanti tedeschi, per mezzo del conte Ernesto di Mansfeld e di Cristiano d'Anhalt, offrendo soccorrerli nella guerra dei Trent'anni: col che sperò perfino ottener l'impero; ma l'intento non gli successe[399]. Legò intelligenze anche col connestabile di Lesdiguières, al quale avea sempre fatto guerra come a capo degli Ugonotti, e concertava seco di conquistar il Milanese, il Monferrato, la Corsica e il Genovesato, del quale cederebbe la città e la riviera di levante a Francia, affinchè avesse libero passo all'Italia. Scontento del mal esito qui e della vergognosa sua spedizione contro Ginevra, e rovinato il paese suo per acquistar l'altrui, morì di crepacuore.

In un memoriale che al duca sporsero nel 1585, i Valdesi diceano che il loro culto da alcune centinaja d'anni professavasi secretamente, e da trent'anni palesemente; vantavano diritti a tolleranza; voleano patteggiar coi proprj sovrani, e mandavano ambasciatori ai sovrani esteri. Nel 1593, quando Enrico IV stava per abjurare, gli scrissero: «Sire, Dio vi ha reso padrone della Gallia transalpina; la cisalpina pure sarà vostra, appena lo vogliate. Il marchesato di Saluzzo tornerà a voi, e Milano anche. Le valli di Luserna, Perosa, San Martino son già vostre, e al Delfinato vostro serviranno di bastioni, costruiti dal supremo Fattore, ed elevati fin al cielo. Ciò è molto, ma non tutto, perchè con queste muraglie altissime e merlate voi avrete mura e fortezze vive. Son i popoli vostri, o sire, che abitano le viscere di queste valli, combattenti per natura insuperabili, e rinomati per antichità, consacrati ora e sempre al servizio di vostra maestà. Ad essa fecer oblazione de' loro beni, sagrificarono sull'altare di essa i corpi e le vite; essi e i figli loro vissero per vivere e morire sotto la vostra corona. Insomma essi son vostri»[400].