Ma la libertà della Chiesa non appariva che come una concessione; ad essa toccava l'odiosità di dominante, senza i vantaggi d'essere indipendente, poichè la burocrazia mostravasi gelosa dell'autorità sua, e l'attraversava in ogni modo. «I venti vescovi della Toscana (diceva Neri Corsini) se non sono assiduamente vigilati dal Governo, possono da un giorno all'altro sovvoltare il paese a piacere di Roma. Continua vuol essere la sorveglianza, circospetta, preventiva, onde evitare scandali e clamori, i quali irritano i tanti devoti che credono e non ragionano». E il presidente Peyretti, all'ambasciadore sardo a Roma scriveva: «Tutto quanto è oggetto di speranze in Roma, dev'essere a noi oggetto di timore, e dobbiamo guardarci dal concederlo». Povera sapienza!

Dopo le dolorosissime esperienze di mezzo secolo, Gregorio XVI, il 14 novembre 1833, scriveva al granduca Leopoldo II, mostrandogli gl'inconvenienti che derivavano dalle leggi avverse alla Chiesa, per cui rimanevano turbate le immunità ecclesiastiche, impedito l'episcopato, messa la mano laica nell'insegnamento, e con esso nel deposito della fede; e l'esortava a modificarle pel ben della Chiesa come per la prosperità dei popoli, dovendo egli esser convinto che togliesi al principato un grande sostegno collo screditare il sacerdozio; ed esser «funesta cospirazione de' nemici dell'ordine pubblico l'insinuare ai sovrani de' sentimenti di diffidenza verso la podestà ecclesiastica». Soggiungeva lo seconderebbe a tal opera: e «persuasi doversi dare alcuna cosa a tanta asprezza di tempi, decorreremo ove il meglio lo esige, con quelle facilitazioni, alle quali si prestò sempre questa santa sede, onde rendere regolare colla legittima autorità quel che un abuso di potestà incompetente aveva prodotto di vizioso e d'illegale».

Il granduca rispose che i suoi maggiori aveano creduto far bene; n'erano stati lodati da gran personaggi, e non potrebbe or fare innovazioni che gli renderebbero meno affezionati i popoli. Glielo diceano gli avvocati.

Ne' paesi dominati dall'Austria vigevano le sospettose restrizioni giuseppine; nelle scuole insegnavasi sul Van Espen; si ristampavano le opere del Tamburini e i Commentaria de jure canonico che nel 1788 avea pubblicati Domenico Cavallari per uso delle scuole napoletane: talchè i Cattolici liberali, sentendo tale tirannide pesare sopra la Chiesa, prevedevano che la libertà di questa non sarebbe sperabile finchè libera non fosse l'Italia. «Certo (scriveva il padre Lacordaire) l'elemento rivoluzionario e anticristiano è molto a temere; ma esso s'alimenta principalmente delle generali passioni del patriotismo, e da questa fortezza bisogna cacciarlo con una guerra da potenza a potenza, dove si ha probabilità di vincere il nemico sul campo, o di frenare al tempo stesso lo spirito anticristiano e rivoluzionario..... Presto o tardi l'Italia sarà libera, e raccolta in una confederazione liberale e cristiana. Prima di questo fatto, la Chiesa non ripiglierà il terreno che ha perduto dopo Lutero. L'Italia libera è il papato liberato, per quanto contrarie sieno le apparenze; e senza il papato sciolto dallo straniero, e dall'assolutismo austriaco, non è possibile ricondurre i popoli all'ovile «della fede[523]».

Prima che giungesse quel desiderato momento, il nuovo imperatore d'Austria, istrutto dalle terribili lezioni del 1848, proclamò la libertà della Chiesa, indi la sistemò col concordato del 15 agosto 1855 «per mettere in armonia le relazioni fra lo Stato e la Chiesa colla ben intesa prosperità dell'impero». Era il più ampio che nell'età moderna si formasse, e perciò il più impugnato. Non attribuiva nuovi diritti alla Chiesa, ma le restituiva la libertà di tutti i suoi atti interni, di pubblicare scritti, eleggere vescovi e parroci, erigere o restringere Ordini monastici, comunicare col capo supremo e coi fedeli, statuire di tutto ciò che concerne i sacramenti, la disciplina, i possessi suoi; senza perciò togliere la parità de' cittadini in faccia alla legge, rimanendo l'ecclesiastico passibile de' tribunali ordinarj pei delitti comuni. Attribuivasi ai vescovi l'ispezione sopra la stampa e l'istruzione primaria, e facoltà di proibire ciò che offendesse il costume e il dogma, ma poichè la censura politica preventiva era stata già tolta, anche l'ecclesiastica dovè restringersi in limiti ragionevoli e legittimi, mentre gli scrittori non trascendevano.

Sebbene riconoscessero alcune inopportunità, viepiù in paesi di religione mista, vi applaudirono coloro che capiscono come tutte le libertà si colleghino fra loro: l'arcivescovo di Westminster lo difese e spiegò in quattro conferenze a Londra; l'imperatore de' Francesi solennemente si congratulava coll'Austria, «ringiovinita dai cavallereschi sentimenti del suo leale sovrano»; di rimpatto ne fremeano o ridevano o blasfemavano i fragorosi, che aborrono ogni libertà della Chiesa: e ascrivevano a colpa dell'Austria quel che ad altri n'è parso l'atto suo più savio e popolare[524].

Su quel modello si sarebbero foggiati gli accordi colle altre signorie, se la rivoluzione non avesse di nuovo conculcato le libertà popolari.

Ammirando i prodigi coi quali Iddio manifestamente avea salva la nave di Pietro quand'era parsa più vicina al naufragio, per combattere gli arroganti sofismi degli enciclopedisti e le inumane celie volteriane erasi elevata altrove una falange battagliera, in cui primeggiavano Görres, Adam Müller, Luigi Zaccaria Werner, Federico Schlegel, Carlo Luigi de Haller, il barone d'Ekstein, il conte Stolberg, Boulogne, Frayssinous, Bautain. Giuseppe De Maistre, savojardo e ministro dei reali di Piemonte, spiegava il problema fondamentale della filosofia col supporre una primitiva rivelazione della parola, e delle idee con essa, offuscata poi dal peccato originale, del quale esagerava gli effetti per magnificare la redenzione; e non discutendo ma affermando, calpestava gl'idoli della rivoluzione, ergendo un sistema teosofico, dove i dogmi sono pareggiati agli acquisti della ragion naturale, e la scienza è ridotta a fede. Il mondo è un immenso altare dove, in perpetua espiazione del male causato dalla libertà dell'uomo, s'immola continuamente dal selvaggio come dal civile, il reo come il giusto: la man di Dio regola ogni cosa, talchè la storia terrena è regno immediato e visibile di Dio; e nella sanzione di questo si fonda non solo l'autorità suprema, ma anche l'interna condizione sociale e la distinzione delle classi: opera di Dio sono i re, gli Stati, le costituzioni, e quando l'uomo presume stabilirli da sè, s'appiglia necessariamente al peggio, e non edifica ma ruina. Credere a promesse di re è un mettersi a dormire sull'ale d'un mulino: reprimerli e correggerli non possono bajonette e tribune: è antilogico l'elevar la plebe sopra di essi: il contrappeso del potere dee venir dall'alto; dal papa, sulla cui supremazia appoggiasi l'infallibilità della Chiesa, unico rimedio alla corruzione della razza umana, che vuolsi gagliardamente reprimere. Il filosofismo non ebbe più inesorabile avversario del De Maistre, che lo colpisce coll'opporre alle affermazioni altre imperterrite affermazioni: genio esuberante, che ti lascia dubbio se sia sofista o profeta, e che anche co' suoi paradossi operò potentissimamente sull'avvenire.

Più conosciuti perchè più leggieri erano Chateaubriand, che la religione austera riduce in vaporosa e sentimentale poesia: Bonald che pone la verità fuori dell'uomo; Lamenais il quale spingea la logica fino all'iperbole, lo zelo fin alla procella, proclamando la ragione universale, il senso comune qual criterio unico della verità, il papa qual organo infallibile di questo senso comune; intimava guerra ai classici pagani, confondendo nel medesimo anatema sofisti, protestanti, rivoluzionarj. Il suo Saggio sull'indifferenza in fatto di religione fu tradotto da un insigne scrittore, apologista egli medesimo, e piaceva ripeter con esso che «senza papa non v'è Chiesa cattolica; senza Chiesa non cristianesimo; senza cristianesimo non religione; senza religione non società».

Ebbero qui alquanti proseliti: e in quel senso procedeano fin all'esagerazione le Memorie di Modena e la Voce della verità, dove Cavedoni, Baraldi, Galvani, Schedoni, Rosmini, Canosa, Monaldo Leopardi ed altri non solo difendevano ma assalivano. Come ostrogoti erano costoro denunziati dai volteriani, che presumeano colpirli d'una fittizia impopolarità.