Pure al nunzio competevano sempre la giurisdizione ecclesiastica, il conceder alcune indulgenze e dispense per peccati occulti o casi riservati e per mangiare grasso, il commutare voti, legittimare spurj, vendere o livellare beni ecclesiastici, ed altri attributi che pareano incomportabili colle nuove idee del potere principesco. Pietro Leopoldo, aspirando alle lodi dei Giansenisti e de' filosofi, tolse ad imitare suo fratello Giuseppe II, il cui distintivo fu l'avversione al clero[492]: sicchè pose la mano negli ordinamenti della Chiesa con ruvidezza e dispregio; cassò il tribunale di nunziatura e l'immunità de' beni ecclesiastici, gli asili, il mendicare; abolì duemilacinquecento confraternite, tutti gli eremi e molte fraterie, tra cui, con comune dispiacere, i Barnabiti, che applicavansi all'istruzione con gran soddisfazione de' genitori; limitò le monacazioni; vietò i pellegrinaggi e qualunque pubblica devozione non autorata dal Governo, e le esteriorità nelle esequie, e il pubblicare le censure contro chi mancasse al precetto pasquale; modificò le curie vescovili; dispose del patrimonio delle chiese; mutò destinazione a pii lasciti, ne vendè i beni, restrinse le parrocchie, istituì un'amministrazione del patrimonio ecclesiastico, preseduta dal Ricci, al quale pure concesse alcuni conventi, di cui avea soppressi i monaci; regolò le dispense matrimoniali, l'età della monacazione, e i voti e la clausura; ai parroci, eletti tutti per concorso e con una stabile congrua, i vescovi comunicassero le facoltà de' casi riservati; i vicarj generali dovessero ogni tre anni approvarsi dal principe; nessun decreto valesse senza l'exequatur governativo; ne' dubbj come ne' bisogni i vescovi si volgessero a lui, tutto disposto ad esaudirli, ma non prendessero mai ingerenza nel governo.

In queste innovazioni era contrariato dall'arcivescovo di Firenze[493], ma quando leggiamo il tono dimessissimo con cui questi esponeva le sue querele anche in materia di tutta competenza ecclesiastica[494], ci rallegriamo che persecuzioni più apertamente illiberali abbiano restituita oggi al vescovado la dignità, che ipocrite protezioni gli avevano sminuita.

Di rimpatto il granduca era ispirato, o piuttosto secondato dal Ricci vescovo di Pistoja, che finamente adulando, gl'insinuava di far valere l'onnipotenza regia. Dico fina adulazione il rimpianger i tempi di Teodosio, quando il «popolo, meglio inteso de' diritti, o vogliam dire dei doveri di un sovrano verso le cose e le persone ecclesiastiche, lo chiamavano e lo riguardavano come vescovo esteriore. La calamità dei tempi ha fatto scordare questi titoli... e poichè ella vuol regnare più sul cuore che sul corpo dei sudditi, niuna cosa tanto è in cui le bisogni persuaderli, quanto in ciò che appartiene alla religione». E soggiunge: «Quanto alle materie (delle riforme) l'altezza vostra non ci troverà cosa che non sia di sua competenza: o sono canoni proprj della Chiesa, fatti nei generali o particolari Concilj, o sono cose che riguardano la esteriore disciplina. In tutti i casi all'altezza vostra conviene come protettore e difensore della Chiesa il rammentare e proteggerne i canoni, e come sovrano lo stabilire quello che il bene di essa richiede».

Con ciò gli attribuiva anche la potestà di abrogare i canoni, e stabilirne dei nuovi, quando lo richiedesse il bene della Chiese! «Solo dai buoni studj (aggiunge) può sperarsi una felice rivoluzione negli Stati; finchè gli studj saranno fatti secondo il sistema fratino, e secondo le mire della Corte romana, i sudditi saranno ignoranti e superstiziosi, e addetti a Roma... Si è dunque creduto bene l'ingiungere (negli studj) l'obbligo di tenere la massima importantissima della indipendenza della potestà temporale dallo spirituale. Se vostra altezza ha queste, può dire di aver tutto quello che è necessario perchè sia ben ricevuta ogni riforma ecclesiastica».

Allorchè Pio VI si lamentò che il Ricci, nel turpe processo delle monache pistojesi, avesse dato pubblicità a impudicizie, che era carità o prudenza ricoprire, Leopoldo chiamossene offeso, e dal ministro Piccolomini fecegli scrivere, sperava che, «fatte migliori riflessioni, darebbe ad esso prelato qualche contrassegno di propensione, e al granduca qualche motivo di essere meno disgustato dell'avvilimento in cui vede che la Corte romana riduce i vescovi quando non sagrificano col proprio dovere i loro diritti, per lasciare tutta l'estensione a quelli che Roma pretende»[495].

Tale linguaggio al papa cattolico potea tenere allora un arciduca d'Austria, che poi al teologo ducale scriveva essere «Stanca sua altezza reale del mal umore, animosità e contegno molto strano, col quale il santo padre tratta gli affari della Toscana». Tanto bastava per farlo applaudire dai liberalastri. I Punti di vista, da S. A. R. spediti a tutti i vescovi della Toscana sotto il 26 gennajo 1786, sono una specie di pastorale, dove esso ingiunge loro di convocare ogni due anni sinodi diocesani, in cui esaminare varj punti, fra' quali, introdurre migliori libri di devozione, impedire tanti giuramenti, anche ne' tribunali; se espurgare i breviarj dalle legende false o erronee; se amministrare i sacramenti in vulgare; se restituire l'elezione de' parroci al popolo, il quale scelga tre elettori, che coi parroci anziani del distretto presentino al vescovo il soggetto; il clero sia educato uniformemente: si formino molti libri ad uso dei parroci, a' quali raccomandansi la Regolata devozione del Muratori, la Storia ecclesiastica di Bonaventura Racine, noto portorealista; il corso di teologia morale del Tamburini; i Costumi degli Israeliti e de' Cristiani e i Discorsi sulla storia ecclesiastica del Fleury; dove si noterà non trovarsi indicate le Istruzioni di san Carlo. Proponeasi pure che tutti si conformassero alle dottrine di sant'Agostino sopra la Grazia. E perchè non restasse dubbia l'intenzione, il quinto punto esprimeva doversi «rivendicare all'autorità de' vescovi i diritti originarj loro, statigli usurpati dalla Corte romana abusivamente».

Non è da credere che tutti accettassero questi punti colla sbadataggine dei tempi, in cui i caratteri sono snervati; ed oltre i molti opuscoli stampati «in Ferrara, in Assisi, in Roma, non contro il Ricci solo, ma contro il gran duca e la maestà dell'imperatore, e col ministero de' frati divulgati per tutta Italia»[496], nell'archivio Ricci trovammo delle controsservazioni di granpeso (al Nº 28); fra il resto mostrando che sant'Agostino è degno d'ogni venerazione, ma la Chiesa non riconosce l'infallibilità in nessun dottore dopo gli apostoli. I vescovi di Colle e di Chiusi obbedirono, raccogliendo subito i sinodi diocesani, e decretandovi secondo l'ispirazione del granduca; ma quello che il Ricci adunò, segnò gran posto nella storia ecclesiastica col titolo di sinodo di Pistoja. V'invitò quanti in Italia favorivano il partito che diceasi regalista; quali il genovese Eustachio Degola (1761-1826) difensore di frà Paolo, e dappoi amico del famoso vescovo Gregoire e compilatore degli Annali politico ecclesiastici, ove sosteneva la religione esser fondamento della libertà[497]: Vittorio Sopransi milanese carmelitano, critico severo delle omelie del vescovo Turchi; il Pujati suddetto, professore a Brescia e a Padova, autore di moltissimi opuscoli e traduzioni sulle controversie del giorno[498]; i fratelli Cestari, l'orientalista padre Giorgi, il torinese Gautieri filippino, l'astigiano Vallua, Benedetto Solari vescovo di Noli, il Cadonici di Cremona, i bresciani Guadagnini, Zola, Tamburini; Martin Natali professore al portico teologico di Pavia; i toscani abate Tanzini di Firenze, Fabio de Vecchi di Siena, Ricasoli[499] ed altri, ne' cui scritti innumerevoli[500] non mancano le cognizioni teologiche, nè le storiche nè le sociali, bensì l'elevazione interiore e quello spirito di carità e rispetto filiale che si vorrebbe sempre nelle quistioni ecclesiastiche.

Presidente al concilio il Ricci, vicepresidente Giuseppe Paribeni professore dell'Università: il Tamburini, promotore e anima di quel sinodo, disse l'orazione inaugurale, e col Palmieri ebbe l'incarico di redigere i decreti. Si cominciò col recitare i salmi LXVIII Salvum me fac e LXXVIII Deus venerunt gentes; del resto ogni passo fu dato sulle orme degli appellanti francesi. È superfluo dire che ciascun punto vi era discusso con gran varietà, e da taluni con un'audacia che strisciava all'eresia; e si faceano correzioni, variazioni, proteste.

Molto vi si dissertò sopra la natura e gli effetti della Grazia, e furono accettate le dottrine che attribuivansi a sant'Agostino, e la fede esser la prima grazia, proposizione condannata dalla bolla Unigenitus: adottando secondo Bajo e Quesnel, la distinzione dei due stati e due amori, l'impotenza della legge di Mosè, la dilettazione dominante della Grazia e l'onnipotenza sua, e la poca efficacia del timore. L'indulgenza assolve solo da penitenze ecclesiastiche, e il tesoro soprarogatorio de' meriti di Gesù Cristo e la sua applicazione ai defunti son invenzioni degli scolastici: come è baja il limbo de' bambini.

Per la confessione è abolita la riserva de' casi: e la scomunica non ha altra efficacia che esterna.