I vescovi sono tutti successori degli apostoli, i quali furono scelti da Cristo al par di Pietro, la cui primazia non fu nulla più che una presidenza. Adunque la podestà dei vescovi non emana dal papa ma da Cristo stesso, per l'intermezzo degli apostoli e per la non interrotta successione. Ogni vescovo sia scelto dai fedeli della sua diocesi, e istituito dai vescovi della provincia, i quali all'occasione diventano tribunale per proteggere i preti contro il vescovo: esercitano tutti i poteri spirituali, e pronunziano sul dogma, sotto la presidenza del papa. Il papa è successore di san Pietro, non perchè vescovo di Roma, ma perchè papa, cioè scelto dagli altri a preside; come scelsero il vescovo della metropoli del mondo, potrebbero designarne un altro: e papa è quel ch'essi tengono per tale. Il Concilio di Costanza proferì decaduti i due papi e ne nominò un altro: e volle che dall'elezione derivino tutti gli impieghi e le dignità; e ogni dieci anni abbia a convocarsi il Concilio, nel quale risiede l'autorità cattolica. Nessun Concilio vale se non preseduto dal papa, ma la parola del papa non vale se non perchè promulga ciò che il Concilio ha deciso; e ciò che ha deciso questo non diviene irreformabile se non quando l'abbia accettato la Chiesa. Il papa ha la presidenza della Chiesa: il Concilio ecumenico ne ha l'autorità: l'assemblea intera de' fedeli, preti o laici, è infallibile. Tale, dicono, era la costituzione primitiva, alterata per circostanze che la storia registrò.
E intorno all'infallibilità del papa fanno riserve, prima sull'oggetto de' giudizj, sottraendo al papa il proferire in materia ch'essi dichiarano non interessare la religione e la disciplina; secondo, sul soggetto che dee proferire i giudizj, dichiarando indefettibile la sede, non il sedente: infallibile non il papa, non la Chiesa dispersa, ma raccolta in Concilio universale, e i cui decreti siano accettati all'unanimità; terzo, sulla modalità dei giudizj. Con ciò mascherano la reluttanza, ma quando sieno serrati, son dialetticamente costretti a pronunziare che i pastori insegnano l'errore; e s'appoggiano non all'autorità pontifizia, ma ad un esame storico critico; distinguono il corpo visibile della Chiesa dall'autorità spirituale di essa: quella infallibile, questa soggetta ad errore. Con senso privato esaminano dunque la tradizione, e all'antichità si appellano dalle decisioni della Chiesa contemporanea. Mentre il protestantismo, col criterio supremo della coscienza individuale, arrogava a ciascuno il diritto di interpretare a suo senso la Bibbia, il giansenismo accettava la condanna che ne pronunziò il sinodo tridentino; ma si riservava d'interpretare la Chiesa stessa, distinguendo la nuova dalla vecchia. Or qual cosa più facile che confondere la Chiesa coi documenti che ne esprimono la fede, e le parole e la storia spiegare in senso privato? Così prendeano un mezzo termine fra l'obbedienza in astratto e l'obbedienza in concreto; l'indocilità verso l'autorità viva della Chiesa coprendo colle attestazioni di rispetto ad un'antichità della Chiesa, foggiata a lor modo: quelli obbligano il credente a studj filologici, questi a indagine di archivj per trovare frasi e fatti, repudiando la legittima interprete vivente e perpetua delle tradizioni.
E appunto il richiamo verso i tempi primitivi è consueto ai Giansenisti. Con ciò rinnegano il progresso e lo svolgimento; perocchè non bisogna ritornare al passato per isciogliere il gran problema del presente; bensì volgersi all'avvenire colla coscienza del passato, coscienza di principj che stanno, mentre le forme si cangiano. Pure, anche guardando al passato, fin dai primordj i santi padri deplorarono gli abusi derivati dall'eleggersi popolarmente le dignità ecclesiastiche. Cristo elesse i proprj apostoli; questi elessero i loro successori, e così continuossi sempre. I Padri del sinodo di Trento, non che introdurre verun elemento democratico, anzi con lunghi ragionamenti ne mostrarono la sconvenienza, solo affidando ai capitoli delle cattedrali l'elezione dei vescovi: e fu condannata la dottrina del Richerio che mettea nel popolo il primo possesso della sovranità.
Mentre poi erano democratici in chiesa, fuori i Giansenisti mostravansi monarchici, come aveano fatto nel medioevo i Fraticelli; la riforma della Chiesa voleano ottener da altri che dalla Chiesa; e come Calvino avea detto «Non c'è altra giustizia in Dio che la volontà di Dio», i Giansenisti dissero «Nella società civile non v'è altra giustizia che la volontà del principe»; così esagerando l'autorità regia, fecero nascere la rivolta popolare.
Prima d'indicare lo svolgersi di queste dottrine in Italia accenneremo come eresie di più franca faccia s'introducessero, o si trasformassero le precedenti coll'innestarvi il razionalismo, venuto di moda fra i pensatori dopo la rivoluzione d'Inghilterra. Locke, nel Cristianesimo ragionevole, la questione ch'era da Cattolici con Protestanti trasporta a razionalisti con credenti, da chi accetta la parola rivelata a chi la ricusa. La Bibbia non ripudia egli, ma Cristo riduce a un essere umano, i misteri a verità di mera ragione, e conchiude che chiunque crede al Messia è fedele, per quanto differisca d'opinamenti; non è eretico nè scismatico chi pensa a modo proprio, ma solo chi pretende fare chiesa da sè: per credere a una vita fuor del corpo volersi dati positivi, nè questi poter darli che la rivelazione; i dogmi ricavati dalla Scrittura giova crederli, ma non mena a dannazione il fare altrimenti.
Questo deismo fu ridotto a sistema da Eduardo Herbert, da Collins che ripudia la resurrezione de' corpi, e sostiene che il mosaismo non ammette speranze postume: da Carlo Blount negli Oracoli della ragione; da Bury nel Vangelo nudo, da Shaftsbury che, armatosi d'epigrammi, vuol che della Chiesa non si parli che bernescamente: da Mandeville che mostra il vizio come causa di tutti i fatti grandi, di tutti i progressi sociali: da Toland che nel Cristianesimo senza misteri impugna i miracoli, poi anche la personalità di Cristo; gli apostoli aver copiato gli Egiziani, e il loro ascetismo dover cedere al culto della natura e dell'istinto; e nei Destini di Roma pronosticava imminente la caduta dei papi: da altri che ergevano la religione naturale sulle ruine della rivelata, alla fede surrogando la supremazia della ragione, dalla quale doveano essere garantite anche le verità religiose.
Il conte Lorenzo Magalotti, pur inclinato a quella filosofia spiritosa, gioviale, tutta mondo, scrisse Lettere famigliari contro questi spiriti forti, ove descrive un conte vissuto fra galanterie. «Entrate a tavola in gran compagnia: ecco il discorso della religione in campagna. Sentite un brutale discorrerne con poco rispetto; un altro che ci fa del libertino, portar con derisione un luogo oscuro della Scrittura; applaudire quello che ci fa il filosofo, e farne spiccare l'implicanza colla corrotta ragione naturale. Voi ridete ed applaudite, e piacendovi tutto quello che tornerebbe comodo alle esigenze del cuor vostro, la compiacenza a poco a poco senz'avvedervene vi tien luogo di persuasione... Entrate in letto; per conciliarvi il sonno leggete un capitolo del Trattato teologico-politico o del Leviatan, dite subito che hanno ragione... Dormite sino a mezzogiorno; andate in chiesa per vedere il bel mondo, affettate sopra tutto l'irriverenza, perchè questa vi pare che rialzi il concetto del vostro spirito, della vostra galanteria, della vostra bravura, e in questo caso vi rallegrate che vi sia religione al mondo per far gala di non farne caso. Questi sono i fondamenti del vostro ateismo».
Tali abitudini crebbero assai col difondersi della filosofia francese, perocchè il filosofismo, dall'Inghilterra propagato alla Francia, vi prestò quel ch'essa ha d'attraente e di contagioso nel carattere e nella lingua. Prima sparpagliò dubbj, poi si fece ateo, deista, sopratutto materialista, e beffardo al punto da isterilire fin il bene che predicava a titolo di filantropia; affettava scienza sapendo ben poco; dalle confutazioni sguizzava collo scherzo; vantava di riformare e non sapeva che distruggere, e non inventò nulla, neppur un errore.
Ma errori e verità pare non si diffondano per l'Europa se non attraversando la Francia, e in fatti da questa si propagò agli altri paesi come al nostro l'incredulità galante, non più sotto abito monacale e con gergo teologico, ma lepida, caustica, ironica, negando il fallo primo e la necessaria riparazione; il culto e tutta l'attuazione esterna della religione qualificando astuzia di preti, tradizione di gabbamondo; appellando al senso comune, ragionacchiando senza nè storia nè autorità, sentenziando senza aver mai studiato di materie nelle quali esitano coloro che vi logorarono la vita intera, abbattendo senza riedificare, facendo una gaja abbaruffata contro il papato, quasi il repudiarlo fosse necessario al progresso; professando con Bolingbroke che dove il mistero comincia finisce la ragione, intitolando pregiudizio tutto ciò che non rispondesse all'arida ragione, e follia ciò che non produce egoistici piaceri; riducendo la filosofia a puro sensismo che esclude tutto quanto non si brancica; la politica giudicando dalla riuscita; sofisticando o deridendo le verità che meglio consolano il cuore, e tranquillano lo spirito; coi frizzi, cogli aneddoti, colle cene, colla sensibilità volendo spegnere il desiderio dell'immortalità, e le aspirazioni al soprasensibile. A dritto dunque il costoro patriarca Voltaire potè vantarsi d'aver fatto ben più che Lutero e Calvino. Questo cortigiano della fortuna e del piacere, che vantavasi ciambellano dei re e trafficava di Negri; che applaudì agli sbranatori della Polonia e sputacchiò Giovanna d'Arco; che scrisse un infame poema e osceni romanzi, mentre vantavasi rigeneratore della filosofia e della religione, sicchè potè dire De Maistre, «Non v'è nel giardino dell'intelligenza un sol fiore che questo verme non abbia contaminato», meritò le imprecazioni di quanti v'ha pensatori o patrioti. Ed oggi l'Italia redenta soscrive per erigergli un monumento, e le autorità ne danno l'esempio, e i maestri spingono gli scolari all'infame sacrilegio. Ed han ragione, perocchè egli proclamò la dottrina che oggi è più applicata: «Calunniate, calunniate; qualcosa ne resta sempre».
E ben que' maestri dovrebbero dire ai loro allievi che la menzogna fu il costui distintivo. Egli smentiva sfacciatamente i proprj scritti, chiamandoli persino abominevoli e infami; dedicava la sua Merope al nostro Maffei, dal quale l'avea desunta, e nel tempo stesso gli lanciava una villana critica sotto il nome di abate Lalandelle: a Benedetto XIV dedica la sua tragedia Maometto, chiamandolo decus et pater orbis e baciandogli i sacri piedi[415], al tempo stesso che diceva: «Mia parte è di buffonchiare Roma e farla servire alle mie piccole voglie»; e «Verrà tempo che metteremo sulla scena i papi, come i Greci metteano Tieste e Atreo per renderli odiosi»[416]. Al vescovo di Mirepoix scriveva: «Grazie a Dio, la religione m'insegna quel che bisogna soffrire. Il Dio che l'ha fondata, dacchè degnò farsi uomo, fu il più perseguitato di tutti; dopo un tale esempio è quasi un delitto il lamentarsi. Davanti a Dio che mi ascolta posso asserire d'essere buon cittadino e vero cattolico; e lo dico perchè sempre l'ebbi in cuore. I miei nemici mi rinfacciano non so quali Lettere Filosofiche: la più parte di quelle stampate sotto il mio nome non sono mie; avevo lette al cardinale Fleury quelle che falsificarono così indegnamente» (ottobre 1743): e intanto a Formont scriveva: «Ebbi cura nel leggergliele, di tacer tutto che potesse sgomentare sua divota eminenza: egli trovò piacevole quel che restava, ma il poveretto non sa quanto ha perduto».