Seicento mandarono indirizzi nell'egual senso, e milioni di firme accompagnate ciascuna da un'offerta, espressero l'omaggio verso il pontefice: ora legate in diciotto grossi volumi nella Biblioteca Vaticana, s'aggiunsero ai tanti documenti del principato romano. Qual lingua v'ha in cui esso non siasi affermato?
In realtà il potere temporale non è consacrato nè nella necessità nè nel principio, nè fuori nè dentro da verun dogma, cioè qual verità rivelata, proposta dalla Chiesa a credersi. È opportunità contingente; eppure scindere la quistione non è possibile, ed è necessario scegliere fra lo spirito della Chiesa e lo spirito della Rivoluzione. Quando tutto era forza, la Chiesa potè, mediante il suo potere, salvar la società e la civiltà: oggi pure, che al diritto si surrogano gli eserciti, i fatti compiuti: oggi che la forza proclama, gli oppositori balbettano, e pare assai ottenere una transazione; quanto le giova l'indipendenza materiale! vorrebbero il mondo senza papa, cioè come era in man di Nerone, ai piedi di Poppea, fra le braccia dell'insaziabile Messalina. Il papa ha per missione il governo della Chiesa, non dello Stato. La fede non dice che il temporale sia inseparabile appendice della divina missione, e indispensabile all'esercizio del potere spirituale, ma determina questo in modo, che non può venir esercitato se non da un capo indipendente. Tolte le varie gradazioni di sovranità, oggi non si riconoscono che re o sudditi: il papa, dal momento che cessasse di esser principe, rimarrebbe suddito d'un re, cioè all'arbitrio d'un ministero, che ben potrebbe usargli tutti i riguardi, tutte le deferenze, ma non lascerebbe d'esserne il padrone, anche quando camminasse d'accordo; in un conflitto poi potrebbe impedire ogni esercizio d'autorità a quello che ducento milioni di Cattolici han bisogno di saper indipendente.
Queste cose poteano esser comprese da Carlomagno[548] o Napoleone il Grande: non dalla trivialità de' giornali, non dalla rivoluzione che, elevato uno sul pinacolo del tempio, gli mostra la penisola, e gli dice: «Sarà tutta tua se prostrato mi adorerai». In fatto si fece credere che il ben dell'Italia richiedesse, non l'unità delle anime come vuol la Chiesa, ma l'unità geografica; si gridò in tutti i toni la frase di aspirazione nazionale, e fattosene organo il Piemonte, questo cacciò gli Austriaci dalla Lombardia cogli ajuti di Francia; poi contro il voto della Francia s'annettè i varj Stati d'Italia, facendo qui ciò che casa d'Austria fece un tempo colla Spagna. Possano esserne diverse le conseguenze!
Allora il pontifizio si trovò serrato entro un unico dominio, il quale gli aveva anche tolto le provincie sue migliori; le Legazioni per sollevazione, per conquista le Marche e l'Umbria, restringendolo a settecenmila abitanti, con una delle più insigni città del mondo; enorme testa di meschinissimo corpo.
Ridotta la politica a un calcolo di forze e ad una teoria geografica, si asserì che anche quel brano dovesse appartenere al regno, e capitale di questo fosse Roma; si tentò averla per forza; e poichè le altre potenze, e più dichiarata la Francia, lo impediscono, vi si mira con quelli che, un'altra frase del tempo, intitola mezzi morali. Il migliore certamente sarebbe il concedere la massima libertà religiosa, e il governar in modo da rendere desiderabili le leggi, i tributi, la giustizia, l'amministrazione nostra[549]. Invece si volge ogni studio a dimostrare che il pontifizio è il pessimo de' governi; e per farlo creder tale basta lo echeggino le trenta voci di quella che altra frase del tempo intitola opinione pubblica. Ma diversa cosa è la sovranità temporale dei papi e il loro governo. Ogni Governo conserva, ed è un modo di conservare il migliorar gradatamente. Ma perchè le idee, non avendo ostacoli di realità e d'attualità, procedono più rapide, sempre si trova che i Governi sono in ritardo. Perciò in ogni paese v'è una porzione, malcontenta del presente e desiderosa del nuovo, da cui spera ogni meglio: il grido di rivolta è sempre considerato come voce del popolo, dacchè, smarrito il senso dell'autorità, i teorici della sovversione guardano come segno di superiorità lo springar calci, e d'imbecillità il conservare. Come contro tutti i governi si declama perfin dai loro amici senza per questo volerli abbattere, così potrebbe esser pessima l'amministrazione del papa, che è infallibile nelle decisioni dogmatiche, non in quelle di Stato, nè perciò andarne invalidato il principio: questo è immanente, quella continuamente mutabile.
Allorchè si discute delle inenarrabili miserie dell'Irlanda, l'orgoglioso Inglese dice: «La causa n'è il papismo». Così qui si ripete che da Roma derivano immense jatture all'Italia; là si ricovera un re spossessato; là si fomenta il brigantaggio; là si desidera la restaurazione de' principi spossessati e si prepara; là s'insinua ai preti, e per essi alle popolazioni, che non è bene l'introdurre anche colà il giansenismo, la sofistica, le idee del 89, il codice francese: che i fatti compiuti non costituiscono un diritto: che al dominio della forza prevarrà il regno della giustizia. Se il papa è un capo dei briganti; se le sue speranze fonda sull'Austria; se i fautori di esso sono nemici della patria, chi non troverebbe giusto l'odiarli, e consono il perseguitarli, e il cercar in ogni modo la ruina d'un potere così micidiale? E chi nol crederebbe quando ogni giorno lo ripetono i giornali e l'effigiano le caricature?
Di rimpatto i Cattolici credonsi in dovere di obbedir al pontefice in quanto riguarda il dogma e la morale, e per venerazione filiale accettano la sua decisione anche quando pronunzia opportuna la conservazione della podestà temporale. Ai conservatori fa urto che Roma dovesse cessare d'esser la città delle arti; e colle vie dritte coi palazzi nuovi, colle caserme, cogli arsenali sostituire le trivialità odierne alla poesia di tante memorie, e i nomi di fatti e di eroi da scena a quelli che il mondo venera da secoli. I forestieri ricordano che Roma è di tutto il mondo, perocchè tutto il mondo contribuì a fabbricarla e arricchirla. I lepidi pongono in baja questo parlamento che starebbe al Quirinale mentre il papa al Vaticano; e quello pubblicherebbe leggi che questo maledice, ordinerebbe atti che questo proibisce[550]. I serj prevedono che a Roma non regnerebbero i Tarquinj, che sotto quell'aspirazione scavasi l'abisso alla dinastia. Altri poi non dissimulavano che, dietro la questione principesca, mascheravasi l'eresia, che vuole conservar la religione, tagliandole solo il capo; e lamentavano che la Chiesa è invecchiata, offuscate le sue verità, che bisogna ringiovanirla associandola alla progrediente civiltà. È la conseguenza della democrazia che, posto il governo nel popolo, vuol porre anche la Chiesa nel corpo de' fedeli; è un'applicazione della teoria protestante del senso privato, e vedemmo gli attacchi contro il dogma cominciar sempre da questo tema, troppo facile a chi guardi i disordini soltanto, non le mirabili istituzioni, non tanta esemplarità di vita e generosità di sacrifizj e d'abnegazione; non la faticosa propagazione del vangelo, non la perpetuazione dell'organamento gerarchico.
A questi concetti diè gran peso il libro Pro causa italica ad episcopos catholicos, auctore presbitero catholico (1861). Era opera del dottissimo Carlo Passaglia, che dopo avere insignemente combattuto fra' teologi e massime per l'immacolata concezione, erasi staccato dalla Compagnia di Gesù, e venuto professore a Torino. A detta sua, non può annoverarsi fra gli Stati uno che non basta a conservarsi e difendersi con forze proprie, ma è costretto puntellarsi d'armi straniere contro i sudditi, attenti ad ogni occasione di ribellarsegli, e che hanno diritto ad effettuare l'unità d'Italia, e perciò disfarsi di quel governo. Al papa dunque suggeriva di ovviare i disastri imminenti alla Chiesa col rinunziare al dominio terreno. Aggiungeva che il vescovo di Roma non può abbandonar la sua sede: asserzione contraria ai fatti di tanti pontefici e dei tanti vescovi in partibus, i quali niuno vorrebbe obbligar a rimanere là dove sono spogliati, avviliti, percossi.
In tal senso sporgeva una supplica, dove, confessatane la supremazia sui vescovi, pregava il papa a far pace coll'Italia, e lasciare che Roma divenisse capitale del nuovo regno. La petizione girò, e fu firmata da centinaja di preti, alcuni per verità in buona fede e per desiderio di concordia, ma pure presumendosi più teologi del papa, più politici dei consiglieri di esso.
Poco andò, e l'ispiratore vedea diminuirsi la sua autorità, e grandissimo numero degli aderenti far solenne ritrattazione: ma ciò che fu notevole, e che discerne l'età nostra dal Cinquecento, si è che neppure un vescovo sottoscrisse all'indirizzo passagliano. Molti vi diedero risposta, esagerando come si fa nelle politiche effervescenze: e domandavano: «Siete voi cattolico? — Sì. — Dunque dovete seguire la Chiesa e il papa. — Ma Chiesa e papa ingannano i fedeli e insegnano il falso — Dunque separatevi dalla Chiesa e dal papa; siate francamente protestante, e dateci il simbolo vostro come vera religione»[551].