Al tornare degli Austriaci nel 99 il Tamburini sofferse della riazione e dei rigori del vescovo Nani; poi Napoleone lo ricollocò all'Università a dettare la storia delle leggi e della diplomazia. Riguardato come caporione dei Giansenisti, onorato dagli scolari, distinto dagli imperatori, qual direttore della facoltà legale a Pavia visse sino al 1825 senza mai ritrattarsi; e vecchissimo pubblicò la Perfettibilità dell'umana famiglia e alquante poesie, vantandosi carico d'anni e di scomuniche. Ebbe esequie onorevolissime e un monumento nell'Università, ma l'edizione che si cominciò delle opere sue complete non ebbe lo spaccio che speravasi dalla proibizione, e lasciossi in tronco[513].
Il suo amico Zola, col quale studiava una specie di conciliazione tra il filosofismo francese e la fede richiamata ai primordj, avea ricevuto i favori dell'imperatore Giuseppe, che avendo trasportato da Roma a Pavia il collegio romano ungarico, ve lo collocò rettore con lauto trattamento, e gli offerse così un nuovo mezzo di diffondere fra' giovani il rigorismo. Pubblicò allora il Piano d'una riforma ecclesiastica, e per qual modo i principi cattolici possano riuscirvi (1790): ma quando salì imperatore Francesco II, egli fu congedato, assegnandogli, è vero, la pensione di quattrocentrenta zecchini, e gli onori e le insegne del posto, non men che al Tamburini. Al venire de' Francesi fu rimesso in posto, ma essendosi allora soppresso il seminario generale, egli tornò in patria, e sebbene vedesse la nazione bresciana decaduta troppo dalla prisca floridezza, v'accettò la cattedra di eloquenza. Ivi recitò un'orazione nella quale il famoso anatomico Antonio Scarpa lodava «quella filosofica franchezza che pochi in simile argomento avrebbero osato di spiegare nelle presenti circostanze. Come si troveranno piccoli i nostri repubblicani e i nostri legislatori, i quali non sanno nulla di tutto ciò che Zola si propone d'insegnare! Come dovrebbero trovarsi umiliati quelli che a governare credono bastevole l'andar vestiti da ranocchi, con gran pennacchio e gran sciabola».
Al lui vediamo prodigate lodi dagli scolari e dai colleghi, fino a dire,
Nulla ferent talem sæcta futura virum;
ma Germano Jacopo Gussago suo encomiatore parla «delle peripezie ch'egli ebbe a soffrire, sino a spargersi sopra di esso, da' preti, da' frati e da' bigotti, sospetti di libertinaggio e di empietà». Fu sempre appassionato dei romanzi, nel che esortava a non imitarlo.
L'alito del portico teologico di Pavia si sentì lungamente fra il clero lombardo, e proruppe fin nell'opposizione che, nel 1855, qualche prete pavese fece alla dichiarazione dogmatica dell'immacolata concezione. Si sofisticò sul modo della decisione e della promulgazione; si volle, nella bolla dell'8 dicembre 1854, vedere un tentativo del papa di svertare l'episcopato; si poneva in avvertenza il Governo; si sperava che il potere civile proteggerebbe dalle persecuzioni ecclesiastiche: frasi conosciute e ripieghi consueti di quella scuola.
E nella nostra gioventù noi vedevamo ancora, massime in Lombardia, il clero diviso tra papisti e giansenisti: questi ultimi, persone generalmente di austera condotta e di studio, e che facilmente curvaronsi alla servitù francese, impostaci col nome di libertà; ottennero impieghi, onori, vescovadi; pure non vi galleggiò alcun nome, che pareggiasse i tanto illustri di Francia.
E allorchè da questa, con un torrente d'armati ci fu trasmesso un torrente di errori, e della servilità nostra fu sintomo un vomito di opuscoli avversi alla religione e brutte copie di francesi, molti di quelli che aveano osteggiato il pontefice scesero nell'arena a difendere l'autorità, che aveano contribuito a scassinare. Così il Guadagnini negli ultimi suoi giorni dovette farsi apologista contro le diatribe che, all'ombra dell'albero giacobino, buttavano fuori il Ranza[514] e somiglianti.
Il prevosto Reginaldo Tanzini fece amplissima ritrattazione a Pio VII l'agosto 1800, confessandosi autore della Storia dell'Assemblea de' vescovi di Toscana, eccettuatane la prefazione: e d'una edizione di Machiavello, con proemio che lo discolpa. «Un errore d'intelletto, l'impegno travestito ai miei stessi occhi in sembianza di zelo, mi aveano talmente affascinato e deluso, fino a farmi reputare utile servizio alla Chiesa ciò che difatti la offendeva e la turbava»; e conchiudeva: «Ah non vi sia mai alcuno tanto infelice che abbia la deplorata temerità di disprezzare questa augusta religione, la quale, ne' suoi rapporti allo stato di corruzione del genere umano, inesplicabile senza il lume di lei, nelle sue testimonianze autentiche e sovrumane, nelle sue auree e preziose massime dottrinali e morali, porta scoperta ed evidente l'impronta della divinità».
Aveva assistito al sinodo pistojese Vincenzo Palmieri di Genova oratoriano (1753-1820), professore di storia e teologia nel portico pavese, autore d'un Trattato storico-critico-dogmatico delle indulgenze (1788), che fu confutato dal padre Anfossi maestro del sacro palazzo, al quale più tardi egli oppose La perpetuità della fede della Chiesa cattolica concernente i dogmi dell'indulgenza. Mutati i tempi, ritirossi in patria e col Solari, traduttore d'Orazio, col Molinelli, col Degola ed altri preti patrioti mandarono una lettera d'adesione al clero costituzionale di Francia. Dalla loro unione uscì un opuscolo, La libertà e la legge considerati nella libertà delle opinioni e nella tolleranza dei culti. Il Palmieri avea pur fatto una Esposizione ragionata dei sistemi degli increduli, e mentre alcuni dicono che, avanti morire, si ritrattasse di quanto avea scritto contro la santa sede, i suoi amici lo vantano d'impenitenza finale.