La morale evangelica suggerisce sempre il partito più umano, il più generoso; ma messa a cozzo colla natura depravata, e cogli interessi personali, non può non adagiarsi a consigli d'opportunità. Il confessore che dee dirigere le coscienze e risolvere i dubbj particolari, è sottoposto a terribile responsabilità, potendo o suggerire o non impedire un atto peccaminoso. Peccato che l'uomo abbia, la Chiesa non vuol gettarlo nella disperazione, ma lo chiama a pentire e soddisfare. Pure la soddisfazione non sempre è possibile, non sempre può determinarsene il preciso grado. Inoltre, sussisteva l'Inquisizione che puniva corporalmente; ed il peccatore lasciato un anno senza assoluzione e perciò senza i sacramenti, trovavasi esposto ai rigori di quella.
Si studiarono dunque ripieghi e compensi che, salvando il diritto della coscienza, non disperassero della salute, nè però allettassero colla soverchia indulgenza.
Maggiori dubbiezze porgevano la veridicità e le obbligazioni derivanti da promessa. Con quanti sofismi l'interesse non cerca di sottrarsi a carichi assunti! quanto transigere fra la legge dello spirito e quella della carne! Moralisti epicurei, della scuola del Machiavello, insegnarono a scientemente mentire, sicchè è insania il dire che i Gesuiti ciò inventarono perchè industriaronsi a conciliare l'onestà colle necessità della politica e la corruttela del mondo, e a salvar almeno la coscienza fra la crescente depravazione.
Di tale tolleranza erano essi imputati: e, vero o falso, ciò che d'uno si dice ha forza più di quel che è e fa veramente. Non cerchiamo dunque quanto di realtà ci avesse in accuse, mosse forse da quelli stessi che ruggivano contro la intolleranza della Chiesa: fatto è che quella società, nel secolo precedente denunziata come frenetica contro i miscredenti, allora fu tacciata di connivenza mondana, di avversione ai Cattolici austeri; e per una delle solite contraddizioni di partito, quei che avrebbero giudicato tirannide il proibire teatri, danze, lusso, dichiaravano lassismo il trovarvi scuse. Gran rigorista il domenicano Daniele Concina friulano (1687-1756) calde controversie agitò contro i Gesuiti, massime pel digiuno quaresimale e pei teatri; ristampò con aggiunte i casi di coscienza del Pontas; fe una Disciplina monastica, la Storia del probabilismo e del rigorismo (1743): la Teologia cristiana dogmatica-morale, le Lettere teologiche-morali relative ai casi riservati, la Quaresima appellante dal fôro contenzioso di alcuni recenti casisti al tribunale del buon senso: scrisse pure della Religione rivelata (1754) contro atei, deisti e materialisti; e gli integerrimi suoi costumi e la saldissima persuasione possono solo scusarlo dell'accannimento contro degli avversarj e dei moltissimi contraddittori, i quali avranno avuto la loro parte di ragione e di torto, come in ogni contesa umana[409].
Contro il gesuita Jacobo Sanvitali parmigiano il domenicano Vincenzo Patuzzi veronese agitò le quistioni del lassismo e del rigorismo col pseudonimo di Eusebio Eraniste. Altro campione del Concina, il padre Fassini di Racconigi combattè valorosamente il Freret intorno all'autenticità dell'Apocalisse.
Passarono per rigoristi il Rotigni di Trescorre, detto il priore di Brescia; il milanese don Celso Migliavacca ( — 1755) ed altri, contro dei quali sarebbe facile trovare violenti libelli d'imputazioni ingiuriose. Che se tali quistioni or pajono solo da sacristia, appassionavano tutti in tempo che tutti si confessavano, persino Voltaire. Viepiù le complicavano le gelosie fra gli Ordini religiosi, l'inestinguibile odio contro i Gesuiti e le arroganze principesche. Perocchè i re, se aveano un momento incensato ai pontefici quando si trovarono di fronte la rivoluzione, nemico comune, presto ripigliarono le pretensioni giurisdizionali, quasi restasse sminuita la regia dignità da cotesto papato che volea farsi credere un potere e un diritto. Cercavano pertanto restringere l'ingerenza de' nunzj[410], sottraendone le cause matrimoniali, ed escludendoli dai processi per delitti comuni; limitare le nomine riservate a Roma; pubblicare editti concernenti materie religiose; sindacare l'amministrazione de' beni ecclesiastici e fin le comunicazioni tra le chiese particolari e la romana; ridur la Chiesa ad una funzione dello Stato, e riformarla non a vantaggio del popolo o della nazionalità, ma nell'interesse del principe. Li secondava l'opinione, ch'è così facilmente abbagliata dalla forza o raggirata dall'intrigo.
Per imitare Luigi XIV di Francia, che avea fatto ammirare il despotismo amministrativo, e proclamata l'onnipotenza del re sottomettendovi anche la Chiesa e collocando il trono più alto che l'altare, si ridestarono le libertà gallicane. Queste erano restrizioni che, non già la Chiesa di Francia, ma alcuni dottori francesi aveano poste a Roma quando pareva ella invadesse il diritto civile e nazionale; e poco a poco crebbero a segno da escluder Roma da ogni ingerenza nella Chiesa e nello Stato francese, pur rimanendo nel cattolicismo. Con ciò non temperavano l'autorità pontifizia a favore della libertà popolare, bensì la libertà sottoponeano al re, facendolo indipendente. Da trentaquattro fra i centrenta vescovi di Francia, mandato regio congregati nell'assemblea del 1682 per (come dice Fleury) «mortificar il papa, e soddisfare il lor proprio risentimento», furono proclamati quattro articoli, la cui sostanza è: 1º che i papi nulla possano in generale o in particolare su quanto concerne interessi temporali ne' paesi sottoposti all'obbedienza del re di Francia; se il fanno, nessun suddito, sebbene ecclesiastico, è tenuto obbedirgli; 2º il papa ha sovranità nelle cose spirituali, ma pure in Francia la potestà sua è limitata dai canoni e decreti degli antichi Concilj della Chiesa. Se ne deduce l'assoluta dipendenza dei vescovi dal re; non devono uscir dal regno senza suo consenso; non vanno esenti da imposte, o dal fôro comune; non si conferiscono benefizj a chi non sia nazionale; tocca al re nominare o confermare le elezioni. Sono dunque libertà di re, il quale resta vero capo della Chiesa, come giudici ne sono le assemblee nazionali: gli ecclesiastici, non appoggiati più ad un potere lontano e indipendente, rimangono al pieno arbitrio dell'autorità civile, niente meno che gl'impiegati[411].
Così, invece della libertà della Chiesa universale zelavansi privilegi d'una particolare: ma sotto il nome di Chiesa gallicana celavasi qualcosa di più durevole ed effettivo, la paura di una autorità, inerme e perciò non domabile colle bajonette, che si estende sopra ducento milioni di Cattolici, e che alcuni per venerazione, altri per dispetto dichiaravano onnipotente. Vi si applaudiva anche fuori, per la pendenza allora cominciata di centralizzare le amministrazioni, sull'esempio di Francia; e per la scossa che il libero pensare dava al sentimento dell'autorità, il quale avea dettato i regolamenti del medioevo. Che se nel secolo precedente la gran protesta contro la Chiesa avea diviso gli eterodossi dai cattolici, ora in seno di questi sottraeva l'obbedienza al pontefice, per attribuirla ai re; salvo nel secolo successivo a negarla anche a questi[412].
I Romanisti dicono: La Chiesa è una monarchia che il papa governa per mezzo dei vescovi; successore di san Pietro principe degli apostoli, egli nomina i vescovi o da solo o in accordo coi governi: i vescovi, col concorso dei sacerdoti da essi ordinati e da loro dipendenti, amministrano i sacramenti, insegnano; sotto la vicaria paternità del papa esercitano tutti i poteri spirituali, eccetto la suprema determinazione della fede, che ricevono da esso, e che trasmettono ai laici. Il papa, in cui risiede l'autorità cattolica, pronunzia dalla cattedra come infallibile; i vescovi da lui istituiti, e i preti che da questi dipendono formano il legame della Chiesa[413].
Invece di ammettere questo prezioso accordo di monarchia, aristocrazia, democrazia, attuato nella repubblica cristiana, i Giansenisti, traendo in mal senso parole che buono l'aveano, sostennero che sant'Agostino, col dire che le chiavi non homo unus sed unitas accepit Ecclesiæ, ponevano l'università de' fedeli al disopra del pontefice; per modo che vera sovrana sia la generalità de' credenti, e loro ministri o delegati i vescovi e il papa, a cui obbediscono solo quando e in quanto vogliano[414].