Forte dell'altrui pusillanimità, Napoleone intima a Parigi un Concilio di tutti i prelati del regno e dell'impero, assumendosi la parte che Costantino imperatore sostenne al Concilio di Nicea. A quell'assemblea fu proposto: «Il papa può, per ragioni temporali, ricusar il suo concorso agli affari spirituali? — Non sarebbe dicevole che il concistoro fosse composto di prelati di tutte le nazioni? — Può il papa rovinar la Chiesa col ricusare l'istituzione ai vescovi? — Come prevenire che il papa non diffonda bolle di scomunica, eccessi repugnanti alla carità cristiana e all'indipendenza dei troni?».
Ma i vescovi congregati ripigliarono quel coraggio che disgiunti aveano perduto, e proposero una questione pregiudiziale; se avessero diritto a radunarsi senza il beneplacito del pontefice. Per tanto elusero le quistioni; spedirono al papa la loro sommessione, e l'imperatore affrettossi a scioglierli. Così fu causato l'imminente pericolo d'uno scisma.
Contro quel caparbio di papa che persisteva nel non è lecito e nell'asserire il diritto, gl'idolatri della forza non rifinivano di declamare, quasi portasse la rovina d'Italia e della religione; essi che applaudirebbero quando il vescovo di Cantorbery a nome del suo clero s'inginocchia alla regina Vittoria per porgerle una supplica, premettendo la professione di credere fermamente la supremazia della Sovrana sulle materie ecclesiastiche. Pio VII, che ricordava sempre la mano che rialzò gli altari, non quella che minacciava schiaffeggiarlo, e che diceva, «Se non fosse dovere pel successore di san Pietro il risedere in Roma, ameremmo fissarci in Francia», rassegnavasi agli oltraggi del forte e dei vili; e «Se bisognerà rinunziare alla tiara, vedano almeno gli avvenire che non ne eravamo indegni. Il mio predecessore ne' giorni prosperi avea l'impeto d'un leone, e morì da agnello: io vissi come un agnello, ma saprò difendermi e morire da leone». E all'imperatore scriveva: «Sovvengavi che Dio è re sopra i re; che non eccettuerà nessuno; che non risparmierà qualsiasi grandezza; si mostrerà, e presto, in forma terribile, e i forti saranno giudicati fortemente». Ai sudditi suoi ne' paesi occupati dichiarava non poter esser lecito qualsiasi atto che direttamente o indirettamente tenda a coadjuvare una usurpazione così notoriamente ingiusta e sacrilega, ed a stabilirne e consolidarne l'esercizio»[521].
Intanto vescovi e cardinali stavano dispersi e relegati, come li vedemmo noi testè. Roma deperiva, vedovata del papa e della Corte, che ne alimentavano la vita: pochi traviarono; la fede produceva la speranza, e «la resistenza di questi pretocoli (scrive Cesare Balbo) fu veramente meravigliosa; fu la sola resistenza italiana di quel tempo».
Invano Napoleone fece pubblicare un catechismo che fosse unico per tutto l'impero, dove l'obbedire a lui e il servirlo nel civile e nel militare veniva posto fra i primarj comandamenti di Dio[522]. Le coscienze restavano turbate; gli onest'uomini vacillavano nell'eseguire gli ordini dello scomunicato; il popolo rabbrividiva e pensava quel che De Maistre diceva alto: «Napoleone se la piglia col papa; la sua ruina è certa».
In fatto lo scontento de' popoli ispirò fidanza ai nemici, che presto spezzarono il colosso. Nel congresso radunatosi nel 1815 per rassettare l'Europa, si considerò come se il papa non fosse mai stato tocco, e gli si restituirono i dominj, salvo alcuni brani pei quali esso protestò. D'immensa letizia giubilarono gl'Italiani pel ritorno del pontefice. Ma la rivoluzione che alla democrazia, alle forze molteplici, alla fede avea sostituito la monarchia, la forza, l'unità materiale, conculcando il municipio, l'autorità, il passato, obbligò ad accettare le novità introdotte da essa, e stabilire un governo centrale, invece d'una confederazione di municipj, quale fin allora era lo Stato pontifizio. Quindi numerosi impiegati, imposte e tutto il resto, eccetto la coscrizione; e del non aver voluto questo tributo di sangue si fece e si fa principal carico ai papi, in un tempo ove gli Stati non ottengono considerazione che pel numero de' soldati. Confondendo l'amministrazione della città collo Stato, concentrando moltissimi affari e tutto il potere esecutivo nella segreteria di Stato, si spense la vita municipale, e si sminuì la partecipazione de' cardinali alla sovranità. Di ciò vediamo le conseguenze.
Nell'ecclesiastico la cura primaria de' pontefici fu restaurare la disciplina, e accordarsi coi principi per regolare le reciproche relazioni della Chiesa collo Stato. Riusciva difficile il combinare coll'inveterata disciplina le nuove pretensioni filosofiche e giansenistiche, adottate dai regalisti; e i principi, che tanto aveano bisogno di assodare l'autorità, la scassinavano col mostrare gelosia di colui che n'è il simbolo e la fonte; e cercavano lode dai liberal-astri coll'abbattere qualche ostacolo che i privilegi ecclesiastici mettesser all'onnipotenza amministrativa.
Negli Stati pontifizj, dove il capo dello Stato è anche capo della Chiesa, e sta in vigore il diritto canonico, non è possibile nasca conflitto fra le due potestà; nè si aveva a pretendervi l'indifferenza religiosa, benchè vi regnasse la tolleranza civile, avendo luoghi di preghiera persino in Roma, non soltanto gli Ebrei, ma i varj culti acattolici.
Negli altri paesi italici si fecero varj concordati con minori o maggiori restrizioni alla podestà ecclesiastica. Più degli altri devoto a questa il Piemonte, conservava le immunità reali e personali del clero, benchè ripudiasse certe antiquate cerimonie; ottenne una nuova circoscrizione delle sedi vescovili sotto i quattro metropoliti di Vercelli, Torino, Genova, Ciambery.
Anche nel concordato col regno di Napoli del 1818, modificato da una convenzione del 1839, lasciossi libertà ai vescovi di convocare sinodi, di pubblicare istruzioni, di giudicare le cause benefiziarie e matrimoniali, di rivedere i processi dei preti condannati a morte.