Nel fatto poi questa libertà della Chiesa parea non tradursi che in scienza d'offendere chi non si può difendere. Man mano che si acquistò un paese, venne sottratto alle convenzioni che avea con Roma; si occuparono beni della Chiesa, benchè lo Statuto dichiari inviolabili le proprietà di qualunque siano natura, e benchè in fatto si rispettassero quelli delle congregazioni israelitiche e protestanti. Si obbligavano i vescovi a insolito giuramento, e perchè ricusarono furono carcerati[540] o rimossi dalle loro sedi, come altri sacerdoti che zelassero la Chiesa; lasciando anche scoperti moltissimi beneficj episcopali o capitolari o parocchiali per non voler accettare le elezioni o istituzioni fatte a forma de' canoni. Si sottoposero gli scritti de' vescovi a censura preventiva; a sorveglianza l'insegnamento de' seminarj, mentre dalle scuole pubbliche eliminavansi l'istruzione religiosa e ogni rito ecclesiastico; anzi si cercò fondare una teologia governativa, obbligando ne' seminarj a seguire i programmi dello Stato, poi riducendoli a un solo per provincia metropolitica, e ad insegnar la sola teologia. La proclamata libertà di culto non dava che agio agli eterodossi, mentre si obbligava il clero ad atti meramente politici, e a normeggiare il suo ministero alle esigenze del Governo, il quale ne misurava le processioni, le feste, il suon delle campane, le immagini; profanava le chiese, convertendole non solo in prigioni e caserme, ma fin in teatri e postriboli: s'imponeva di fare scendere Cristo in petti che lo repudiavano, e sepellire coi fedeli chi sino alla morte avea voluto starne separato; come turbatori delle coscienze punivansi con legge speciale quei parroci che al battesimo non accettassero padrino infedele o scomunicato, o esigessero ritrattazioni al letto di morte[541]. Intanto che si proibivano le esteriorità religiose, si ordinava ai vescovi di illuminare i loro palazzi[542] dai prefetti coi decreti, dal vulgo colla sassajuola; si mescolava la Chiesa a tutto ciò ch'è impopolare, e metteasi Cristo in opposizione all'impresa nazionale.
Il vescovo di Pesaro fa dai parroci suoi leggere in chiesa una pastorale ove raccomandava il culto di Maria, e riprovava il divulgarsi delle eresie; e il prefetto la proibisce e sequestra. Il vicario capitolare di Milano nomina tre canonici secondo il suo diritto; il Governo nega approvarli, e ne sostituisce tre altri che l'autorità ecclesiastica non riconosce, e il ministero li dota delle temporalità, come fa ad uno a cui l'arcivescovo di Firenze ricusa la canonica istituzione. Il vicario capitolare di Bologna dirama una risposta della santa penitenzieria sulla facoltà d'assolvere certe censure ecclesiastiche: e n'ha il carcere per molti anni. Quel di Rimini, per espiare le bestemmie del Renan invita i fedeli ad una funzione sacra, e l'autorità impedisce di pubblicar l'invito, e dai carabinieri lo fa strappare dall'interno delle chiese. I carabinieri andarono a insediare il parroco di Poppi, in onta all'arcivescovo. Il vescovo di Spoleto fu chiuso in fortezza perchè rammentò ai sindaci dovere «l'azion del Governo arrestarsi alle porte del santuario», siccome aveva dichiarato il presidente del ministero: l'arciprete di Cento perchè non benedisse col Sacramento un picchetto di guardie nazionali; e quel di Gaeta perchè nol benedisse bene: il prevosto Carsana di Bergamo perchè non volle dare la pasqua a uno scomunicato.
Onde i vescovi napoletani, protestando contro la legge che incatena ogni lor atto alla placitazione, esclamavano: «Niun governo è possibile quando un potere estraneo ed intruso il soprafaccia per modo, da voler esser arbitro d'ogni più vitale suo interesse, attraversargli il conferimento delle cariche, la destinazione de' pubblici magistrati, e metterne ad esame ogni provvedimento, ogni legge con piena balìa d'invalidarli a talento, staggirne il patrimonio e dispensare o negare a suo grado l'uso e il conseguimento dei beni, pei quali la cosa pubblica si amministra e sostenta»[543]. Perfino i tribunali risentirono delle antipatie religiose e della paura de' giornali, sottoponendo il giuridico al politico; e, per dire un sol caso fra cento, il supremo consiglio amministrativo di Napoli, il 3 giugno 1862, condannava i canonici di quella metropolitana per astensione e contegno ostile; reati ignoti al codice.
Può forse credersi che non sieno comandati dal Governo que' giornali, non pagati da lui que' monelli, non inviata da lui la tirannia in veste di prefetto: ma lascia fare e applaudire, punisce e disgrada chi vi contrasta; ha i prediletti suoi fra i persecutori; non protegge dagli insulti le sacre funzioni, ma le vieta perchè non eccitino disprezzi: sorregge abusi de' magistrati, abjetti co' superiori per prepotere sugl'inferiori, e cattivarsi l'applauso de' gaudenti e l'assenso d'una plebe che non sa quel che vuole, e vuole sempre quel che non ha; e che guarda a queste persecuzioni con indifferenza o anche con gusto perchè gli si ripete che menano a quella felicità, alla quale aspira sempre e sempre invano.
Gli sforzi principali dirigeansi a togliere l'educazione di mano al clero, non coll'impedire ch'esso ne avesse il privilegio, da gran tempo dimenticato, ma volgendo le istituzioni a escluderlo: nè solo le istituzioni governative, ma fin talune camuffate di carità, e dove si adula la gioventù o la moltitudine per pervertirla.
Principalmente si combattevano gli Ordini monastici, i quali, oltre esser legittimi come forma di libertà, rispondono a bisogni particolari di certi tempi e di certe classi di persone, dotate di grazie particolari, ma riescono incomprensibili alla vulgarità che conosce soltanto i piaceri e gli affari. Cacciati in nome della fraternità, erano tornati in nome della carità cristiana; ma si riuscì a farli detestati dalla classe gaudente quanto nel medioevo gli Ebrei; ed ogni riforma di governo venne seguita dalla loro distruzione[544]. Cacciati dalle case dove avevano composti tutti i loro desiderj, non poteano più vivere che mendicando: questa era colpa per cui erano arrestati, e così nudriti; onde una circolare autorizzò a non imprigionare quelli che non avessero ricevuta la pensione.
Così levate al clero le prerogative del vecchio diritto, ad onta del nuovo si manteneano contro di esso le leggi paurose e le ordinanze eccezionali delle tirannidi antiche; nella loro persecuzione i governanti alleavansi i partiti più opposti che si rassegnavano anche alla servitù di tutti, purchè della libertà non potesse vantaggiare il clero, non accorgendosi come ogni argomento che si accampa contro l'indipendenza delle comunità religiose, vale contro le politiche. Intolleranza tanto più notevole ove si tutelano le istituzioni più avverse al cristianesimo; si esaltano i culti di Budda, di Fo, di Maometto; si proteggono le associazioni protestanti e massoniche[545]. Nè a torto gli ecclesiastici rifletteano che anche Roma pagana, nella peggior sua decadenza, mentre adottava tutti i vizj e le superstizioni, repudiava le virtù cristiane; mentre era minacciata dai Barbari, sbigottivasi di pochi missionarj; mentre lasciava ostentar i vizj di Messalina, e Caracalla, riduceva i Cristiani a celar le loro penitenze nelle catacombe. Voi (diceano) intendete libera Chiesa al modo con cui libero Stato intendono i socialisti; poichè la portereste a piena rivoluzione, colla scena de' plebisciti per eleggere i curati e i vescovi; col rinfacciare ai prelati la carrozza e gli argenti e il palazzo; col repudiare la suprema giurisdizione che è indispensabile per l'unità; i papi sarebbero fatti per diploma dei re, non per ispirazione dello Spirito Santo nè dai prelati di tutta la cristianità; insomma senza culto senza morale, senza stabilità, la Chiesa rimarrebbe in balìa dello Stato che le porrebbe continui impacci: sarebbe il chiodo battuto continuamente dal martello della pretesa libertà. La spiegata ostilità non lasciò ignorare nessuno degli abusi che al clero potrebbero apporsi, ma voi volete far la politica col mezzo della miscredenza; confondete l'idea di società con quella di Stato; chiamate libertà il toglierla ad altri, ad una classe intera; pretendete alla concordia per mezzo dell'irritazione, e col dividere la nazione in vincitori e vinti. Riponendo ogni progresso nel livellare (continuano) a questi atti pretessete il titolo di eguaglianza, quasi la Chiesa pretendesse dare l'exequatur alla nomina del re o del ministro o del senatore, e stabilire qual bandiera, che divise, quanti soldati aver deva lo Stato, e come regolare i collegi militari o di marina, o impedirvi d'opprimere di tributi i cittadini. La società non tollererebbe più un clero privilegiato e dominante, ma forse la Chiesa aspira a questo titolo? Non chiede privilegi, vuol l'eguaglianza, vuole poter seguitare i proprj statuti che sono i canoni e le disposizioni conciliari, in quanto non repugnano al diritto comune; vuol garantiti i diritti che spettano a' ministri e membri suoi secondo quegli statuti.
Viepiù il raziocinio e le azioni scompigliò la aspirazione di conquistare Roma, sempre coll'ombra di quistioni accessorie offuscando le verità fondamentali. Nella meschinità de' concetti moderni si suppose che i contrasti della società secolare contro l'ecclesiastica nel medioevo mirassero a togliere a questa gli Stati Pontifizj, e si arrivò persino a fare di Dante l'apostolo, anzi il profeta d'un'unità italiana, di cui fosse capo un imperadore sedente a Roma; nel veltro allegorico di lui s'adombrò un re moderno, al quale un prete in pubblica solennità gridò, Vieni a veder la tua Roma che chiama. Chi serbava ombra di senno non potea dimenticare che quelle parole erano dirette ad Alberto d'Austria, cui il poeta minacciava il giusto giudizio di Dio se non venisse qua ad inforcare gli arcioni di questa Italia, fatta indomita e selvaggia.
Se la fede di Cristo fosse stata applicata nella sua pienezza, la pace avrebbe regnato nel mondo come in una famiglia; cor unum et anima una; con un solo simbolo per conoscere il suo Padre, una sola morale per servirlo, un culto per adorarlo, un cuore per amarlo, un pastore per condurci, eliminando dalla fraternità universale quelle irose ambizioni, che sopra migliaja di vittime erigono la gloria degli eroi.
Il medioevo sperò effettuare la pace riducendo il mondo a questa grande unità sotto un solo capo, che potesse imporre agli altri la giustizia, sia colla forza, o sia coll'autorità. Questo capo era o l'imperatore o il papa: e quello i Ghibellini, questo i Guelfi miravano a render più libero e assoluto che si potesse. Nello sfasciamento della società antica, quando non era sopravvissa altra podestà, altro organamento che l'ecclesiastico, altra legge che la canonica, altre regolari procedure che le sacerdotali, prevalsero i pontefici, che della civiltà antica aveano raccolto le parti migliori, e depurandole se n'erano valsi a ricostituire la società universale: i principi stessi invocarono l'alto dominio di essi, fosse per assicurare il proprio, fosse per attingerne norme d'amministrazione e di giustizia: il popolo ne li benedisse d'un aumento di potenza, che riusciva tutto a favor suo, perchè surrogava il diritto alle sciabole, la discussione al decreto, la carità alla tirannia.