Tristo a chi si crede costretto a mutare tono colla politica! sciagurate le palinodie! Un nuovo ordine di cose impiantavasi sulle rovine dell'antico; le repubbliche divenivano regni e principati; all'ombra di nuove vittorie adunavasi un conclave, dove il Gerdil, autore della bolla contro il Ricci, sarebbe uscito papa se non metteagli il veto l'Austria[510]; e il nuovo pontefice Pio VII andava in Francia a coronare Napoleone, che, dopo venuto in Italia ad abbattere i troni egli altari, altari e troni avea rialzati. Allorchè, reduce da quell'atto, Pio VII passò da Firenze il 1805, il Ricci gli presentò nuova protesta «di non aver mai avuto altri sentimenti che quelli definiti dalla bolla di Pio VI; non sostenute nè credute le proposizioni enunciate nel senso giustamente condannato nella surriferita bolla, avendo sempre inteso che, se mai qualche parola o parole avessero dato luogo ad equivoco, fossero subito ritrattate e corrette».
Il papa l'accolse amorevolissimo, e anche dappoi il Ricci gliene scrivea ringraziamenti affettuosi: «Rammenterò sempre con filiale tenerezza il giorno felice in cui furono esauditi i miei voti; e nella vita ritirata che meno per attendere al grande affare della mia eterna salute, non cesserò mai di pregare caldamente l'Altissimo perchè conservi lungamente alla sua Chiesa nella santità vostra un pastore illuminato e zelante, e ai suoi figli un padre tenero ed amoroso, ecc.» (Firenze, 20 maggio 1805).
Le lettere che allora diresse agli amici suonano nel senso stesso: e sino al fedele Pancieri dice: «Io nulla tanto desiderava quanto questo, ma non potevo immaginarmi che ciò accadesse nel modo che ella avrà già saputo. Pio VII, superando le mie speranze, ha accolto con tanta amorevolezza i miei sentimenti sinceri di obbedienza e di attaccamento alla sua sacra persona... Dicano quel che vogliono i maligni, non dobbiamo curarli. La dottrina cattolica è salva: noi abbiamo fatto ciò ch'era necessario per l'edificazione de' popoli, mostrando il nostro amore alla unità; abbiamo tolto quello scandalo che taluni prendevano per ignoranza, altri per malizia. Il voler troppo difendere la nostra estimazione non era conforme all'esempio di Gesù Cristo» (15 giugno 1805).
Eppure allora stesso mandava al Targioni: «Ho alzato la voce senza riguardo; ho combattuto a campo aperto, coll'ajuto del Signore, finchè ho creduto volesse questo da me. Adesso il ritiro, il silenzio, la preghiera sono il mio dovere. Il tempo di parlare verrà, ma forse Iddio lo ha riservato ai nostri posteri, quando Babilonia avrà colmo il sacco. Non è per questo che il grido della fede non si senta sempre: ma, voglia Roma o non voglia, pur troppo la Chiesa ha addosso tutte le apparenze di debilitazione e di vecchiaja per l'oscuramento di tante verità che da molti s'ignorano, dai più non s'apprezzano»[511].
L'intolleranza degli scrupolosi non sa vedere nel Ricci che frode e doppiezza. L'intolleranza degli adulatori venali, peggiore che quella degli inquisitori, lo qualificherebbe di vile, giacchè sostengono che rinnegò la propria coscienza per paura. Noi vi vediamo un uomo che errò, se ne pentì, ma non seppe reprimere ogni lampo di umana superbia: lo condanni chi è senza peccato. Ma in lui veramente si veda quanto sia pericoloso il volere novità, che non entrarono nelle consuetudini o nelle idee del popolo, e il cercare appoggio dall'autorità governativa; e quanto a questa è improvido il mescolarsi in materie che spettano unicamente alla Chiesa, dovendo essa limitarsi a impedire che questa esca dalle sue competenze, e nel resto affidarsi alla libertà.
Nella calma degli ultimi giorni il Ricci radunò tutto il suo carteggio, poi compilò la propria vita, conchiudendo: «Qui farò fine a queste Memorie che forse un giorno potranno servire di disinganno e di scuola a chi le vedrà; e quando pure restino sepolte, non sarà poco profitto per me l'aver riandato nel mio ritiro i tratti grandi della divina misericordia sopra un suo servo inutile. Sia dunque lode e gloria al Signore che ha esaudito le mie preghiere, disimpegnandomi da tanti cimenti a cui ero esposto; e disimpegnandomi con modi così inaspettati ed impensati. Voglia pur egli preservarmi da nuovi rischi, e mi dia grazia pei meriti di Gesù Cristo e colla intercessione di Maria Santissima, dell'angelo mio custode e de' santi miei avvocati e di tutti gli eletti, di passare il resto di mia vita in modo, di esser in punto di morte chiamato a godere di quella eterna beatitudine che col prezioso suo sangue ci ha meritato. Fiat, fiat. Amen, amen».
E con tali sentimenti speriamo sia spirato al 27 gennajo 1810.
Altri molti il prevalere della rivoluzione avea richiamati al vero. Spargendosi che i Giansenisti l'avessero preparata colla loro insubordinazione, il Tamburini nelle Lettere teologico-politiche sulla presente situazione delle cose ecclesiastiche (1794) mostra come le riforme che i principi volevano introdurre negli affari ecclesiastici scontentassero il popolo, e scalzassero l'autorità dei Governi. «Moltissimi erano esacerbati dalla distruzione delle abbadie, risguardate utilissime al lustro delle famiglie; altri molti per la soppressione dei chiostri, considerati come opportuni alla comodità spirituale del popolo; altri non pochi per la distruzione delle confraternite, credute attissime a nutrire la pietà de' fedeli. I principi cercarono produrre una rivoluzione nell'opinione degli uomini», ristorando le Università, e facendo pubblicare opere che «alla sovranità temporale vendicassero gli originarj diritti»: ma si confuse il calor della mischia coll'idea della vittoria, e fidandosi nella forza, i principi posero mano alla Riforma nel calor della disputa, e recarono una ferita più acerba sì all'intelletto che alle passioni. Qui riferisce passi de' caporioni della sètta, tutti in favore dell'autorità regia e contro l'origine popolare della sovranità, asserita dal Buchanan e sua scuola: la taccia di Giacobini riversa sui Gesuiti, e la ribellione e il tirannicidio, cioè quel che oggi s'intitola liberalismo.
E appunto da libero cesarista, egli asserisce che tocca allo Stato stabilire l'osservanza dei giorni festivi, gl'impedimenti e le dispense nel matrimonio, nel quale dee separarsi il contratto dal sacramento, nè proibirlo al clero; peccano i pastori che sinceramente non fanno ossequio alle leggi e ai voti de' principi per la restaurazione della disciplina ecclesiastica; esser indecente che i sacerdoti vivano dell'onorario della messa.
Il Bolgeni, che con soda teologia e piana logica facilmente spezzava l'artifiziosa retorica del Tamburini, oppose anche a queste lettere l'opuscolo I Giansenisti son Giacobini? mostrando come essi appoggiassero, non l'autorità, bensì il regalismo. Al venir dei Francesi, il Tamburini ballò cogli altri attorno all'albero, cantando «Viva l'Università, figlia della ragione e madre della libertà»[512], e presentò la sua Introduzione alla filosofia morale all'amministrazione della repubblica cisalpina, professando, come al tempo dei duchi, i diritti sovrani sopra la Chiesa, e che «vescovi e preti non hanno propriamente se non una direzione nel puro ecclesiastico» (pag. 330).