Cagliostro andò egli propagando queste pratiche nell'intento (dic'egli) di provare l'esistenza di Dio e l'immortalità dell'anima, e distruggere quanto han di superstizioso gli altri sistemi massonici. Dall'Olanda passò a Venezia, poi a Pietroburgo, traversando le varie città di Germania, accolto dapertutto dai Franchimuratori, e dapertutto predicando, profetizzando, guarendo, procurando visioni or di vivi or di morti, e istituendo loggie. A Francoforte sul Meno gli fu mostrato il codice gelosamente custodito, contenente i nomi di tutti i capi e il giuramento di distruggere il presente ordine sociale, prima in Francia, poi in Italia e particolarmente a Roma: e seppe esservi ventimila loggie: e che centottantamila massoni pagavano ogni anno cinque luigi l'uno; col qual denaro manteneansi i capi e gli emissarj, e soddisfaceasi ai bisogni e agli intenti della società.
A Lione istituì la loggia primaria, col titolo di Sapienza Trionfante, consacrandola con riti simili agli ecclesiastici e v'ammise anche personaggi d'alto stato[431], che stordì coi portentosi apparimenti e colle visioni del pupillo. Una volta però invece di angeli apparvero scimmie: un'altra fu veduto egli nelle nuvole fra Enoch ed Elia. Sperò fino, coll'ajuto della Corte, far approvare questo rito dal pontefice, come già il teutonico, ai soliti voti aggiungendo quello di convertire i Protestanti senza violenza.
Quanto ai principi, or suggeriva la subordinazione, or la rivolta, secondo il genio degli uditori; del pontefice e della gerarchia ecclesiastica sempre diceva il peggio; molti testimonj, e principalmente la moglie confermarono o smentirono le sue asserzioni, e che non riuscì mai se non convertire i cattolici in miscredenti, gli atei in deisti con quelle ridicole sue prediche sui dogmi, in un gergo fra siciliano e francese, senz'ordine nè scienza. Gl'inquisitori vollero averne qualche saggio, onde escussolo sopra una temeraria allocuzione di lui sulla redenzione, scrissero fedelmente la sua difesa che diceva: «Rispondo che tutto è falso, perchè nel mio sistema primitivo, in tutte le mie operazioni fo gran caso del serpe col pomo in bocca, che è la mia cifra, che denota la causa del peccato originale e di tutte le nostre disgrazie per cotesto: e che la redenzione di nostro signor Gesù Cristo è stata quella che l'ha traffitto, come noi dobbiamo sempre avere avanti agli occhi e nel cuore costui, come gli occhi ed il cuore sono lo specchio dell'anima; e che tutt'uomo deve essere sempre in guardia contro tutte le tentazioni diaboliche, ed in conseguenza credo tutto questo, e la redenzione di nostro signor Gesù Cristo ed avendo sempre fatto osservare questa, non è possibile che io abbia parlato come sopra, perchè sarei andato a disdire tutto quello che ho detto dapertutto».
Interrogato sul catechismo, se ne palesò affatto ignaro. Chiesto se l'uomo abbia potenza sugli spiriti celesti, rispose: «Io credo che, colla permissione di Dio, l'uomo può comandarli, perchè Dio benedetto avanti la sua morte ha lasciata a noi la visione beatificante e divina[432], e perchè l'uomo è stato creato a similitudine di Dio, e gli angeli non sono stati creati come l'uomo, ma divinamente».
Eppure molti andavano inebbriati de' suoi discorsi: li conservavano a mente, li ripetevano: lo considerarono come qualcosa più che umana: nelle lettere era chiamato coi titoli che si profondono oggi a Garibaldi; baciargli la mano, prostrarsegli chiedendo la benedizione. Mio maestro; dopo l'Eterno, mio tutto — Mi getto ai vostri piedi consegnandovi il mio cuore. — Qualunque possano essere li vostri ordini sovrani, o mio maestro, gli adempirò collo zelo che dovete aspettarvi da un suddito che vi ha giurato l'obbedienza più cieca. — Nessuna cosa uguaglia i vostri benefizj, se non la felicità che ci procurano, son frasi delle lettere trovategli, ed egli sapeva colla condiscendenza o col rigore coltivare quell'entusiasmo, asserendo gli atti suoi esser effetto d'ispirazione superna. Lasciamo via i suoi miracoli e le profezie; le rivelazioni delle pupille talvolta erano artificiosamente preparate; d'altre neppure la moglie dava altra ragione se non l'arte diabolica; e il gazzettiere Morand, suo implacabile nemico, non volle vedervi che maestria da giocoliere. Cagliostro protestava non aver mai operato coi diavoli, ma «non ne ho mai capito nè capisco il costrutto». E davvero que' dialoghi delle pupille ci pareano da pazzi quando le leggevamo in nostra gioventù, lontanissimi dal supporre che, come tant'altri errori e scelleraggini e ridicolezze, che credevamo cadute per sempre, dovessero rinascere a mortificazione della nostra vanità[433].
Roma che avea svelato le imposture del Gabrielli e dell'Oliva, di Cordano e di Gabrino di Pietro d'Abano, del Borri, dissipò le costui. Stretto da argomenti, rimandava di non capire più se stesso; non sapere più cosa dire: «compiango il mio stato infelice: domando solo soccorso per l'anima» e chiedeva di ritrattarsi «in faccia a un milione di suoi seguaci». Poi ricadeva negli errori, e ad inveire contro gli esaminatori, contro la corte di Francia che, dopo il processo della collana, per rovinarlo avea corrotto fin sua moglie.
Finita l'inquisizione, accettò per suo difensore il conte Bernardini avvocato de' rei al Sant'Uffizio, al quale volle aggiungersi monsignor Costantini avvocato de' poveri. Udito a che punto si trovasse, chiese ajuti e istruzioni spirituali, e mostrossi ravveduto e pentito. Atteso ciò, gli venne risparmiato d'essere consegnato al braccio secolare, che volea dire alla morte; e fu condannato a carcere perpetuo in fortezza: fatta abjura delle sue eresie, venga assolto dalle censure; resti solennemente riprovato il suo manuscritto Maçonnerie Egyptienne, e bruciato pubblicamente cogli arnesi della setta; si proibirà di nuovo la società de' Liberi Muratori, con particolare menzione del rito egiziano e di quella degli Illuminati, comminandovi le più gravi pene temporali (7 aprile 1791).
Chiuso nel forte di San Leo, posto in cima d'un monte isolato, entro una camera scarpellata nel sasso, dove si scende per una scala a piuoli, e illuminata solo poche ore da un pertugio, non potè più fare miracoli; chiese di confessarsi, e tentò strozzare il Cappuccino per ciò mandatogli, sperando uscire colla tonaca di questo: onde custodito a maggior rigore, più non se ne intese parlare. I Giacobini lo contarono fra i martiri dell'Inquisizione, e m'aspetto che da oggi a domani venga santificato tra le vittime della tirannide romana[434].
A tale irruzione d'errori e di superstizioni in nome della ragione e dei lumi, esclamavano gli spiriti retti. Il buon latinista Jacopo Facciolati dice che al tempo suo, delle cose religiose disputavasi fin nei caffè (viatica): molti preti professavano quel che non credevano: duolsi che gli studj teologici fosser poco coltivati in Italia, nessun orientalista in Venezia, e che i principi lascino migrare da noi ai Sarmati il sapere (Lettere). E per verità il secolo XVIII fu compassionevole anche perchè, fra tanti attacchi così funestamente frivoli, non comparivano difese abbastanza efficaci: alcuni non faceano che scomunicare, sempre in aria dell'angelo Michele che schiaccia il perverso; altri declamavano retoricamente, come il vescovo Adeodato Turchi; passioncelle da sacristia e l'abbaruffata giansenistica di cui parleremo, occupavano o distraevano il clero, per non dir nulla degli abati galanti, come il Frugoni, il Parini e purtroppo il Casti. Ma non v'è forse scrittore italiano di grido che non movesse querela di tal corruzione. A tacere il buon Metastasio[435], il Parini rinfacciava ai giovani signori suoi contemporanei, di trar a quella malsana bevanda[436]. Lo Zola cantava:
Zendrin, quanti del Nord empi e superbi