E cotesto vero cattolico insinuava a tutti: «Schiacciate la infame», cioè la religione; a Dannilaville: «Vorrei che schiacciaste la infame: qui sta il punto: bisogna ridurla qual è in Inghilterra»; e a Thiérot: «Non si può assalir la infame ogni otto giorni con scritture ragionate, ma si può andare per domos a spargere il buon seme»: e «Il primo dei doveri è annichilar la infame»: ed «È vero che c'è de' preti alla Bastiglia? bell'occasione per ischiacciare la infame»; e «Appena ho un momento di posa, medito portar l'ultimo colpo alla infame. Credo che il miglior modo di piombare sulla infame è il mostrare di non aver voglia d'attaccarla»[417]. Eppure intanto carteggiava col papa, teneva un confessore, assisteva alla messa, riceveva i sacramenti, dichiarando voler vivere e morire nella religione cattolica apostolica romana; piccole facezie, com'esso le chiama, alle quali assoggettavasi perchè non avea ducentomila uomini a' suoi comandi.
Colla costui ispirazione e cogli esempj inglesi erasi formata una scuola, che, professando fede sconfinata nell'umanità e nessuna in Dio, volea smuovere il mondo senza aver un punto d'appoggio; riformarlo coll'eguaglianza, la libertà, la fraternità senza comprendere che questi sono sentimenti e canoni cristiani, senza volerli come parte della giustizia e della carità evangelica; predicavano l'amor del bene come frase, sebben in alcuni sincera; una virtù generica, che non s'impone alla vita pratica; una cittadinanza del mondo, che assolvea dai doveri di patria e di famiglia. E poichè l'opinione non è ascoltata se non si fa accusatrice, denigravasi e denunziavasi tutto il passato, e principalmente l'istituzione più conservatrice dell'autorità.
Dal riso sardonico di Voltaire e dalla biliosa sentimentalità di Rousseau i nostri imparavano che tutto il passato era un male; bisognava dimenticarlo, e assumere abitudini, credenze, sentimenti, leggi, non secondo la tradizione e l'esperienza, ma secondo canoni filosofici prestabiliti, eguali per ogni tempo e luogo; sono i grandi uomini che innovano le nazioni; bastano leggi e decreti per conseguire quel che si vuole: e perchè quei decreti siano buoni ed eseguiti richiedesi governo libero, cioè che non trovi impedimenti di nobiltà, di corporazioni, di clero. I più begli atti, i migliori sentimenti, questo spettacolo dell'umanità che progredisce faticosamente migliorando, sono calcolo, furberia, secrezione, accidente. Dio non v'è, o così alto che non bada alle azioni di quest'essere che egli gettò sulla terra per un giorno.
Tolta l'idea d'un'origine comune, d'un fallo primitivo e della conseguente espiazione, l'uomo non deesi credere nato che per se stesso e per godere; e maledetti gli uomini e le leggi che ne l'impedissero. Quindi la cura di cercare il ben essere proprio e l'altrui, la quale da carità cristiana mutavasi in filantropia filosofica, non operante per Dio ma per gli uomini, amando questi senza abborrire il peccato, nè riconoscere altri doveri che quelli degli onesti uomini, altra sanzione che la stima de' concittadini.
L'espressione più significante della filosofia d'allora fu l'Enciclopedia, immensa opera dove gl'ingegni più belli e più paradossali s'accordarono a formar l'inventario dell'umano sapere per gloriarlo delle conquiste fatte; inventario dove si confondono il sublime e il buffo, l'errore e la verità, lo scetticismo e l'intolleranza; sempre eliminando l'anima dalla natura, il creatore dalla creazione facendo astrazione dall'uomo, dalle idee sue, dai suoi bisogni, fin dai dogmi della scienza che per l'uomo solo sussiste: e storie, viaggi, matematiche, scienze naturali strascinando a cospirare contro Dio[418]. Gli enciclopedisti ignoravano ancora il mondo orientale, e i simboli primitivi, scopertisi dappoi: della religione non consideravano che l'abito esterno, talchè s'attaccavano a qualche forma di culto, a qualche colpa di preti, ne traevano risa ed epigrammi e la persuasione che tutto fosse impostura di re e di sacerdoti per usufruttare un popolo tenuto nell'ignoranza, nella superstizione e nella miseria. Tutto asserivasi col furore del fanatismo; e scossi tutti i principj, andavasi dritto alla materialità, ora proclamata sfrontatamente, ora sottilmente dedotta con sofismi epigrammatici, adulando il male e cercando abolire le coscienze.
I nostri, avvezzi a cercare nella letteratura francese le voluttà dello spirito e la norma del pensare, si ispiravano a quella, e non credeasi assicurato un posto nel tempio della gloria chi non avesse ottenuto un applauso dai filosofisti, non fosse penetrato ne' loro circoli, alle loro cene: i regnanti stessi ne chiedeano il parere, ne sollecitavano le lodi, mentre dagli amari sarcasmi e dal tono dispotico di loro restavano paralizzate le penne che osassero esporre la verità. Un Piattoli, avvocato di Modena, avea scritto un Saggio intorno al luogo ove seppellire. Un ministro del duca gliene scrivea congratulazioni; e «Piace al serenissimo il di lei coraggio per l'erudito opuscolo, di cui per altro gli resta qualche vaghezza di udire cosa ne sentano i Francesi, e segnatamente M. Dalembert». Uno degli uomini più tranquilli, direi sino infingardi, fu Cesare Beccaria. Eppure quand'ebbe pubblicato il suo libretto sui Delitti e le Pene, del quale era ben lontano di supporre l'importanza, e ancor meno il rumore che desterebbe, nulla gli parve sì beato come il riceverne congratulazioni dall'abate Morellet, adepto ed organo de' filosofisti. E gli rispondeva: «Io debbo tutto ai libri francesi: essi hanno risvegliato nell'animo mio i sentimenti d'umanità, ch'erano stati soffocati da otto anni d'educazione fanatica... Dalembert, Diderot, Elvezio, Buffon, Hume, nomi insigni che nessuno ode senza sentirsi commuovere, le vostre immortali opere sono mia lettura continua, ed oggetto delle mie occupazioni nel giorno, delle mie meditazioni nel silenzio della notte... Da soli cinque anni data la mia conversione alla filosofia, e ne vo debitore alle Lettere Persiane. La seconda opera che compì la rivoluzione della mia mente è quella d'Elvezio».
Ma questo abate Morellet trovava giusto che fra noi fosse lodato lo Spirito di Elvezio «car de tous les Européens ceux qui estiment moins l'humanité sont sans contredit les Italiens».
Brillò tra' que' filosofi Luigi Antonio de' Caraccioli, parigino ma di origine italiana, oratoriano, e che vuolsi qui nominare perchè autore delle Lettere di papa Ganganelli; opera migliore dell'altre sue, onde taluno le credette genuine e tradotte dall'italiano, ma l'originale neppur di una si trovò, quand'anche i sentimenti non ne rivelassero l'impostura, che può sfuggire soltanto agli occhi lippi di qualche moderno. Il Caracciolo avea pur fatto «il Cristiano moderno svergognato dai Cristiani de' primi tempi»: poi cessatagli una pensione che traeva dalla Polonia e una dall'Austria, morì poverissimo nel 1803.
Ai cenacoli degli Enciclopedisti e delle loro amiche acquistò pur fama colle arguzie originali e coll'empietà l'abate Ferdinando Galiani napoletano, i cui dialoghi da Voltaire erano trovati «dilettevoli quanto i migliori romanzi, istruttivi quanto i migliori libri serj». E venne di moda in quella città, ad assennate disquisizioni mescolando il paradosso, e di paradosso dando aria alla stessa verità, tanto per isfavillare di spirito ed esser nominato. Da quei convegni trasse il disprezzo degli uomini e d'ogni entusiasmo, fin della gloria quando non frutti denaro: ma negli ultimi giorni si ricoverò alla religione de' suoi padri.
A Venezia la libertà sfogavasi col mal costume e col dir male della Chiesa: il governo restrinse a questa la facoltà di possedere, e il mandar denari a Roma; impose taglie sui beni ecclesiastici; altri provedimenti fece, pei quali Clemente XIV la ammonì colla mansuetudine che i tempi esigevano, e n'ebbe risposta altera, come i tempi suggerivano. Colà uscì nel 1766 Del celibato, ovvero riforma del clero romano, trattato teologico-politico del C. C. S. R., e a Venezia, o almeno colla data di Venezia si stampavano le opere più ostili a Roma e alla Chiesa.