La quistione tocca a punti supremi di filosofia, di politica, di religione; e per quanto il secolo possa deriderla, essa ancora sopravvive ne' filosofi, che tutto attribuiscono all'energia umana, escludendo ogni influenza superna sulle azioni e perciò ogni bisogno di preghiera; e ne' pubblicisti che indagano se v'abbia una filosofia della storia, cioè quanto l'azione della Provvidenza si combini con quella dell'uomo nell'attuamento della società. Che se nella grossolana sua manifestazione primitiva di Pelagio soccombette alle condanne della Chiesa, modificata s'aggirò nelle scuole teologiche, dibattuta contraddittoriamente dai seguaci di san Tommaso e da quelli di Duncano Scoto (Tomisti e Scotisti): la vedemmo ridesta dai Protestanti, e non risoluta pienamente dal Concilio di Trento, il quale, come non avea determinato le precise relazioni della Chiesa collo Stato, così lasciò indecise e la supremazia papale e la questione della natura della Grazia, enigma della religione come della ragione, di cui Dio riserva a sè il segreto.

Bensì avea pronunziato che la giustificazione si fa pei meriti di Cristo, pe' quali l'uomo, liberamente consentendo e cooperando, riceve e la remissione de' peccati e una carità inerente all'anima. La Grazia è gratuita, ed è necessaria non solo per far opere meritorie, ma fino per concepire il desiderio di farle. Col peccato, all'uomo restò indebolita la libertà naturale, e Cristo non gli restituì l'innocenza. Iddio concede a tutti quanta grazia è sufficiente all'eterna salute; ad alcuni, che predilige per fini imperscrutabili, dà una grazia efficace, che li stabilisce irremovibilmente nel bene. Tutti dunque son liberi di fare il bene, alcuni non sono liberi di fare il male.

Qualche luce in questo mistero venne portata allorchè fu condannato Bajo. Il quale, o i suoi seguaci, insegnano che il predominio della carità o della cupidine toglie la libertà di operare differentemente dall'affetto predominante; mentre i Cattolici credono che all'uomo rimane sempre il libero arbitrio a necessitate, non solo per le opere proprie allo stato in cui trovasi attualmente, ma anche per quelle dello stato contrario, cioè verso il male finch'è in istato di grazia, e reciprocamente. Bajo fa che l'uomo dominato da cupidità abituale non può fare azioni buone, sicchè tutte le opere degli infedeli e de' malvagi sono peccato; mentre i Cattolici tengono che l'uomo signoreggiato dalla cupidità può, in virtù d'un soccorso attuale, operar bene in ordine al debito fine, benchè l'azione non possa esser meritoria, mancandovi la giustizia abituale. Secondo Bajo, ogni azione non diretta al debito fine da un abito oltranaturale è intrinsecamente viziosa; mentre i Cattolici credono tale azione possa esser buona nella sostanza, benchè non lodevole in ogni parte: e questo indirizzo al debito fine può darsi anche nell'infedele e nel peccatore per opera della sola Grazia attuale: tali azioni possono esser buone in sè, ma non bene fiunt.

I teologi sono lontani dall'andare d'accordo nell'esposizione; e i Domenicani sopra l'opinione di san Tommaso compilarono il catechismo romano: i Gesuiti propendettero a Duncano Scoto, che asseriva l'uomo essere capace di qualche movimento verso il bene, fondandosi sulla bontà del Padre e la misericordia del Figlio; ond'erano tacciati di semipelagiani.

Maggiore efficacia all'arbitrio volle attribuire lo spagnuolo Luigi Molina, supponendo che l'uomo, senza il soccorso della Grazia, possa produr opere moralmente buone, resistere alle tentazioni, elevarsi da sè ad atti di fede, speranza, carità, contrizione; giunto a questo, Iddio gli concede la Grazia pei meriti di Gesù Cristo, per la quale prova gli effetti soprannaturali della santificazione: ma l'arbitrio rimane sempre indifferente anche sotto l'azione della Grazia, la quale esso può render efficace o no. In somma l'opera buona la giustificazione vengono dal cooperare della volontà e della Grazia; Iddio prevede, ma non determina l'azione, bensì vede qual sarà la deliberazione della volontà.

Piacque tale sistema, che nella sua chiarezza pareva conciliare l'azione della Grazia col libero arbitrio; ma viva guerra gli mossero i Domenicani come a liberalismo razionalista e superficiale. Per avere una precisa decisione sarebbe bisognato prima definir la natura della Grazia efficace, e la Chiesa non lo fece mai. Clemente VIII ne affidò l'esame a una congregazione De auxiliis divinæ gratiæ, ma questa si sciolse prima di nulla decidere: e si disse che ciò siasi fatto per non condannare un Ordine tanto benemerito come i Gesuiti.

Imposto silenzio su tale materia, non altro rimaneva più che di usare strettamente le parole della Chiesa e di sant'Agostino. Ma sant'Agostino insegnò egli appunto la dottrina adottata dalla Chiesa? Se poi il principio della giustificazione sta nella volontà e libertà dell'uomo, in modo che possa di per sè cominciare il suo rigeneramento e meritare per moto spontaneo della sua buona volontà, egli non è caduto irreparabilmente, nè in conseguenza è indispensabile la redenzione sempre vivente per opera di Gesù Cristo.

Questo opponevano gli avversarj ai Gesuiti, i quali, sostenendo l'opinione più larga e ampliando il benefizio della redenzione, parve portassero un rilassamento nella morale, un pericoloso tranquillamento delle coscienze e una sciagurata facilità d'assoluzione, tappezzando di velluto la via del paradiso. Per riazione altri teologi s'accinsero a ripristinare, come diceano, la vera scienza interiore dei sacramenti e della penitenza; e a tale intento Giansenio, vescovo d'Ipri, espose il sistema di sant'Agostino in modo da combattere i Semipelagiani, ed egli intendeva i Molinisti. Quell'opera rattizzò le controversie cui pretendeva sopire, e in essa si ripescarono cinque proposizioni repugnanti ai dettati della Chiesa e che Innocenzo X condannò; ma il litigio si prolungò fra equivoci e sottigliezze, che fu menato coll'entusiasmo e colla furberia, colle bajonette, e le caricature, e di cui si scandalizzò e si divertì il secolo di Luigi XIV in Francia. Il giansenismo confondeva nel primo uomo la natura e la grazia, la ragione e la rivelazione, sicchè in lui non v'era nè il fine soprannaturale detto la gloria, nè il mezzo soprannaturale detto la Grazia, ma fine e mezzi puramente naturali ad esso. Nell'uomo caduto e redento la Grazia non era che il restauramento della natura, la rivelazione non era che il restauramento della ragione naturale.

Mentre coi lassi militavano cattolici di santità e scienza segnalata, anche i rigoristi onoravansi dei nomi di Nicole, di Pascal, di Racine, di Arnauld, di Sacy, di Tillemont, insigni per scienza, e che la Chiesa non disgiunse mai dalla nostra carità. Non ebbero questi umiltà bastante per sottoporsi alla decisione del papa: non voleano però staccarsene: onde sostennero da prima che le proposizioni condannate non si trovano proprio in Giansenio; poi, che il papa non aveva intenzione di condannarle; indi che questo non è infallibile se non quando decida colla Chiesa riunita. Ma se la promessa di Cristo dee limitarsi ai Concilj ecumenici, la Chiesa non avrebbe più sufficienti mezzi per arrestare il progresso dell'errore ogniqualvolta essa non potesse adunarsi. Restringete con condizioni arbitrarie le promesse divine e indistinte, e si troverà sempre il modo di eluderle. Se la Chiesa può ingannarsi una volta, il potrà sempre. In somma il Giansenismo era ancora l'ostilità contro il papa, ma disciplinata; misurando i diritti della Chiesa e de' Concilj; disubbidendo, mentre si protestava obbedire. Pure se que' settarj negavano d'aver emessi, e sostenuti gli errori a loro attribuiti, non valea meglio prenderli in parola? Ma ne' partiti si vuol che l'avversario si dichiari nel torto, non già che si scusi o si giustifichi; e i nemici dei Giansenisti aveano preso anch'essi tal questione come personale, e la spinsero all'estremo. Tacciavano essi Giansenio di rinnovare Calvino, il quale avea detto che «i comandamenti di Dio sono sempre superiori agli sforzi dei giusti». Posto un Dio austero, men padre amoroso che esattore inesorabile, il quale impone una legge superiore alle forze e non concede i mezzi per adempirla: con un gelo razionale assideravano il germe della vita cristiana, approfondavano l'abisso fra Dio e l'uomo, sostituendo il fatalismo e la necessità del male alla fiducia nella Grazia; rinserravano fra la disperazione e l'incredulità. Straordinarj in conseguenza doveano essere i rimedj: onde, torcendo contro l'uomo la virtù sua stessa, e perdendolo pel desiderio di perfezione, i sacramenti venivano posti tant'alto da restare quasi inacessibili, da esser piuttosto la difficile ricompensa che non il mezzo del santificamento; la confessione rendeasi tanto più severa, quanto censuravansi i Gesuiti d'averla resa comoda mediante il probabilismo.

Dicono probabile quella opinione che, senza aver la forza e il carattere della certezza, pure determina a credere che un'azione sia permessa o vietata. Alcuno ha per probabile un'opinione quando ad affermarla si hanno maggiori ragioni che a negarla. Per altri a considerarla tale basta sia stata sostenuta da qualche teologo. Ad ogni modo il probabilismo non può cadere su nulla che osti alla morale o ai precetti divini ed ecclesiastici: nè su opinamenti intorno a cui la Chiesa abbia pronunziato. La volontà dell'uomo può spingersi fin dove Iddio non le pose limiti. Se legge v'è, l'uomo dee conformarvisi; ma una legge dubbia non toglie la libertà. Or questi dubbj sono appunto il campo del probabilismo: diviene però vizioso quando tenda a scusare i disordini, e mettere una maschera di onestà a ciò che la offende.