Ma i tempi si erano fatti grossi; la rivoluzione francese convelleva dalle radici l'antica società; e la perpetuità cattolica trovossi a fronte coll'idea quotidiana, il vangelo coi giornali. Mentre fin là i principi eransi adombrati del clero come troppo favorevole al popolo, al popolo fu presentato il clero qual sostegno dell'assolutismo; e la rivoluzione, non men dispotica dei re, arruffò le cose religiose, e volle comandare alle coscienze. L'Assemblea Nazionale decretò che ciascun dipartimento di Francia formasse una sola diocesi, e ne assegnò il capoluogo; le divise fra dieci metropoli, cassando le altre; proibì di riconoscere l'autorità d'un vescovo o metropolita, la cui sede fosse in paese straniero; soppresse i capitoli, le collegiate, le abbazie, i priorati, le cappellanie, i benefizj, eccetto i vescovadi e le parrochie; ogni nuovo vescovo non s'indirizzerà al papa per ottenere la conferma, solo scrivendogli come a capo visibile della Chiesa universale; ma la conferma chiederà al suo metropolita o al vescovo anziano della provincia. Stabiliva il modo d'elezione dei vescovi e dei parroci, affidata a un corpo elettorale, abolendo i patronati laicali. Il vescovo e pastore immediato della parrocchia episcopale, con un determinato numero di vicarj che l'amministrino, e formino il consiglio permanente del vescovo, che senza di loro non potrà esercitare verun atto di giurisdizione pel governo della diocesi. Al vescovo e al suo consiglio spetta la nomina de' superiori del seminario, che son membri necessarj del consiglio del vescovo. Al primo od al secondo vicario della chiesa cattedrale spetta il diritto di sostenere le veci del vescovo in sede vacante, sì per le funzioni curiali, sì per gli atti di giurisdizione.
È questa la famosa costituzione civile, che il Thiers dice «opera dei deputati più pii, più sinceri dell'Assemblea, senza di cui i filosofisti avrebbero trattato il cattolicismo come le altre religioni». Così l'avessero trattato! ma questa era un'applicazione del giansenismo, e fu dai Giansenisti proposta e accettata come un mezzo di salvar almeno qualcosa: mentre la libertà qui pure avrebbe prevenuto gl'immensi mali derivati da questa mostruosità di trasformare i preti cattolici in semplici filosofi, che continuassero a dir messa senza creder nè al vangelo nè alla Chiesa, nè alla divinità di Cristo: conservare il culto come pascolo del popolo e salvaguardia della sua moralità; commettere cioè una grande ipocrisia, quasi fossesi conservato il fondo. Così costringendo i preti a giurare d'essere fedeli alla nazione, alla legge, al re, alla costituzione decretata, la Costituente obbligò gli onesti a separarsi dalla rivoluzione, gettò la divisione nelle coscienze e negli atti, e rese necessarie le migliaja di supplizj, che fanno ancora esecrata la memoria di quei tempi.
Il granduca, che era passato imperatore di Germania, trovò allora la necessità d'introdurre rigori anche nella mite Toscana, e di ristabilirvi la pena di morte, che in placidi tempi aveva abolita[507]. Ma poco tardò il torrente a valicare le Alpi, e innondare anche la beata Toscana, sovvertendovi religione, leggi, consuetudini, pensare; il che allora come altre volte s'intitolava liberazione.
Il popolo, colle solite ingiustizie, attribuiva a chi desiderava una novità l'approvazione di tutte le novità; e per lui giansenista equivalse a giacobino. Nicola Spedalieri, nel libro che gli fu fatto scrivere sui diritti dell'uomo intitola un capitolo «Il favore accordato all'ipocrisia del giansenismo è mezzo distruttivo della religione e del principato» e sosteneva che «l'idolo del giansenismo è la democrazia, come nel governo della Chiesa, così nel governo civile».
Il Ricci era propenso alle idee rivoluzionarie; ma sentendone l'eccesso, pubblicò un'istruzione pastorale sopra i doveri dei sudditi, ove dice: «La debolezza in cui nasce l'uomo, e i continui bisogni che in ogni età l'accompagnano, ai quali senza l'altrui ajuto non può soddisfare, sono altrettante voci, che, sempre vive nel fondo del cuore di ciascheduno, lo avvertono incessantemente, e lo convincono essere fatto l'uomo per vivere in società. Ma come mai gl'interessi di tutti gl'individui, che, a motivo delle passioni che agitano l'uomo, gli uni agli altri si oppongono e si urtano assieme, potranno essere diretti allo scopo del pubblico bene senza un capo che da tutti indipendente e superiore a tutti, vegli al buon ordine, alla prosperità ed alla sicurezza del corpo? Da questo così semplice principio con facile raziocinio si ricava, che, siccome Iddio è il creatore dell'uomo, e l'autore di quella dolce tendenza, che ha a vivere in società, così dee essere anco l'autore della podestà dei sovrani, senza la quale la società medesima non potrebbe sussistere. E perciò le loro persone son sacre e inviolabili, a loro si dee rispetto e sommissione, ed alle loro leggi e ordinazioni una esatta ubbidienza. Nè vi lasciate ingannare da qualche preteso filosofo, che sotto il falso pretesto di amore all'umanità, rovescia i fondamenti della società medesima, facendo i sovrani ministri del popolo e non di Dio. Poichè quantunque la forma del governo venga originariamente dalla scelta e dal consenso dei popoli, nondimeno l'autorità del sovrano non viene dal popolo, ma da Dio solo. Perchè ha bensì dato Iddio al popolo la podestà di scegliersi un governo, ma in quella guisa che la scelta di quei che eleggono il vescovo, non è quella che lo fa vescovo, ma fa duopo che l'autorità pastorale di Gesù Cristo gli sia comunicata per mezzo della ordinazione, così non è solo il consenso dei popoli che fa i sovrani legittimi, e dà loro un vero diritto su i sudditi; onde è che l'apostolo non chiama i principi ministri del popolo, ma di Dio, perchè da lui solo riconoscono la loro autorità. Fatta poi una volta la scelta del governo, l'autorità legittima di fare le leggi risiede unicamente, e privatamente nel sovrano che lo amministra. Questo negli Stati successivi non muore giammai, ma perpetuandosi l'esercizio di sua autorità nei legittimi successori, ci obbliga a rispettare sempre in essi la immagine visibile dell'autorità di Dio invisibile. La Religione che, lungi dall'essere alla ragione contraria, anzi tanto la perfeziona quanto ne è superiore, di così sfavillante luce ha rivestito queste verità, e con tanta chiarezza in tutta la loro estensione a tutto il mondo le ha proposte, che ignorarle è colpa, e il tentare di alterarle, e porvi dei limiti non può essere che effetto di una fina malizia».
Pure quando al clero francese fu imposto di dare il giuramento alla costituzione civile, ai vescovi che ribellavansi al papa egli aveva indirizzato una Risposta ai quesiti sullo stato della Chiesa in Francia, propugnando i decreti dell'Assemblea Costituente. Al mutar dunque delle cose egli aderì ai nuovi governanti; e mostrò loro altrettanta devozione quanta agli antichi padroni. Ciò si chiamava civismo allora, italianismo adesso.
Ma ben presto le armi che aveano portato la repubblica militare e l'empietà, portarono il despotismo militare e quella che diceano religione. Il popolo che, come ad ogni novità, dapprima aveva applaudito alle coccarde tricolori, al berretto rosso, agli alberi della libertà, alle municipalità, con altrettanto fervore e senno gli esecrò, e insorse contro i democratici, con una ferocia da mai non aspettarsi in contrade che si qualificano gentili. In Firenze assalse il Ricci, e a fatica il governo costituitosi lo sottrasse dal furore plebeo col farlo arrestare. «Sessagenario (egli si duole) fu tradotto come un vil malfattore per mezzo de' sbirri a piedi, in una sera di piena illuminazione e per le strade le più popolate, alle pubbliche carceri», benchè egli si fosse sempre «fatto un pregio di distinguersi per il particolare attacamento alla Casa d'Austria, e in ispecial modo ai sovrani che hanno governato la Toscana».
E dal carcere, poi da San Marco, infine da una villa in cui fu relegato scrisse varie lettere all'arcivescovo di Firenze, facendo atto d'intera sommessione. «Il Signore mi fece grazia di eccitare nell'animo mio una maggiore e filiale tenerezza verso il papa. Avrei ben di cuore desiderato di presentarmi ad esso quando era in Certosa per confessargli questi miei sinceri sentimenti e la parte che io prendeva alle di lui afflizioni; ma io non potea farlo senza il permesso del Governo». E soggiunge la più ampia professione di fede. Anche al papa che, strascinato fuor di Roma, e a fatica ricevuto alla Certosa di Firenze, alfine era messo prigioniero a Valenza, scrisse il 1º agosto del 99.
Erano i tempi, sempre sciagurati, della riazione; ma presto il ritorno dei Francesi nella Cisalpina e la battaglia di Marengo avvicendarono i tremanti e i minacciosi. Allora il Ricci, al 24 novembre 1800, al Pamieri in lunga lettera segretissima diceva ciò tutto avere scritto per violenza, per sottrarsi alle persecuzioni: «tra gli spaventi di morte e i più ignominiosi trattamenti mi obbligò l'arcivescovo a far una lettera a Pio VI, in cui protestava la mia ortodossia, ecc.». Altrettanto esprimeva al Gregoire nel gennajo seguente. In fatto egli, che avea ricusato accettare la bolla dogmatica «non potendolo secondo le regole della Chiesa», quando fu in carcere dichiarò accettarla «non altrimenti che inerendo alle regole della Chiesa»; cioè con un sottinteso, che spiega poi dicendo: «La pace pubblica della Chiesa e dello Stato esigeva un rispettoso silenzio sulla bolla Auctorem: tanto intesi di promettere nella sommissione, che professai secondo le regole della Chiesa. Io mi credei in dovere di appigliarmi a questo compenso seguitando il sentimento del grande Arnaldo, che fu il fondamento e la base della pace di Clemente IX».
Continuava dunque nello stile de' suoi, non negando l'infallibilità del papa, ma sofisticandone i modi: volendo ch'egli decidesse di concerto con tutta la Chiesa, e con certe regole canoniche[508]; rendendo insomma il suddito giudice degli atti e della coscienza del superiore; e anche dopo la condanna persistette a supporre savj quelli soltanto che aderissero al suo conciliabolo[509].