Gian Lorenzo Berti di Serravezza agostiniano (1696-1766), professore a Pisa, pubblicò una teologia (De theologicis disciplinis, Roma 1739 e 1745) che dovesse servire di testo nelle scuole degli Agostiniani. Fulgenzio Bellelli, agostiniano di Napoli (-1742), avea pure pubblicato Mens Augustini de statu creaturæ rationalis ante peccatum, e Mens Augustini de modo reparationis creaturæ post lapsum, adversus bajanam et jansenianam hæresim, dove presumeva conciliar la dottrina del vescovo d'Ippona colla bolla Unigenitus. I due teologi parvero puzzare di giansenismo, e Saleon, vescovo di Rhodes poi di Vienne, pubblicò contro di loro il Bajanismus redivivus e Jansenismus redivivus (1745), esortando Benedetto XIV a farli condannare. Ma la congregazione cui il papa ne demandò l'esame, non confermò l'accusa; e all'insistenza del Saleon il Berti oppose Augustinianum systema de gratia, de iniqua bajanismi et jansenismi erroris in simulatione vindicatum (1749). Languet, arcivescovo di Sens, si unì al Saleon per ribattere anche questa opera, fin minacciando il papa se non proibisse quel veleno; il Berti replicò, e la controversia restò a questo punto, non avendo il papa voluto condannarlo. Nel 1769 e 70 stamparonsi tre Lettere d'un dottore della facoltà teologica di Parigi, attribuite al dottor Riballier, dove è esposta la dottrina del Berti e del Bellelli, mostrando che il sistema degli agostiniani d'Italia differisce da quel degli appellanti francesi, i quali pretendeano francheggiarsi del loro voto. D'opinioni variò il Berti anche nella sua Storia ecclesiastica in sette volumi. Uno scritto pei Lucchesi contro alcune pretensioni del papa gli attirò un severo rimprovero, che dissero causasse il colpo d'apoplesia, pel quale languì fin alla morte.

Aggiungeansi i giureconsulti Gaetano Argento, Nicola Capasso, il Conforti, il De Gubernatis, il Melanede, il Pensabene, il Bianchi, il De Marco sistematicamente avversi alla curia romana per emancipare i re, pur protestando non solo riverenza al dogma, ma al papa come depositario dell'inalterabile verità; cavillosi non protestanti. Ne derivò gran turbamento nelle singole chiese: alcuni vescovi riprendeano o sospendeano qualche prete, e questo passava per martire: talvolta uno sospeso continuava l'esercizio del culto e la cura delle anime come nulla fosse: in occasione delle visite pastorali, alcuno non lasciavasi trovare in casa: ogni provedimento dava occasione a dicerie, a libelli, a recriminazioni sui giornali.

Quanti campioni, altrettanti ebbe oppositori la scuola giansenistica, appoggiati dalla condanna che le lanciò Clemente XIII. Tale Giovanni Marchetti da Empoli, autore di note alla storia del Fleury e di Annotazioni pacifiche al vescovo Ricci; Giannantonio Bianchi lucchese, teologo e giurista che confutò passo a passo il Giannone (Vedi nota 11 del Discorso LIII); i padri Lagomarsini, Sangallo, Raimondo Corsi fiorentino, Camillo Almici bresciano[486], i fratelli Ballerini veronesi, che delle decretali di Isidoro mostrarono essere false, esser di poca importanza, e che la frode venne di Germania; il Noghera valtellinese; il gesuita Luigi Mozzi bergamasco (-1813) che diede una storia dello scisma di Utrecht (1785) e delle rivoluzioni della Chiesa (1787); il padre Fortunato Majoni da Brescia, buon filosofo e matematico che fece Jansenii systema de medicinali gratia Christi methodice expositum ac theologice confutatum. L'abate Luigi Cuccagni, rettore del Collegio irlandese, incessantemente impugnò il collega Tamburini, e nelle Lettere pacifiche (19 maggio 1780) lo taccia di scarseggiare d'erudizione, e più se non avesse «l'elemosina del signor Zola». Il cardinale Agostino Orsi (1692-1761), teologo di San Marco in Firenze, diede una Storia ecclesiastica che in ventun volumi arriva appena al 600 di Cristo, confutando Bossuet e Fleury nelle opinioni antipapali: e non è superfluo il notare come la recente storia del Rohrbacher usi moltissimo e spesso copii quella del nostro, tantochè nella versione italiana non si ebbe che a riprodurre il testo dell'Orsi. In molte dissertazioni contraddice spesso i Gesuiti: ed oltre quelle sul Giudizio irreformabile di fede, della Podestà del papa sui Concilj generali, dell'Infallibilità del pontefice, è capitale per documenti e per argomentazioni l'Origine del dominio e sovranità del pontefice. Gian Vincenzo Patuzzi domenicano di Verona (1700-1769) scrisse la Difesa di san Tommaso; dello stato futuro degli empj: la difesa della storia del probabilismo del Concina; la regola delle azioni umane nella scelta delle opinioni, e altre scritture sul probabilismo, sempre combattendo la morale lassa, di cui incolpava anche il Liguori.

Gravina Giuseppe, Maria gesuita di Palermo (1702-1780), scrisse sul probabilismo e contro i Giansenisti, e sul numero degli eletti, che crede molto maggiore che quello dei reprobi, appoggiandosi a rivelazioni apocrife. Quest'opera, messa all'indice, faceva seguito a una dissertazione sul Paradiso di Benedetto Plazza gesuita di Siracusa, il quale confutò la Regolata devozione del Muratori.

Il Traversara di Faenza fece le dottrine del preteso secolo illuminato XVIII intorno la gerarchia e la disciplina ecclesiastica confrontate colle dottrine del tenebroso secolo XIV, alludendo a Marsiglio da Padova che avea conteso non valere i decreti del papa absque concessione legislatoris humani.

Antonio Valsecchi veronese diede I fondamenti della religione, e fonti dell'impietà; La religione vincitrice; La verità della Chiesa cattolica romana. Giovanni Vincenzo Bolgeni di Bergamo (1733-1811), dopo la soppressione de' Gesuiti fatto da Pio VI teologo penitenzierie, scrisse varie opere polemiche[487], impedì una correzione che a Pavia volea farsi al catechismo del Bellarmino; e paragonò i Giansenisti ai Giacobini; ma avendo difeso il giuramento che la repubblica romana esigeva dagli impiegati, eccitò indignazione, e dovette ritrattarsi avanti al conclave raccolto in Venezia[488].

Il domenicano Tommaso Mamachi di Chio, nella propria casa a Roma teneva una specie d'accademia, ove discutere gli argomenti d'attualità, e scrisse sopra molti punti d'erudizione ecclesiastica, fra' quali la Pretesa filosofia dei moderni increduli; Epistola ad J. Febronium de ratione regendæ christianæ reipublicæ, deque legitima romani pontificis auctoritate. Fu maestro del sacro palazzo, e diresse il Giornale Ecclesiastico, cominciato a Roma il 1788 per sostenere i diritti papali in contrapposto alle Novelle ecclesiastiche di Parigi, al Giornale letterario de' confini d'Italia, agli Annali ecclesiastici di Firenze[489].

Fu de' più battaglieri Francesco Zaccaria di Poppi gesuita (1714-95), che girando a predicare, raccolse molti documenti ignoti e li pubblicò; assistette i suoi confratelli nelle polemiche; ai Bollandisti somministrò molte notizie, e più di cento opere lasciò, di cui in Francia bruciaronsi alcune. Quasi intaccassero le libertà gallicane e la fedeltà al sovrano. La sua Storia letteraria d'Italia, specie di giornale, è una delle migliori fonti, benchè giudichi spesso a passione, e gli abbia attirato un'infinità di nemici. Oltre la Storia polemica del Celibato (1774), la Denunzia solenne fatta alla Chiesa, e ai principi cattolici di un anticristiano e impudentissimo scartafaccio stampato in Italia colla falsa data di Londra, e intitolato: «Il dominio spirituale e temporale del papa, o siano Ricerche sul vicario di Gesù Cristo e il principe di Roma» (1782), dobbiamo memorare principalmente il suo Antifebronio [L'Antifebronius dello Zaccaria fu riprodotto testè nel Cours compléte de théologie de l'abbé Migne. T. XXVII] in quattro volumi in italiano (1770) e in latino (1771), poi più ordinato il Febronius abreviatus cum notis, ove dichiara: «Il monarcato del papa sostengo, non dispotico nella Chiesa, non qual lo fingono Febronio e suoi, ma stretto fra certi limiti, quale ce lo mostrano le sacre pagine e la tradizione»[490].

Il secolo nostro men che mai ha diritto di meravigliarsi se intitolavansi liberali quei che fiancheggiavano l'assolutismo dei re, e che trovavano favore principalmente dai principi austriaci di Lombardia e di Toscana. Tali erano in generale i legulej per abitudine antica, i magistrati per desiderio di soperchiare; il bel mondo per ispasso. A gloria d'essi austriaci mancava che anche i vescovi contrafacessero al papa, e in fatto al congresso di Ems i prelati di Germania, sotto la presidenza dei principi elettori del Reno e del primate di Salisburgo, auspice Giuseppe II, clamorosamente contrastarono di giurisdizioni con Pio VI. Volle imitarli l'Italia.

La vicinanza della Toscana agli Stati Pontificj avea moltiplicato i punti di contatto, e in conseguenza di conflitto fra i due Governi; e il liberalismo di que' ministri si pompeggiava nel sottrarre facoltà a Roma per arrogarle ai principi. Fin il debole Gian Gastone, ultimo de' Medici, avea proibito all'arcivescovo Martelli di pubblicare il sinodo diocesano, e intimavagli che «non può ingerirsi che nel mero spirituale, e non vogliamo proceda contro i laici con pene temporali, per qualunque titolo potesse allegare». Francesco di Lorena, ispirato da Giulio Ruccellaj[491] capo della giurisdizione e avversissimo alle pretensioni ecclesiastiche, limitò gli acquisti delle manimorte, tolse al sant'Uffizio la censura dei libri, e ne' processi gli aggiunse due assessori.