Intorno all'Eucaristia si fece un'estesa e sviluppatissima professione. «E poichè si è introdotta nel popolo la falsa opinione che quelli che somministrano ad un prete una elemosina colla condizione che questo celebri una messa, percepiscono dal sacrificio un frutto speciale, il sinodo comanda ai parroci d'insegnare al lor gregge che il sagrificio della messa è d'infinito valore, ma che l'applicazione dei frutti di esso dipende da Dio, e che la maniera di parteciparvi maggiormente si è di unirsi con ferma fede e con spirito penitente e acceso di carità col sacerdote nell'offrirlo; che essi avranno il merito dell'elemosina quando l'abbiano fatta per spirito di carità; poichè Dio non riguarda il dono, bensì la pietà del donatore».
Nel matrimonio pregavano il granduca a dichiararlo contratto civile, ma metteano la necessità della benedizione, che conferisce la grazia necessaria a sostenere il peso conjugale. I principi possono stabilirvi impedimenti.
Nelle sette sessioni fu decretato che i vescovi sono vicarj di Cristo, non del papa; e da Cristo immediatamente tengono le facoltà per governare la loro diocesi, onde non si può nè alterarle nè impedirle: anche i semplici preti hanno voce deliberativa nei sinodi diocesani, e al pari del vescovo decidono in materia di fede. La Chiesa non può introdurre dogmi nuovi, nè i suoi decreti sono infallibili se non in quanto conformi alla sacra scrittura e alla tradizione autentica.
Nelle chiese vi abbia un unico altare, non quadri che rappresentino la santissima Trinità in attitudine mondana; non si veneri un simulacro più che l'altro; non il cuore carneo di Cristo; facciasi in vulgare la liturgia e tutta ad alta voce. Ogni fedele deve leggere la sacra scrittura, a tal fine volgarizzata. Proponeasi di ridurre i monaci a un Ordine solo, ed escludere i voti perpetui.
Il capo X versa tutto sul giuramento, ed è notevole come il Ricci, proponendo poi una legge pel granducato dicesse: «Non è parso conveniente introdurre il giuramento di fedeltà de' vescovi. Ogni suddito è astretto a questa fedeltà e soggezione al suo principe anco per dovere di coscienza: l'obbligo è più forte per un vescovo»[501].
Repudia molte definizioni dogmatiche degli ultimi secoli, quali abusi d'autorità che la divina provvidenza ha permessi per tentazione e prova dei suoi servi; sarebbe nuovo abuso dell'autorità il trasportarla oltre i confini della morale e della dottrina, estendendola a cose esteriori, e colla forza esigendo quel che dalla persuasione e dal cuore dipende, attesochè il divino Redentore ha ristretto tutte le facoltà della Chiesa allo spirito. Qualvolta i pastori travalichino questi limiti, perdono il diritto alla assistenza promessa, e le loro determinazioni sarebbero usurpazioni, atte a seminare scandalo e divisione nella società[502].
Si accettavano le quattro proposizioni della Chiesa gallicana, includendole nel decreto De fide, e i dodici articoli del cardinale Noailles: approvaronsi le riforme introdotte dal granduca e dal Ricci, e si prescrisse il catechismo, allora pubblicato dal Montazet arcivescovo di Lione. La professione di fede doveva essere siffatta:
«Io credo e confesso con ferma fede tutti gli articoli del simbolo degli apostoli. Ammetto e abbraccio con tutta fermezza le tradizioni degli apostoli e della Chiesa, con tutte le osservanze, usi e canoni di quella. Ricevo la sacra scrittura secondo il senso che ha sempre tenuto e tiene la nostra santa madre Chiesa, alla quale appartiene il giudizio e le interpretazioni, e giammai non la prenderò nè la esporrò che secondo il comune consenso de' padri. Confesso i santi sacramenti della nuova legge, istituiti da nostro signor Gesù Cristo: ricevo inoltre e ammetto le cerimonie approvate e usate dalla Chiesa nell'amministrazione di questi sacramenti. Io professo che nella santa messa si offerisce a Dio un sagrifizio vero, che è propiziatorio per vivi e per morti; e che nel sacramento dell'Eucaristia sono realmente, veramente e sostanzialmente il corpo, il sangue, coll'anima e divinità del nostro salvatore Gesù Cristo, e che in quello è fatta una conversione di tutta la sostanza del pane nel corpo, e di tutta la sostanza del vino nel sangue; la quale conversione viene chiamata dalla Chiesa transustanzazione. Confesso inoltre che sotto una delle specie si prende e si riceve Gesù Cristo tutto intero, e il suo vero sacramento. Credo che vi ha un purgatorio, e le anime che vi si ritrovano possono essere sollevate dai suffragi e dalle buone opere de' fedeli. Che si debbono invocare i santi e venerare le loro reliquie, e le loro immagini. Confesso che nostro Signore ha lasciato nella sua Chiesa la facoltà di assolvere dai peccati, per enormi che possano essere, e di accordare le indulgenze. Io riconosco la santa Chiesa cattolica apostolica romana essere la padrona e la madre di tutte le chiese, e prometto e giuro obbedienza al pontefice romano, successore di san Pietro principe degli apostoli e vicario di Gesù Cristo. Io faccio professione di tutto quello che è stato determinato dai Concilj generali, e massime dal sacro Concilio di Trento intorno al peccato originale e alla giustificazione. E insieme detesto, riprovo e condanno quanto è contrario a quelli, e generalmente tutte le eresie che furono condannate dalla Chiesa, protestando che io voglio vivere e morire nella fede che abbraccio presentemente mediante la grazia di Dio. Ciò prometto e giuro; e così mi ajuti Iddio e i suoi santi evangelj, che io tocco».
Il granduca, nella circolare 26 gennajo 1786 chiariva di «considerare come suo primo e principale dovere il procurare che l'esercizio della nostra santa religione sia purgato dagli abusi e pregiudizj e da tutto ciò che impedisce che la medesima venga ricondotta alla sua vera e giusta perfezione, semplicità e splendore». Pertanto dalla real villa di Castello seguitava con giornaliera sollecitudine ogni passo del sinodo: allontanò il Marchetti ed «altri imbroglioni» che poteano mettere di mezzo le pretensioni romane: traeva ragione di rallegrarsi dal vedere i più attenersi puntualmente alla sua circolare, e sebbene non mancava chi resistesse, stimò potersi fidare a convocare un Concilio nazionale, cioè di tutta la Toscana, per fissare stabilmente e uniformemente in tutto lo Stato uno piano uniforme di dottrina e di disciplina ecclesiastica. Diffidavano dell'esito le persone meglio avvedute, e nominatamente il senatore Gianni, il più liberale fra' consiglieri del granduca, ma per disporlo lo persuase che nel 1787 chiamasse i tre arcivescovi e quindici vescovi nel palazzo Pitti ad una conferenza preparatoria ove potessero menare consultori e canonisti, purchè non frati[503]. Ivi pure il Ricci propugnava continuo le dottrine giansenistiche, presentava come modello il sinodo scismatico di Utrecht del 1663, ed esortava i vescovi a imitarlo, accettando i curati come giudici, e premuniva contro gli intrighi della Corte di Roma che adoprerà i monaci e il nunzio per mandare l'opera a vuoto, attribuiva ogni autorità al principe, o almeno agguagliavala a quella del sinodo tridentino col professare che si operava «in conformità di quanto ha prescritto quel sinodo, e degli ordini e istruzioni sovrane veglianti nel granducato».
Ma non vi trovò tanta adulazione come a Pistoja, e savj oppositori non lasciarongli attuare i progetti: e il granduca sciogliendo l'assemblea, con severe parole non dissimulò ai vescovi d'andare poco soddisfatto perchè avessero secondato le sue intenzioni.