Carlantonio de' Pilati, nato a Tassullo in Val di Non il 1733, insegnò giurisprudenza a Gottinga, poi a Trento, indi lasciò la cattedra per viaggiare Francia, Olanda, Germania, Danimarca, insinuandosi nell'alta società fin a dare pareri a Giuseppe II e Leopoldo II. Quando il Tirolo fu invaso dai Francesi, egli vi tornò presidente al consiglio supremo del Tirolo meridionale, e morì il 27 ottobre 1802.
Oltre varj libri di affettata giurisprudenza, dettò Dei mezzi di riformare i più cattivi costumi e le più perniciose leggi d'Italia; giacchè il moderar gli eccessi e riformare gli abusi fu sempre il pretesto onde distruggere l'autorità. Dapprima egli non domandava a Clemente XIII che di abolire la mendicità ed altri parziali rimedj, ma nelle successive edizioni invelenì, scagliandosi contro preti, frati, papi con idee più protestanti che giansenistiche; domandando che i principi traessero a sè ogni azione; istituissero collegi, dai quali togliere poi gl'impiegati dello Stato, infondendo così a tutti le idee che il principe vuole. Talora introduce apologhi di mal gusto e anche scurrili, a imitazione di Voltaire.
E imitazione di Rousseau sono le Riflessioni di un italiano sopra la Chiesa in generale, sopra il clero sì regolare che secolare, e sopra i vescovi ed i pontefici romani, e sopra i diritti ecclesiastici de' principi, precedute dalla relazione del regno di Cumba e di riflessioni sulla medesima, stampate a Borgofrancone, cioè Venezia il 1768, che da alcuni si attribuiscono a Giuseppe Pujati, ma i più le assegnano al Pilati. Comincia da un allegorico racconto dei mali che recò a un'isola l'introdurvisi di missionarj, che spacciando per miracolo la loro scienza, svogliano dalla primitiva semplicità, insegnano a fabbricare, aprono scuole, empiono il paese di letterati, mentre la campagna si rende deserta e sentesi la fame: le belle arti si difondono, mentre camminasi alla miseria. I missionarj allora predicano dottrine che prima aveano dissimulate; la supremazia del papa; i meriti del celibato, l'utilità delle opere pie, l'indissolubità del matrimonio, la difficoltà del salvarsi, le indulgenze. Da qui un cumulo di vizj, e la necessità di repressioni vigorose e di tribunali, ove i missionarj riescono a impiantare il diritto canonico, a tal fine uccidendo il re per surrogarne un ligio. Poi i frati cominciano a disputare fra sè e massime contro i Gesuiti, tacciati di insegnare il regicidio.
Ognun vi riconosce il tema allora messo di moda da Rousseau, da Raynal, da Bernardino di Saint-Pierre, d'accusare de' vizj sociali la civiltà, applicandolo specialmente alla religione. E l'autore ne deduce quanto di peggio mai s'argomentò contro le corporazioni religiose, tessendone a suo modo la storia, dando come regola o consuetudine gli abusi, come dottrina cattolica le sentenze di qualche canonista, e sempre protestando che la sola verità lo costringe a parer calunniatore. Non credano i principi che basti distruggere i Gesuiti: gli altri frati faranno altrettanto e peggio; arriveranno fino a ricorrere alla santa sede contro i loro principi, e a ribellare i popoli. Bisogna levare ai frati l'istruzione della gioventù, il confessare, predicare, catechizzare, le loro feste particolari, gli oratorj, e ridurli sotto l'obbedienza dei vescovi. Prima però di distruggere i frati bisogna riformare il clero secolare pei seminarj, pei benefizj; e «lasciar che il papa protesti com'ei vuole, e ch'egli mandi quante bolle gli piace; quella Corte già sa che sono passati i tempi degli Arrighi, e che il lanciare in questi giorni una scomunica contro ad un sovrano, altro effetto non produce che lo sdegno degli uni e le beffe degli altri».
Deplora che gli Italiani siano ormai soli a subire il giogo della Corte romana, la quale «da più secoli ha precipitata la verità in fondo a un abisso, dov'essa viene da millantamila Cerberi di color rosso e pavonazzo e nero e scuro e bianco e bigio e cenerognolo, per siffatta maniera guardata e custodita, che, se taluno mostra di volersi soltanto dalla lunga a lei approssimare, cotesti mostri incontanente se gli avventano addosso, e l'afferrano e mordonlo e laceranlo, e fannolo miseramente in mille brani». E qui protestando esser cattolico, e perciò astenersi da molte verità, s'avventa contro la religione, mostrando che ne' suoi primordj non correa distinzione fra il popolo e il clero, e svolgendo la disciplina, asserisce l'intera dipendenza della Chiesa dallo Stato, fin a dire: «Chi potrebbe dar torto a' nostri principi s'essi venissero nella risoluzione di non voler più soffrire ne' loro Stati la religione cristiana con alcuni di que' suoi principj, con cui è stata praticata finora, e che però essi ci proponessero di abbandonare o cotesti principj o le loro terre?» Molto male si può far ne' Concilj, e perciò niuno si dee poter tenerne senza commissari del principe. E via sulle orme del Böhmer, del Lounoy, del Dupin, del Barbeyrac arroga allo Stato il pieno dominio sulla Chiesa, la quale non è che un collegio di fedeli; le toglie il diritto di possesso; le immunità considera come usurpazioni, al par della primazia di Roma; e gli abusi delle indulgenze e gli sbagli delle Decretali, e le trascendenze del fôro ecclesiastico compulsa con molte cognizioni legali e sfoggio di storia a suo modo, desunta da fonti ben conosciute.
Venuto un tempo ove si rimescola ogni fango, anche quell'opera si ristampò a Torino nel 1852.
Suo pur credo il libro Di una riforma in Italia, stampato a Villafranca, cioè Venezia, il 1767, poi ancora il 1770, indi il 1786 colla data di Londra (Lugano) assai cresciuta e coll'aggiunta di venti novelle.
«Io protesto (dice) che sono amico della nostra fede, ma nemico degli abusi che danno il guasto alla nostra Italia. Laonde non temo di poter essere incolpato d'eresia veruna, se non che da qualche ignorante chiericuzzo o da qualche stordito frate, o da qualche maligno spirito». E il capo I che tratta del pontefice e delle leggi canoniche comincia: «Io non intraprendo qui d'attaccare i legittimi diritti del papa, nè di scemare l'autorità delle leggi ecclesiastiche, che alla giustizia, al decoro e allo spirito della vera Chiesa sono conformi. Essendo io cattolico, non voglio scrivere nè consigliare cose che a persona cattolica non si convengano».
Tratta poi della tolleranza religiosa, del clero, dei monasteri, del culto de' santi, delle loro vite, de' libri ascetici; dell'uso de' santi padri; della teologia, degli studj di storia ecclesiastica e diritto canonico; della religione; dei beni ecclesiastici; di mezzi generali per intraprendere una certa riforma. Soggiunge un'umilissima supplica del popolo romano al sommo pontefice pel ristabilimento dell'agricoltura, delle arti, del commercio, delle leggi civili[419].
Un altro libro conosciamo della risma stessa, intitolato: All'Italia nelle tenebre l'Aurora porta la luce. Riflessioni filosofiche e morali. Documenti ed avvisi all'Italia. Sistema nuovo mai trattato pria, tanto dagli antichi che dai moderni scrittori. Milano, 1796. È senza nome d'autore, ma in fine delle trecennovantuna pagine è firmato Enrico marchese l'Aurora[420]. Vi si produce un nuovo sistema di creazione, con sette cieli abitati da angeli, dotati di maggiore o minor grado di perfezione, vigilanti alle vicende del mondo, poi la creazione dell'uomo a cui Dio impone tre soli precetti. Sostiene che il feto non riceve l'anima che al momento di nascere. Propone una pace universale, col solito ordigno del congresso, e la distribuzione dell'Italia in otto dipartimenti, sotto un presidente; riformando la religione, abolendo i preti e i frati minori di 40, e le monache di 30 anni, pensionandoli a vita, e il doppio se si maritano.