Mentre le matematiche posavano il Dio astratto de' geometri, la chimica colle storte e il microscopio cercava la monade, l'anatomia e la fisiologia rimpastavano il Dio vivente degli Ebrei, erasi cominciata anche la riazione storica nel quadro stupendo e providenziale de' progressi dell'uman genere additando il Dio personale, creatore e redentore de' Cristiani. Allora si chiariva la logica de' fatti, per cui da certe situazioni derivano altre regolarmente non fatalmente. Contro un radicalismo ingrato quanto cieco, mettevansi in luce le opere de' padri, mostrando come le cose ebbero la loro ragione di essere; che non sono le verità fondamentali che variino, e neppur le loro reali applicazioni, bensì il modo d'applicazione in circostanze e condizioni variabili. Allora si cessava di osservare con leggerezza bernesca il passato, e di deriderlo sol perchè passato: si cercava la verità che sta sotto alle legende popolari e alle convenzioni da scuola come i classici sotto ai palimsesti, e si mostravano glorie e imprese italiane, e stupende dottrine, e sante azioni in quel medioevo, che gli accademici cortigiani, perchè ne tornava conto ai re, aveano dipinto come un grande abisso fra la civiltà pagana e la moderna. Insieme ricordavasi come i fedeli, se avanti tutto sono cattolici, appartengono anche ad un'associazione civile, a un popolo, a una patria, per le cui sorti non possono restare indifferenti: anzi sono solidali di quanto le accade, e devono contribuire alla prosperità di essa. Perocchè storia e politica non si scompagnano: la storia è la politica d'un tempo: la politica è la storia d'oggi; onde il soggetto è sempre lo stesso, anche a gran distanza; è l'uomo, è la società odierna: sicchè non fa meraviglia se vi si trovano gli stessi amici a lodare, gli stessi avversarj a combattere.

Di qual peso fosse tale riabilitazione storica apparve dal furore con cui fu assalito chi più vi adoperò alta imparzialità di spirito e sincera indagine del vero. Ma è notevole come il ravviamento di studj buoni provenisse da laici, in testa ai quali collochiamo Alessandro Manzoni, che mentre le poetiche ispirazioni attingeva dalla Bibbia e dalla fede, combatteva invincibilmente le accuse che la dotta plebe lancia alla morale cattolica. Egli si rallegrava che «tra gli orribili rancori che hanno diviso l'Italiano dall'Italiano, almeno non si conosce il religioso; le passioni che ci hanno resi nemici, non hanno almeno potuto nascondersi dietro il velo del santuario»[525]. A quanto diversa scena dovette poi partecipare!

Sfavillò in questa scuola l'abate Vincenzo Gioberti torinese, che comparve dapprima con tutte le armi della scienza, i vezzi dell'arte, i compatimenti della carità, le modestie della fede. Applicatosi alla filosofia dell'ente, impugnava risoluto come causa di tutti i mali il razionalismo, incarnato in Lutero per abbattere l'autorità della Chiesa, in Cartesio l'infallibilità della Bibbia, in Kant la validità della metafisica cristiana; talchè a restaurar la filosofia in Italia trovava necessario il ritorno alle istituzioni cattoliche. Vanno in questo assunto le prime opere sue, che tanto piacquero al giovane clero. Già dal 1840, nell'Introduzione allo studio della filosofia credea vicino a risorgere l'arbitrato del pontefice: «Le divisioni religiose d'Europa, l'eresia, lo scisma e la miscredenza, signoreggianti in una parte notabile di essa, vi rendono impossibile per ora quest'arbitrato: ma potrebbe nascere il caso che gl'Italiani mettesser mano in qualche modo a farlo rivivere. L'Austria intende da grandissimo tempo colle arti di cupa e scellerata politica ad allargar il suo dominio in Italia, ed a ghermire tutti i paesi circonpadani dal Veneto all'Adriatico. Le Legazioni sono la prima preda a cui ella agogna, e su cui si getteranno cupidamente gli artigli imperiali, come prima ne abbiano il destro. Io non credo che i buoni Italiani, qualunque sieno le loro opinioni politiche, possano esitare un solo istante, quando si tratti di scegliere fra un antico governo italico e un nuovo giogo barbarico, fra una monarchia nazionale, e una tirannide oltramontana. La libertà è una bella cosa, ma l'indipendenza nazionale è molto migliore; l'una compie la felicità di un popolo, l'altra gli dà il nome, l'essere, la vita. L'odio politico contro il dominio austriaco ed imperiale è perciò il sentimento in cui si debbono riunire tutte le opinioni; e siccome all'odio si dee contraporre l'amore, qual è il principio che possa stringere ad armonizzare gli animi di tutti gl'Italiani, se non quella dolce e sacra paternità del pontefice romano, tanto antica quanto il cristianesimo, e che malgrado l'empietà, e la freddezza dei tempi, è tuttavia adorata dalle cattoliche popolazioni? Forse il tempo non è lontanissimo in cui chiunque ha sentimento d'uomo dovrà stringersi intorno al venerando pastore, per guardare e difendere dalla rapace e fraudolenta Vienna le belle provincie fra l'Adriatico e l'Apennino, volgendo la morale e religiosa possanza del papato a liberar la penisola dall'oppressione straniera. Imperocchè coloro i quali si confidano che l'uccello grifagno non aspiri a dar di becco su qualche nuovo boccone d'Italia, finchè possa mangiarsela tutta, s'ingannano di gran lunga, e piangeranno un giorno amaramente, ma senza rimedio, la loro stolta fiducia»[526].

Volle poi amplificare uno smodato elogio all'Italia, mostrando come a lei competesse la primazia fra le nazioni, principalmente perchè sede del papato, antica tutela e novella speranza della nazione, centro jeratico e vincolo religioso e morale dell'universo; e dove Roma è «ai dì nostri asilo inviolabile di civile tolleranza e ricetto ospiziale, aperto a tutti gli uomini onorati, specialmente se infelici, qualunque sia la setta a cui appartengono». V'è pagine mirabili di fede e di verità storica, ma innoculava al paese una superbia, che doveva immensamente pregiudicare. Ivi esalta l'efficacia degli Ordini religiosi; ivi ridesta la teoria patristica che la Chiesa è anima delle nazioni e della civiltà, e i papi sono arbitri dei regni; al tempo stesso che il siciliano padre Ventura sosteneva esser il potere politico subordinato all'ecclesiastico, quanto il domestico al politico.

Il Gioberti, quasi avesse paura de' suoi asserti, professava non aver fatto che dedurli dal Balbo, dal Cantù, dal Manzoni, dai quali era nata una scuola che intitolarono Neoguelfa. Nell'indeclinabile conflitto tra la Chiesa e lo Stato, cioè fra il popolo e i governanti, eransi appigliati al partito, per cui giganteggiarono Milano, Firenze, Napoli, Venezia; quello cioè che alla supremazia armata dell'imperatore preferiva l'autorità morale del pontefice; ed, oltre il resto, vi vedeano un mezzo di far prevalere l'idea nazionale alla dominazione forestiera. Nel paese, ritemprato dai lunghi dolori, voleano ristabilire concordia e dignità, surrogare il culto della libertà all'orgia della rivoluzione, far della fede meglio d'una speculazione che tutto vuol conciliare nel vago, e che non è nè un alimento nè un freno; dallo scherno volteriano, o del credere unicamente nel Dio de' galantuomini, ricondur i nostri al Dio vivente, personale, creatore e redentore. Nella storia poi, nella ponderazione del diritto e nella statistica riconoscevano come la libertà fosse stata sempre protetta dai papi, i quali all'universale impero della forza opponendo la comunanza universale delle anime, aveano salvato la civiltà, impedita l'intera sommessione dell'Italia ai Barbari, favorito a tutti i tentativi d'indipendenza. Il progresso non consistere in quella febbre d'attività mercantile che specula sulle passioni della vita sensuale; e non può separarsi dal rispetto al diritto e alla morale. Ad elevare le plebi nessun mezzo riuscire meglio che l'elevare i sacerdoti coll'educazione e colla moralità; e consolidare il concetto dell'autorità, che surroga alla repressione de' gendarmi la vigilanza della coscienza.

Affrontando i gloriosi pericoli dell'impopolarità, i Neoguelfi credevano per tal via ottenere che l'Italia, umiliata dalla violenza straniera e dall'accidia nostra si rialzasse colle memorie e coll'azione di soli italiani, e fantasticavano una lega di cui fosse capo il pontefice, e per la quale lo straniero perderebbe dapprima la superiorità, quindi anche il dominio. Se non che pareva opporvisi la trista opinione invalsa intorno al principato temporale dei papi, denunziati incessantemente come pessimi amministratori, inetti governanti, avversi ai progressi della civiltà moderna.

Ma mentre alcuni la credeano in ritardo, altri in avanzo, parve Dio mandasse l'ora giusta al trionfare della Chiesa a capo della civiltà.

Pio VII, eroe dacchè la persecuzione pose fine alle sue debolezze, ingloriato dal martirio sì ben sostenuto, e appoggiato dal Consalvi, uno de' più insigni ministri, col motu proprio del 6 luglio 1816 diede all'amministrazione pubblica un ordine generale, cercando innestare sulle antiche consuetudini le innovazioni rivoluzionarie; serbò a soli ecclesiastici l'istruzione, la censura, la diplomazia, le supreme magistrature amministrative e giuridiche; rielesse cardinali, santificò varj santi. Leone XII, succedutogli il 28 settembre 1823, continuava le cure pastorali contro «l'irruente empietà e contro la meticolosa politica, invasata dalla paura de' forti e oltrecotante coi deboli»: e aveva divisato riformare le regole de' frati, riducendoli a tre soli Ordini; uno di regolari, poveri, di scienza discreta e tutti cuore, che coadiuvassero ai parroci, servissero al popolo, e si sagrificassero negli ospedali; uno tutto per l'educazione e istruzione della gioventù, e per propugnare gl'interessi della religione e del buon costume; uno di contemplativi che salmeggiassero e predicassero, mirando all'evangelica perfezione. Ripristinò il Sant'Uffizio, estese i privilegi della manomorta, e ai Gesuiti affidò il Collegio Romano col museo e l'osservatorio.

Volle attestare la indipendenza di Roma col pubblicare il giubileo, che più non erasi fatto dopo il 1775: cioè, malgrado le paure dei re e dei politici, invitar i devoti di tutto il mondo a venir a Roma, dove, «oltre i tesori della grazia, vedrà riuniti i più augusti monumenti della religione, tanti preziosi pegni dell'amor che il Signore attestò alle porte di Sion con maggior profusione che a tutti i padiglioni di Giacobbe; affrettinsi al monte dove piacque a Dio d'abitare. O Gerusalemme! voglia Dio che vengano a te colla fronte a terra i figli di coloro che l'hanno umiliato, e che adorino le orme sue quei che ne son fatti i detrattori. A voi specialmente ci volgiamo con tutta l'affezione del cuore apostolico, a voi che, separati dalla vera Chiesa di Cristo, e allontanati dalla via della salute, ci fate gemere sul vostro stato. Consentite al più affettuoso de' padri la sola cosa che manca all'allegrezza generale, cioè che, chiamati dall'ispirazione dello Spirito superno a goder della luce celeste, e rompendo le barriere della separazione, partecipiate ai sentimenti della Chiesa madre nostra comune, fuor della quale non v'è salute. Noi apriremo il cuore alla gioja, vi riceveremo con allegrezza nel nostro seno paterno; benediremo il Dio d'ogni consolazione, che nel più gran trionfo della verità cattolica ci avrà arricchiti di tutti i tesori della sua misericordia».

Noi non siamo costretti a giudicare le ordinanze civili di lui: basti che fu tacciato di far troppo, come di far poco il succedutogli Pio VIII (31 Maggio 1829), più rassegnato che lottante, e che breve durò.