«Calvino invade l'Italia», diceano i timorati. «Finalmente si vedrà repressa la tracotanza de' papi», diceano i regalisti. Ma da una parte molti ecclesiastici repugnavano al preteso ripristino de' vescovi negli antichi diritti e al nuovo giuramento; dall'altra sulla scena, fra vescovi e cortigiani, intrometteasi un attore nuovo, quel che a vicenda si divinizza col nome di popolo, si vilipende col titolo di vulgo. Nelle Fiandre si era esso furiosamente levato contro le innovazioni religiose, introdotte colà pure da Giuseppe II, oltraggiò i professori del nuovo seminario, ruppe alfine in aperta rivolta. Anche in Toscana, mentre i discoli buffoneggiavano quelle controversie[504], il popolo, affezionato alla religione degli avi, di sinistro occhio avea guardate quelle riforme del Ricci; il quale, gonfiato dall'aura principesca, facea recitare in vulgare i salmi, cambiava il fructus ventris nell'Ave Maria, alle litanie della Beata Vergine sostituiva quelle di Gesù, levava gli ornamenti preziosi dalle chiese, spogliando il culto del suo splendore e interrompendo pratiche care alla pietà, quale la funzione della notte di Natale. Quando si celebrò in italiano, e il prete alla fine si voltò a cantare «Andate, la messa è finita», fu uno scoppio di risate; scoppio d'indignazione nell'udir battezzare «per Dio vero, per Dio santo». I libri di pietà da lui raccomandati, stracciavansi e si gettavano negli immondezzaj: sulle pareti scrivevansi ingiurie, e si trovò appiccicato alla porta del duomo un cartello con Orate pro episcopo nostro eterodoxo.

Il Ricci aggiunge che s'insinuava non apertamente ma sordamente l'insubordinazione contro Leopoldo, quasi camminasse sulle traccie d'Enrico VIII, «il che però non fu chiaramente detto»: che s'attentò fin alla vita del vescovo: insinuazioni solite de' partiti, e che l'onest'uomo disdegna, ma che davano pretesto di ricorrere alla protezione sovrana, e d'ottenere guardie e castighi. Essendosi poi sparso che il vescovo volesse togliere dalla cattedrale di Prato l'altare ove si presta particolare venerazione alla cintola della Beata Vergine, que' plebani tumultuarono, e il 20 maggio dell'87 invasero la chiesa, cantando e sonando nei modi che il Ricci proibiva; arsero il trono e gli stemmi di questo, e i libri portanti novità; riposero in venerazione le reliquie ch'erano state sepolte, e sepellirono invece le pastorali del Ricci; e in onta di lui si diedero a fare processioni e litanie e venerare le immagini.

La popolaglia non si ferma a mezzo nelle sue dimostrazioni; la fiera sollevazione usò sgarbi a chi più si era appassionato nelle novità, e son curiose le lettere ove essi ragguagliano il vescovo degl'insulti che ricevettero. Il granduca, professando «di non aver la minima paura, e che il Governo volea procedere col massimo rigore», represse i riottosi, e ventotto volle puniti in pubblico colla frusta, ventuno condannati alla reclusione e sette alla milizia; esprimendo non facea di peggio per condiscendere al Ricci.

Questi era rimasto immune, ma non convertito; nè il fu dalla bolla dogmatica Auctorem fidei del 28 agosto 1794, ove Pio VI condannava ottantacinque proposizioni di quel sinodo, di cui sette qualificava eretiche. Tali erano: essersi offuscate le dottrine e la fede di Cristo; la podestà esser data alla Chiesa, e dalla Chiesa riceverla i ministri; esser abusi il fôro esterno e il potere giudiziale coattivo della Chiesa; il vescovo ricevere da Dio tutti i diritti occorrenti a reggere la diocesi, a giudicarvi, a riformarne le consuetudini e le esenzioni, nè questi diritti potersi alterare o impedire: le riforme eseguirsi in sinodo dal vescovo e dai parroci con voto deliberativo; essere stato costume de' secoli migliori che i decreti e le definizioni anche de' Concilj non fossero accettate se non coll'approvazione del sinodo diocesano.

Altre proposizioni si notavano come erronee, sovversive della gerarchia ecclesiastica, false, temerarie, capricciose, ingiuriose alla Chiesa e alla sua autorità, conducenti al disprezzo dei sacramenti e delle pratiche sante offensive alla pietà de' fedeli: e a ciascuna proposizione si indica il motivo della riprovazione, o perchè già condannata in Wiclef, in Lutero, in Bajo, in Quesnel, in Giansenio, o perchè opposta ai decreti di Trento, o lesiva dei diritti de' Concilj generali.

Vaglia il vero, se ogni sinodo diocesano si arrogasse di definire sulla podestà, sul dogma, sulla disciplina, ove sarebbe più l'unità ecclesiastica? Coll'esagerare i diritti dell'episcopato, lentavansi i legami gerarchici colla sede romana, e riducevasi il papa a nulla più che «il primo tra i vicarj di Gesù Cristo». Com'è divino, sebben delegato, il ministero de' curati, così asserivasi divina la loro istituzione, e quindi faceansi congiudici nel sinodo.

Tutti i vescovi aderirono alla bolla Auctorem fidei, eccetto due di Toscana e Benedetto Solari di Noli, in cui difesa scrisse un anonimo, confutato poi dal Gerdil. E del Gerdil credeasi lavoro meditatissimo questa bolla. Prima d'emanarla erasi invitato a Roma il Ricci per iscagionarsi; egli non v'andò; pubblicata che fu, denunziolla al Governo toscano come attentatoria ai regj diritti. Perocchè, abbandonato dal popolo, dai pensatori, dagli ecclesiastici, egli s'appoggiava affatto al granduca, al Governo. Fin dal primo tempo che fu accusato di eterodossia, aveva diretta al granduca una difesa «di quelle verità che l'ildebrandismo chiama eresie». Al modo stesso Febronio si professava cattolico: ma quando Roma lo condannò, il 27 febbrajo 1766, oppose che la Corte di Vienna e auliche magistrature l'aveano approvato.

Fallita l'idea del Concilio, il Ricci propose al granduca una legge, nella quale ordinava secondo le idee pistojesi tutto quanto concerne la Chiesa, con arbitrio cesaresco e con sanzioni rigorose, fin a proibire a qualunque stampatore di pubblicare libri o fogli che trattassero di tali materie[505].

Stampò anche un'apologia: il granduca, ormai unico suo sostegno, mandò in esiglio il Marchetti, autore delle Annotazioni pacifiche, e cercò gli autori del Dizionario Ricciano, ove di sarcasmi e celie opprimevasi il vescovo; ad istanza del Ricci fe pubblicare gli atti del sinodo; e anche dopo divenuto imperatore, raccomandava di tenere man forte nella diocesi di Pistoja contro gli emissarj e gli aderenti di Roma, cioè quelli che voleano ancora esercitar le devozioni al modo avito, e sepellire i loro morti con croci e lumi. Fatto è che il Ricci rinunziò, e il suo gregge ne fu lieto[506].

Esso Ricci durava in assidua corrispondenza coi prelati che più mostravansi avversi ai diritti papali: al conte di Bellegarde vescovo, e così al Colloredo arcivescovo di Salisburgo offriva di diffondere le opere in quel senso; col Gregoire consolavasi che «mercè di lui, una sacra filosofia cristiana va a succedere alla superstizione e all'irreligione che afflissero la Chiesa di Gesù Cristo» (10 marzo 1794): e il 14 giugno 1794 in cattivo francese «Il papa è ora alla Certosa di Firenze. La scandalosa condotta de' suoi famigliari contribuisce non poco ad abbattere l'opinione che il popolo ne avea. Dio voglia fargli misericordia! la Corte che lo circonda ha altrettanto orgoglio quanto aveva a Roma», e soggiunge che spende moltissimo, che mangia di grasso in giorno di digiuno: «Nulla m'ha più persuaso del cattivo stato in cui ci tuffava la bolla Auctorem, fatta sotto la scorta dei Gesuiti e del metafisico Gerdil, il gran consigliere del re di Sardegna di cui fu precettore». Vanno sull'egual tono altre lettere allo stesso. All'abate Giudici di Milano largheggia lodi perchè ama e professa la religione senza rinunziare alla ragione e al buon senso; e gli augura lena e vigore per difenderla dagli attacchi de' Saducei e de' Farisei moderni, che sono tanto peggiori quanto più coperti nemici della casta sposa di Gesù Cristo. A Ferdinando Pancieri parroco di San Vitale, nel maggio del 1794 scrive: «Io per me non ho mai dubitato che Roma sia quella Babilonia di cui si parla nell'Apocalisse, in Geremia ecc. Credo che lo spirito tutto carnale di quella curia ci adombri quella prostituta, che opera il male e se ne pavoneggia. Ma quanti secoli sono che questo scandalo regna? Chi ci dice che cesserà?»