Alcuni furono più sfortunati, come Marcello Eusebio Scotti, napoletano, predicatore sospetto, autore d'un catechismo pe' marinaj e della Monarchia universale de' papi (1789)[515], scritta per sostener la quistione della chinea contro i pontefici, dei quali affolla le usurpazioni come causa di tutti i mali della Chiesa. Buttatosi nel vortice della rivoluzione, nel 1799 fu fatto appiccare dai re, de' quali aveva intrepidamente proclamata l'assolutezza.
Anche Giovanni Serrao di Potenza avea stampato degli illustri catechisti al modo di Cicerone De claris oratoribus, dialogo latino fra l'autore, Domenico Malarbi e Girolamo Vecchietti, dando gran lodi a Mesengui e censurando i gesuiti, allora soppressi. Il padre Mamachi criticò assai questo ed altri scritti, onde il papa prima di accettarlo vescovo di Potenza, l'obbligò a dare spiegazioni sui suoi sentimenti: ma il Serrao scrisse al ministero napoletano, eccitandolo a respingere le pretensioni di Roma. In fatti una commissione eletta da questo dichiarò insultante e inaccettabile l'interrogatorio, ed esortava il re a far consacrare il Serrao dal metropolita. La proposta fu accolta col piacere che allora metteasi in tutto ciò che cozzasse con Roma: alfine una congregazione di cardinali suggerì che egli facesse un atto di sommessione alla santa sede senza entrare in particolarità. Credesi suo il libro intitolato La Prammatica di san Luigi proposta ai riformatori della disciplina (1788), dove arroga ai re il diritto di eleggere i vescovi, e dove la sinagoga romana è presentata coi modi più insultanti. Dettò pure un Commentario de rebus gestis Mariæ Theresiæ dedicato alla regina Carolina, alla quale e al re profuse elogi: e quando fu chiesto a dar il giuramento d'obbedienza da vescovo, disse: «Volentieri, ma salvo quella che devo al mio sovrano». Quei re si gloriavano di sudditi così devoti; ma vien la repubblica, ed egli fu di questa caldissimo; nel cader della quale il popolo lo trucidò[516].
DISCORSO LV. L'ERESIA POLITICA.
La rivoluzione francese, protesta e decisa rivolta contro la tradizione civile e la dottrina teologica, colla smisurata tirannia che è resa possibile dal surrogarsi della forza materiale al corso regolato della forza morale, dapprima obbligò il clero a quell'abominio che s'intitolò costituzione civile, giurata da molti, e in cui conformità molti preti s'ammogliarono senza acquistare la fiducia del popolo, il quale la riserbava a coloro che subirono povertà e martirio. Dappoi montata in frenesia, avea tentato abolire con tutto il passato anche Dio, asserendo doversi ricominciare da capo il corso dell'umanità secondo il tipo che, facendo astrazione dai fatti, le esibivano i filosofisti; e provvidenza, ordine, bene, immortalità dichiarando ipotesi, a cui surrogava le altre di fatalità, male, forza, niente.
Poco appresso riconosceva la necessità d'un Dio; e dopo un secolo di preparazione, dopo svigoriti i caratteri e invigoriti gli ordigni del Governo, la ragione nel suo apogeo inventava una religione, che fu il più stolido dei culti, subito inabissato sotto i fischi universali.
Revellière Lepeaux, uno dei direttori, che aveva inventato questo assurdo culto teofilantropico, scriveva al giovane Buonaparte conquistatore d'Italia, il 21 ottobre 1797: «Bisogna impedire che diasi un successore a Pio VI: profittar della occasione per istabilire a Roma un governo rappresentativo, e liberare l'Europa dalla supremazia papale». Ma Buonaparte, genio dell'ordine e dell'autorità, invece di stancar la pazienza dei preti, come gli si ordinava, nè di secondare le beffarde antipatie de' suoi amici, che rideano d'ogni abito diverso dal loro, trattò col papa, bensì da vincitore, ma con riguardi come se avesse centomila bajonette. Quando egli però fu partito, la repubblica francese mandò Berthier ad occupare la moderna Babilonia, dove fu gridata la repubblica romana, invocando i mani de' Catoni, de' Pompei, de' Bruti, de' Ciceroni, degli Ortensj, e rapissi prigioniero in Francia Pio VI, che vi morì. I filosofi e i soldati esclamarono, «Abbiam sepolto l'ultimo papa»; i Cattolici temeano per lo meno una lunga vacanza; eppure a Venezia, cui non lo stilo della romana curia, ma la democrazia avea carpito l'essere e la libertà, fu raccolto il conclave, ed elettovi Barnaba Chiaramonti che si chiamò Pio VII, e che presto ricomparve a Roma, invocato dal popolo e dagli assennati.
L'esperienza sanguinosa anche in Francia strappava le empie illusioni; gli stessi trionfanti si trovarono spossati dalla vittoria; senza Dio, la natura parve schifosa, ironica la morale, impossibile la società dacchè mancava ogni stabile credenza, che dirigesse gli uomini in un accordo d'atti e d'opinioni; ripullulava il bisogno di fede, di religiosi conforti; tanti fanciulli rimasti orfani, tante donne vedovate, sentivano bisogno di rifuggirsi a Quello che è padre e sposo e immortale; le anime angosciate invocavano i riti ove riconciliarsi col Dio che consola; le amanti imploravano il Cristo che i loro affetti santificasse; i soffrenti, la croce che insegnasse la pazienza, e desse il conforto d'un giudizio, ove saranno rivedute le autorate iniquità dei potenti. Anche il politico disingannato conoscea dover rintracciare un'eguaglianza più reale, una libertà men fallace; il pensatore meditava melanconicamente su quella demolizione del cristianesimo senza sostituirvi una legge generale dell'uomo e del mondo, senza che nulla s'interponesse fra il gran tutto che rapivasi all'umanità, e il nulla in cui la si sobbissava.
Buonaparte, il quale, perchè si sentiva forte, reluttava alla tiranna de' fiacchi, la pubblica ciarla, anche fra gli scoppj di sua collera e le ubbriachezze di sua ambizione mostrò sempre e bisogno e desiderio di riconciliarsi col papa. Pertanto, appena la frenesia di superbia e di sangue diè luogo a qualche lampo di senso comune, si rannodò l'antico col nuovo mediante il Concordato, fatto dalla repubblica col papa nel 1801, dove si ristabilivano reciproche relazioni fra la Chiesa e lo Stato, non secondo astrazioni teoriche, ma in guise positive e pratiche. Non era il re di Roma, sibbene il sovrano spirituale della società delle anime che trattava col Governo della Francia; questo assumeva obblighi affatto materiali, proteggere l'esercizio del culto cattolico, assicurare un trattamento a' vescovi e parroci ecc., mentre la santa sede faceva concessioni tutte spirituali; consentiva al magistrato supremo di proporre i vescovi, e approvare i parroci, ed esigerne il giuramento. Non fu chiesto che la cattolica tornasse ad essere religione dello Stato, bastando ne fosse protetta la libertà. Benchè fossero stati tolti gli Stati ai principi ecclesiastici della Germania, a lui le Legazioni, alla curia i proventi di Francia, il papa rassegnavasi a grandi sagrifizj per recuperare il regno primogenito del cristianesimo. Non istette dunque difficile sui possessi usurpati alle manimorte, le ricchezze non essendo essenziali al clero, e fu riconosciuta l'alienazione di quattrocento milioni di beni nazionalizzati. Chiedeasi il matrimonio dei preti, ma Pio VII, per quanto pien d'amore per la Francia e d'ammirazione per l'uomo che la dirigeva, rispose potersi assolvere quei che l'aveano contratto, non autorizzarlo per massima. Nel 1516 tra Francesco I e Leone X erasi convenuto che il re nominerebbe i vescovi; non volendo nè che, fra la dominante corruzione, la nomina restasse ai Capitoli, nè che fosse privilegio della Corte romana. Ora Pio dovette riconoscere una nuova circoscrizione delle diocesi, uniformata a quella delle provincie, e i vescovi nominati ad esse dal Console: affinchè non rimanessero scoperte le loro sedi sollecitò egli medesimo la rinunzia dei vescovi, profughi per aver ricusato il giuramento; e tutti s'affrettarono ad aderire, colla generosità onde, allo scoppio della Rivoluzione, gli aristocratici aveano rinunziato ai loro titoli e privilegi.
Luciano Buonaparte presentando quell'atto al Corpo Legislativo esclamava: «Avventurata Francia se quest'opera fosse potuta finirsi nel 1789! Chi può calcolare il numero delle vittime che avrebbe risparmiato?»
Il concordato era un atto fra due potenze indipendenti, sicchè riconosceva non solo la sovranità morale della Chiesa come società spirituale visibile, ma anche il principato. Per esso la Chiesa si rialzava, ma non grondante di martirio e colla croce di legno, bensì all'ombra di una spada possente. Come indispettivano gli avvocati e i soldati a tale atto di quel Buonaparte, che veniva intitolato la rivoluzione fatta uomo! Eppure egli non solo ricostituì il cattolicismo col Concordato, ma la supremazia del papa sui re col richiedere da esso la sua consacrazione. In questa egli dovea giurare di mantenere la libertà dei culti. Ne concepirono scrupolo i cardinali e il pontefice; ma il cardinal Fesch, a nome di Buonaparte divenuto Napoleone, scriveva: «La promessa di rispettare e far rispettare la libertà de' culti non è che l'attuazione della tolleranza civile; non implica la tolleranza religiosa teologica, che è l'atto interiore d'approvazione; nè la parità delle altre sette. N'è prova lo stato della persona che deve prestar giuramento. Il senato sa benissimo che l'imperatore è cattolico. Il senato, che lo obbliga a seguir il Concordato, professione di fede di esso imperatore, non volle obbligarlo a un rispetto che implichi la tolleranza teologica, da cui sarebbe distrutta questa medesima fede e per conseguenza non volle esigere se non la tolleranza civile»[517].