Ma poichè la Rivoluzione avea proclamato in Francia l'unica autorità dello Stato, il che nel linguaggio ammodernato s'intitola libertà, la Chiesa veniva rimessa nella legge, ma sotto la legge; non le restava più nè personalità distinta, nè proprietà, nè potenza indipendenti; eppure si mantenevano i sospetti e le esclusioni di cui era stata circondata quando aveva e stato e potenza e proprietà e indipendenza. E stantechè l'Italia si foggia sugli esempj di Francia, neppur qua si riuscì fin adesso a trovarle luogo; riverendola anche, ma come una straniera; proteggendola come una pupilla; stipendiandola come una dipendente.

Finchè qui dominò la Francia or come repubblica or come regno d'Italia, di Napoli, d'Etruria, sulla Chiesa pesò tutta la prepotenza napoleonica, che pretendeva arrolare la volontà e le coscienze sotto i decreti. Il Concordato che venne conchiuso colla Repubblica Italiana non doveva imporre tanti sagrifizj, perocchè non trattavasi di ristabilir la religione, che mai qui non erasi abolita; laonde minori concessioni occorsero, e vi s'inserì la promessa di non fare altre novità se non d'accordo colla Santa Sede. Eppure anche qui si pubblicarono gli articoli organici che Napoleone aveva arbitrariamente soggiunti al Concordato, e che in tanta parte lo snaturavano: e se pei lamenti del papa si finse ritirarli, nei decreti del vicepresidente Melzi e del ministro del culto realmente sussisterono. Mutata quella repubblica in Regno d'Italia, Napoleone vi soppresse molti conventi, poi tutti; scemò le parrocchie; prefinì il numero de' seminaristi, e circondava d'esploratori il Vaticano e i cardinali[518].

Il papa, mansueto e sollecito sopratutto di conservar la religione, blandiva all'imperatore, ma le preghiere del sacerdote mal potevano alzarsi a favore del prepotente, se anche la prudenza ratteneva dal contrariarlo. Il governo pontificio spiaceva non meno ai rivoluzionarj che ai monarchici, perchè serbava ancora le libertà storiche ch'essi detestavano; non avea coscrizione, tributi moderatissimi, piene franchigie municipali; non aspirava ad ampliare i possedimenti; vero tipo d'un governo elettivo, facea vivo contrapposto all'irrequietudine gloriosa e alla democratica tirannia de' governi nuovi. Il Consalvi ministro di Stato ricusava prender parte alle guerre di Napoleone, non meno che alle coalizioni ostili ad esso: ma avendo questi rotto nimicizia al regno di Napoli, i capibanda comparvero nelle montagne limitrofe al reame, eccitando le popolazioni alle armi; in Roma si costituirono due comitati, e coglievasi ogni occasione di palesar odio al prepotente francese. Napoleone se ne lagnava, ed è curioso il veder quanto allora insistesse perchè il papa cacciasse da Roma Vittorio Emanuele, i cui successori vorrebbero ora cacciare da Roma il papa.

Ormai nei concetti del conquistatore più non restava luogo a prudenza o moderazione, più non sapeva arrestarsi sulla curva, che pareva sollevarlo al vertice e lo portava all'abisso. Risoluto d'involger anche le credenze e il culto nel despotismo amministrativo, pensava impossessarsi del restante Stato pontifizio. A chi gli mostrava come un papa senza regno sarebbe di necessità servo ad un re, e in conseguenza repudiato dagli altri. Napoleone rispondeva: «Finchè l'Europa riconobbe diversi signori,» certo non era decente che il papa fosse soggetto a uno in particolare. «Ma ora che l'Europa non riconosce altro signore che me?» Vale a dire che, dimenticando esser il papa capo non della sola Europa, metteva come condizione necessaria della sudditanza di quello la servitù di tutti i popoli[519].

Pure lo sbalzar di seggio un regnante, da cui testè egli aveva chiesta la sacra unzione, produrrebbe impressione sinistra; per ciuffare un piccolo territorio, per sottomettere il più debole e inoffensivo de' principi, rischiava di veder scandolezzate le coscienze cattoliche, dissipato il dogma dell'autorità, ch'egli tanto faticava a ripristinare: e la Chiesa potrebbe colpire ancora di maledizioni la fronte che testè aveva consacrata.

Che importa? più egli non tollera alcuna volontà reluttante alla sua; Pio continui ad essere papa, ma non impacci i grandiosi divisamenti del guerriero; nè Roma neghi all'imperatore quell'obbedienza che gli rendono Milano, Venezia, Firenze, Napoli. «Tutta l'Italia sarà sottoposta a' miei ordini (scriveva soldatescamente al papa). Di Roma voi siete il sovrano, ma l'imperatore ne son io; i miei nemici devono esser nemici vostri. La lentezza di Roma a dar le dispense e ad approvare i miei vescovi, è insopportabile; io non posso trascinar per un anno ciò che deve compiersi in quindici giorni».

Un papa politico avrebbe potuto simulare e dissimulare, guadagnar tempo, condiscendere in qualche parte per assicurare il tutto; ma Pio VII era un buon prete, altamente compreso della divina autorità del pontificato, fedelissimo a quella morale che non capitola colla menzogna, e al dovere di tramandar intatta l'autorità ricevuta in deposito. Consultò il sacro collegio, e i cardinali, già da un pezzo persuasi che, o piegasse o resistesse, Roma sarebbe travolta nel vortice, opinavano pel partito più dignitoso; ricusare l'alleanza colla Francia, poichè essa condurrebbe a guerra con tutta la cristianità, provocherebbe Russi e Inglesi a perseguitare i Cattolici loro sudditi; repugnerebbe all'affezione che il pontefice deve a tutti i credenti.

Napoleone se n'offendeva, come fa sempre il prepotente agli atti di dignità, e presto procedette al segno di spossessare il pontefice, allegando la donazione di Carlomagno, che certo fu non solo più giusto, ma meno barbaro e men inurbano di lui, e trascinarlo prigioniero.

Questi ricusò allora d'investire nuovi vescovi, talchè le sedi rimanevano vacanti, scarmigliate le Chiese, conturbate le coscienze. Napoleone, la più magnifica personificazione di quel potere monarchico, che avea raccolto dal fango e ingloriava di sangue, indignavasi contro questi preti che tengono per sè l'azione sugli spiriti, pretendendo lasciare ai re soltanto il corpo; e tentò rimediarvi col fare dall'alto clero di Parigi dichiarare, che sta a ciascun Capitolo il conferire l'amministrazione della diocesi al vescovo eletto dal principe, senza bisogno dell'istituzione pontifizia. Allora obbliga tutti i Capitoli dell'impero e del regno a rispondere a tal dichiarazione. I più in Italia vi aderirono; tanto pareva impossibile resistere a un così forte: anzi i nostri aggiungevano che il corpo dei vescovi in attività rappresenta la Chiesa; che qualunque istituzione di Roma è affatto estranea alla gerarchia ecclesiastica nel governo della Chiesa; che l'istituzione canonica e la professione di fede e di obbedienza sono restrizioni, messe tardi dai pontefici alla podestà vescovile, la quale è d'origine divina al pari della papale[520].

Coloro che credono tutto novità perchè non vogliono la fatica di guardare ciò che fu jeri, comprendano che, anche vivi noi, bollí quanto oggi quel conflitto, deplorabile ma forse necessario, della potenza materiale colla morale, del sistema politico col religioso, del popolo vero col popolo letterato e officiale.