L'unico governo sopravvissuto con forme parlamentari cercò sviare le opposizioni col voltarle sopra il clero. Accennammo quanto il Piemonte concedesse alla giurisdizione ecclesiastica maggior campo che il resto d'Italia, e la Chiesa vi fruisse privilegi che dal principato altrove le erano stati tolti, e che dalla libertà s'invocano ora come diritti comuni. Le curie continuavano a conoscere delle cause relative a riti, a sponsali, a matrimonio, a benefizj, e così della bestemmia e dell'eresia, ed anche de' reati comuni qualora il fôro laico li lasciasse impuniti. Spettava ai vescovi l'ispezione sui pii istituti: ai parroci il registrare gli atti dello stato civile. Le cause d'ecclesiastici, se questi non volessero prevalersi del privilegio di fôro, venivano giudicate dalle corti d'appello, anzichè da tribunali inferiori: invece del giuramento, in giudizio bastava pel vescovo l'asserzione; e i chierici lo davano toccandosi il petto, anzichè gli evangeli. L'ecclesiastico era esente dal servizio militare, dall'obbligo della tutela, dall'esser imprigionato per debiti o privato del necessario: ancorchè minorenne, potea fare i voti e disporre de' proprj beni; se venisse arrestato, doveasi subito parteciparne notizia al vescovo, e tenerlo in carcere separato; non condannarlo mai a lavori forzati: non a morte senza che il processo fosse conosciuto dal vescovo. L'arcivescovo doveva approvar le tesi di laurea, assistere per mezzo d'un delegato agli esami dell'Università, ove si davano esercizj spirituali, uffizj festivi, obbligo di confessione. Per la stampa voleasi il visto d'un censore ecclesiastico: molteplici le congregazioni religiose. L'asilo sacro estendeasi a tutte le chiese dove si conservasse l'eucaristia ed ai sagrati: venivano aggravate le pene quando il delitto fosse commesso contro persone o cose religiose: gli Ebrei dovevano dimorare in un quartiere segregato, esclusi dal possedere e dagli uffizj pubblici e dai gradi universitarj. Neppure i Valdesi poteano possedere fuor dei loro confini.
I Gesuiti, la cui caduta non era bastata a calmarne i nemici, abbondanti non solo tra gl'increduli ma in frati gelosi e in puntigliosi giansenisti, erano rientrati nel regno coll'antica dinastia, e divennero onnipotenti, se crediamo a quel che ce ne dicevano i Piemontesi, che arrivavano ad invidiare la Lombardia, perchè, la dominazione forestiera non ve li tollerava. Che se il buon senso riflettesse che non un solo Gesuita dettava nelle Università; che i loro collegi, affatto liberi, erano popolatissimi, e da famiglie non servili e non ignoranti, gli si imponeva silenzio con quelle asserzioni che arrogansi il luogo di ragioni[532].
Quanta invece avessero potenza i loro avversarj fu chiaro dal caso del Gioberti. Nel Primato d'Italia volendo retoricamente mostrare come la nazione nostra sovrastasse a tutte le altre, l'udimmo magnificare e l'autorità pontifizia, e i sostegni di essa, i Gesuiti. Coloro che adorano un idolo purchè fatto a loro modello, gliene vollero male, e lo punzecchiarono tanto, che egli, supremamente bisognoso dell'aura vulgare, onde purgarsi dalla taccia di gesuitante, «da acqua tepida si convertì in lava», buttò fuori i Prolegomeni, ove cantava la palinodia, poi il Gesuita moderno, ove in cinque grossi volumi rivomitò (come si disse) il vomito di tutti i precedenti, e con menzogne elevate fin all'assurdità tolse a mostrare che i Gesuiti «son anime dure e spietate, anime di ferro; impenetrabili ai sensi più sacri, ai più nobili affetti; cime d'orgoglio di un crudo ed inessicabile egoismo; pronti alla frode, all'impostura, alla calunnia, sforniti di viscere, apostoli d'inferno, ministri di perdizione, insomma il nemico più funesto e terribile che siasi veduto ne' tempi moderni di ogni vivere umano e cristiano». Nominava e infamava persone vere e vive, come erangli denunziate da amici; e sopra denunzie altrui assicurava che nelle scuole gesuitiche «si predica una morale ribalda, che non ha di cristiano che le sembianze; un costume di cui gli onesti Gentili si vergognerebbero; una giustizia che contraddice alle leggi pubbliche, e non può avere altra sanzione che quella degli scherani».
Il secolo critico avrebbe osato revocarlo in dubbio? Ma a chi gli avesse chiesto ragione della diametrale contraddizione, il Gioberti rispondeva averli lodati per far prova di convertirli, ma uscito vano il tentativo (in pochi mesi) aver chiamato il pan pane[533]. L'illustre Pascal, interrogato dalla marchesa di Sablè se delle accuse che lanciava in quelle Provinciali, che furono definite immortali bugiarde, fosse egli ben accertato, rispondeva che l'assicurarsene era dovere di quei che ne lo informavano; a lui non incombeva che di servirsene[534]. Siffatta doveva pur essere l'opinione del Gioberti, che vivendo lontano, non era istruito del paese se non per lettere di pochi preti, come ce ne chiariscono il suo carteggio stampato, e più quel che abbiamo di non istampato[535], e di là trasse tutta quella spazzatura di sacristia, di cui infarcì dettature, nelle quali Iddio lo colpì di mediocrità.
Come ciò si combinasse colla sua devozione quasi idolatrica pel papato lo cerchino quei che pretendono coerenza in coloro che orzeggiano secondo il vento dell'opinione. Ben deplorevole è che ne nascessero baruffe da trivio, e persone oneste e venerande restassero esposte a insulti di piazza, e presto a violenze pubbliche. Perocchè i primi esperimenti della rivoluzione furono dapertutto il cacciare a furia i Gesuiti, nè molto esagererebbe chi dicesse che tutti i preti ne godettero. Ciò fin dall'ore rosee delle riforme. Dappoi che si stabilì il sistema rappresentativo, o per l'insita avversione delle sêtte a quanto sa di Chiesa, cioè d'autorità e di conservazione, o per istornare gli occhi dagli errori e dagli abusi proprj, il governo sardo suscitò garriti religiosi, e minute persecuzioni. Non che abolire la revisione ecclesiastica, alla revisione civile sottopose gli scritti dei vescovi. Protestavano questi contro tale indegnità, e con monsignore Charvaz dicevano: «L'intera libertà noi vogliamo, per la quale coll'errore può diffondersi anche la verità, e la religione parlare senza bavaglio: non vogliamo una mezza libertà, per la quale resti la revisione d'un tribunale non competente in materia religiosa; una mezza libertà, la quale, col pretesto che una parola inceppi il Governo, possa inceppare la libertà religiosa e sociale».
Di tal pretensione si scandolezzarono i liberali, e più quando i vescovi, adunatisi a Villanovetta, pronunziarono che agli ecclesiastici spetta il pieno esercizio de' diritti politici e civili quanto ad ogn'altro cittadino, ma devono astenersi da ogni discussione politica, dai circoli, dalle elezioni, da uffizj pubblici, dal legger abitualmente i giornali, qualora non siano autorizzati dal vescovo: non potersi, a norma dello Statuto, senza l'approvazione ecclesiastica pubblicare Bibbie, catechismi o libri che trattino ex professo di religione; e proponeano una riforma delle curie vescovili, col consenso del pontefice.
In paese libero questa libera unione fu violentemente accusata, e il La Farina la denunzia come «atto di vera ribellione» perchè «non se n'era chiesta l'autorizzazione del principe».
I concordati cambiavano d'indole quando non riferivansi più ad un re, bensì ad un ministero che cangia ogni stagione, ad un parlamento ove la maggioranza d'una sola palla basta a sancire la legge anche iniqua; ove la libertà dello stampare e dell'adunarsi concessa a tutti, rende più ingiusto il negarla agli ecclesiastici, come rendonsi superflui i privilegi di questi dacchè le garanzie volute in essi divengono comuni a tutti.
Ma appunto da questa mutabilità delle leggi e de' Governi vien cresciuta la necessità di vedere assicurata la libertà del capo della Chiesa: eppure contro di questo concentravano gli attacchi le sêtte, le quali, dopo essersi assoggettati lo Stato e il popolo, vogliono serva anche la Chiesa; e parve che d'allora Piemonte significasse rivoluzione, come popolo dovea significare i giornali. I quali, dopo rinnegata l'eguaglianza di tutti in faccia alla legge, sancita dallo Statuto, in nome di questa eguaglianza chiedeano si sopprimesse la giurisdizione eccezionale. Questa era portata dal concordato, sicchè sarebbe bisognato trattarne con Roma; ma i giornali impossessatisi della quistione, com'è loro stile l'avevano incancrenita; «i liberali (son parole del La Farina) generalizzando le accuse, disgustavano della libertà molti ecclesiastici che senza di ciò l'avrebbero amata: entrati una volta in queste vie, il soffermarsi era impossibile, perchè l'ingiuria chiama l'ingiuria; i tristi avvelenano le piaghe e le rendono letali».
Roma riflesse che il concordato era stato conchiuso di recenti; e che è un contratto sinalagmatico, ove ciascuna delle parti cede in alcun punto per ottenerne un altro[536]: nè dal mutare degli ordini politici doveano dipendere le leggi ecclesiastiche. Ai varj messi spediti a trattarne era impossibile riuscire ad accordi, atteso che Roma non potea transigere sovra i principj, e il governo Sardo era omai schiavo di quella che s'intitola opinion pubblica. Il conte Siccardi spedito a tal uopo, ne tornò irritato, e presentò al Parlamento un progetto di legge per rifondere la giurisdizione ecclesiastica in materia temporale. Inviperite le plebi, fra le escandenze di queste fu passata la legge, che aboliva il privilegio del fôro, il diritto d'asilo, le pene per l'inosservanza delle feste; imponeva la sanzione regia ai corpi morali per acquistare beni o ereditarne. È la legge del 9 aprile 1850, rimasta famosa col nome di Siccardi; e in Torino si eresse una piramide a perpetua memoria di franchigie che da mezzo secolo possedeano tutti gli altri paesi d'Italia; pure la regia firma non fu consentita agli articoli che toglievano l'osservanza delle feste, e riducevano il matrimonio a contratto civile.