Dall'istesso concetto di cavare l'antidoto dalla vipera nacque il pensiero di tradurre a Lucca l'Enciclopedia, mettendovi delle note che tranquillassero gli scrupoli; e l'arcivescovo Mansi aveva assunto di correggere così gli articoli di scienze sacre; appunto come chi credesse neutralizzare l'arsenico con una presa di zuccaro.
Meglio l'abate Zorzi veneziano avea divisato un Enciclopedia italiana da opporre alla francese, e mandò fuori per programma un albero delle scienze, diverso dal baconiano, con due articoli di capitale importanza, sulla libertà e sul peccato originale; chiese a collaboratori i migliori ingegni d'allora, ma la sua morte mandò a vuoto un'impresa, ove l'Italia sarebbe potuta mostrarsi meglio che nel tenue assunto, cui troppo spesso si rassegna, di compendiare e tradurre.
DISCORSO LIII. PREVALENZA DE' GOVERNI LAICI. ABOLIZIONE DELL'INQUISIZIONE E DEI GESUITI.
Erano di origine differente e differente intendimento Giansenisti e Filosofisti; quelli dediti alle austerità, questi all'epicureismo; quelli appoggiantisi all'autorità, questi sagrificando ogni fede alla pura ragione; quelli accinti a ricondur la religione alla ascetica semplicità de' primi secoli, e dicendo «Ciò ch'è antico è divino, ciò ch'è nuovo è diabolico»: questi tempestandola di dubbj, d'epigrammi, d'insulti, e rimbalzandosi per parola d'ordine «Guerreggiar la infame». Eppure accordavansi nello scalzare la sede romana, e preparare una rivoluzione nella Chiesa. Ma poichè rivoluzione è il cessare dallo sviluppo regolare per gettarsi alla ventura di fatti improvisi e imprevisti, mentre forse i caporioni ne speravano guadagno di libertà popolare, i principi conobbero potrebbero giovarsene per ingrandire la propria podestà, sostituendo alla teologia l'avvocheria, rendendo dispotico il governo nelle cose sacre come aveano fatto i Protestanti, e separandolo, non ancora dalla Chiesa, come fu proposto solo jeri, ma dal pontefice. Col furore d'una moda, in tutte le Corti passò il farnetico d'imitare Luigi XIV; e in Italia, dove unica restava questa grandezza, la supremazia papale fu contrastata dalle case regnanti, tentate allo scisma dalla seduzione del despotismo. Tutto ciò sotto il manto della filantropia, tanto che direbbesi, non volendo più forzare ad obbedire alla giustizia, volessero mostrar giusto l'obbedire alla forza: invece di fortificare la giustizia, giustificar la forza.
Noi non dobbiamo qui riprodurre fatti che altrove particolareggiammo[442], indicando come i re si facessero proseliti della ribellione contro l'autorità. Già nel Discorso LI mentovammo gli intendimenti della Casa di Savoja. Tuttora in dipendenza dall'Impero ed in pericoloso contatto colla Francia, aspirando a divenir italiana dopo che invano avea tentato impinguarsi a danno della Svizzera e della Francia, dovea tenersi amici i pontefici, sì perchè la devozione a questi era popolare e nazionale in Italia, sì perchè della loro potenza potea farsi un appoggio contro le insidie altrui, intanto che per la piccolezza e per la lontananza non ne eccitava le gelosie. E mentre per le ragioni opposte i re di Sicilia furono sempre a cozzo coi papi, i duchi di Savoja crebbero mediante favori continui della Chiesa; le diedero molti santi; a capo della magistratura e nelle ambasciate posero quasi sempre persone religiose: il Conte Verde fra ventitrè membri di cui componeva l'alto consiglio, ne voleva otto ecclesiastici; il clero tenea il primo posto negli stati generali; gran cancelliere degli ordini cavallereschi era sempre o l'arcivescovo di Torino od altro prelato; tanto ampia la giurisdizione del Foro ecclesiastico, da assorbire una metà dei processi; i beni e i feudi ecclesiastici rimanevano immuni; fin i malfattori restavano franchi per quindici giorni quando andassero a venerare la santa sindone. Dopo il 1560 risedeva a Torino un nunzio con ampie autorità, e gelosissimo di riservare a Roma le cause più importanti[443].
Ma Vittorio Amedeo II, che sossoprava l'Italia per ismania di conseguire il titolo di re, ruppe a duri conflitti col papa pretendendo eleggere egli stesso i vescovi nel suo paese, per (dicevangli gl'adulatori) «non mancare alla sua dignità». Peggio operò allorchè ottenne la Sicilia col titolo di regno. Questo, per antichissimo canone, rilevava dalla suprema signoria del papa; e avendo il duca ricusato di riconoscerla, il papa ordinò a' vescovi di colà di non riconoscerlo, sicchè molti uscirono dall'isola. Risoluto di vendicarsene, Vittorio Amedeo cominciò a sopprimere l'Inquisizione, avocando ai tribunali le cause a quella devolute[444]; impose tasse sui beni e sulle persone ecclesiastiche; puniva atrocemente chi tenesse conto dell'interdetto, mandò truppe protestanti su terre del papa, mentre fra' sudditi di questo facea reclute. Clemente XI minacciò più volte scomunicarlo, e sempre sospese; solo ordinò che in tutte le chiese di Roma si esponesse il Venerabile, onde supplicare Iddio a toccar il cuore del duca. Allora avvenne un miserabile strazio delle coscienze, massime nella Sicilia; il senato di Nizza obbligò i popolani di Roccasterone a riconoscere un parroco, benchè scomunicato e rimosso dal nunzio[445]: a ribattere le pretensioni romane aguzzavansi legulej piemontesi, il Pensabene, il D'Aguirre, il Degubernatis: Vittorio Amedeo fece raccogliere materiali da Girolamo Settimo e Giambattista Caruso, e li mandò ad Elia Du Pin, che ne formò la Défense de la monarchie de Sicile contre les entreprises de la Cour de Rome (Amsterdam 1716).
Non lasciarono sfuggire quest'occasione i Protestanti e gli spiriti forti per veder di guadagnare il duca. Alberto Radicati, conte di Passerano e di Cocconato da Casale, fu de' più ferventi oppositori alle pretensioni curiali e negava ogni supremazia del papa sui vescovi; la gerarchia ecclesiastica esser una corruzione della dottrina evangelica, donde passava a voltare in burla i dogmi e i misteri.
L'Inquisizione lo cita tre volte; non risponde; in contumacia è condannato ad esser bruciato vivo, ed egli trionfa in Torino: ma ecco un bel giorno gli è intimato che Vittorio Amedeo lo chiama. Egli ci va con esitanza, e si sgomenta davvero quando nell'anticamera scorge il padre inquisitore e il procuratore fiscale. Pure Vittorio l'accolse graziosamente; l'avvertì che potenti nemici teneano l'occhio sopra di esso, e l'accusavano d'ateismo: avesse cura di parlare più temperato; del resto egli eragli riconoscente dello zelo che mostrava per gl'interessi della Corona.
— Se il re mi approva, non curo la disapprovazione di chicchessia: (rispose l'accorto cortigiano) se il re mi biasimasse, tacerei».
Vittorio l'assicurò della sua protezione: tornasse domani. E al domani lo interrogò se conoscesse a fondo i diritti delle due podestà. Il Radicati rispose averne fatto lo studio di tutta la sua vita: e se tutti ne sapessero altrettanto, nessun principe accetterebbe nel suo Stato altra podestà fuor della propria.