Alle minaccie de' forti, come ai suggerimenti de' sofisti, Pio IX rispondeva una sublime e indomabile parola, Non è lecito. La Chiesa fu solita riconoscere i Governi di fatto, e ampiamente l'avea spiegato Gregorio XVI nella bolla Sollicitudo Ecclesiarum del 7 agosto 1831. Disputandosi la corona di Portogallo don Michele e donna Maria da Gloria, il primo mandò a Roma per provedere i vescovadi vacanti; e Gregorio, sull'esempio de' suoi predecessori, dichiarava che «se per necessità ecclesiastiche attribuisse ad alcuno un titolo di dignità anche regia, o gli spedisse legati, o trattasse o stipulasse con esso, non dovea tenersi cresciuto il suo o scemato il diritto di altri; avvegnachè si mirava solo a condurre i popoli alla felicità spirituale ed eterna». Chiedeasi dunque che anche Pio IX riconoscesse il fatto del regno d'Italia: ma i difensori della Chiesa rifletteano che oggi non trattavasi d'altri principi spodestati, sibbene del capo stesso della Chiesa. S'egli è legittimo per consenso di tutta la pubblica ragione, non si dà diritto contro il diritto, nè egli potea consentirne alcuna violazione: non potea rinunziare ad un'indipendenza che protegge l'indipendenza di tutti i Cattolici del mondo; rinunziare a possessi che avea ricevuti unicamente in deposito, da trasmettere a' suoi successori; nè colla propria rinunzia infirmare le ragioni di tutti i principi spossessati. Egli riformatore, diverrebbe rivoluzionario rinunziando[552].
Esposto alla doppia prova dell'ovazione e degli insulti, più che non de' possessi temporali Pio IX affliggeasi per le persecuzioni insistenti e per la vedovanza di tante chiese, i cui vescovi od erano morti nè più surrogati, o giacevano in esiglio o in carcere. Pertanto, essendo rotte le comunicazioni legali fra il padre di tutti e i suoi figliuoli, in modo privato dirizzò una lettera a Vittorio Emanuele, invitandolo a combinar modo di provvedere alle settantadue sedi vacanti. I ministri ne gioirono, quasi con ciò avesse egli riconosciuto il re d'Italia; e come una grazia mandarono persona che trattasse, ma senza veste pubblica. L'avvocato Vegezzi, tanto savio quanto pratico, portò ben innanzi gli accordi, ma mentre era prestabilito non si toccasse alla questione politica, ecco sopraggiungergli istruzioni che la implicavano. La Corte romana le ricusò; e i ministri, asserendo che n'era compromessa la dignità della corona[553], richiamarono il messo; e aprendosi allora il parlamento nel novembre 1865, vi fecero pronunziare dal re, che dovrebbe provedersi a segregar lo Stato dalla Chiesa.
Era una nuova frase d'un tempo che le frasi accetta per pensieri. I conservatori rispondevano che tale separazione suppone due podestà di fronte, mentre i governativi non ne ammettono che una; ma quest'una abbraccia l'intero individuo, o lascia qualche elemento del cittadino sottrarsi allo Stato? Il progresso civile del cristianesimo sopra la gentilità consistette appunto nel riconoscere che l'uomo, anche legato in civile società, resta padrone di sè, delle credenze sue, della sua fede, delle facoltà per le quali si inalza a Dio. In quell'ordine egli è sovrano; e può od isolarsi, od unirsi a un gruppo di persone, libere come lui d'adorare e credere. Lo Stato non ha nulla a immischiarsene; e trattisi d'un uomo, o d'un sodalizio, o d'un Concilio, la sovranità, che è d'origine puramente naturale, si arresta davanti al santuario della coscienza. Come ente morale distinto, la Chiesa dee aver facoltà d'amministrare, far leggi, osservarle, senza che il Governo possa impacciarla in quanto concerne i dogmi, la disciplina, la gerarchia.
E la Chiesa e lo Stato (argomentavano i conservatori) sono distinti per origine e per mezzi; ma entrambi operano sopra un individuo inseparabile, che come cristiano appartiene alla Chiesa, come cittadino appartiene alla società civile, sicchè necessariamente dipende e dalla Chiesa e dal Governo. Voler che quella restringa la sua autorità a sole le anime, implicherebbe che il corpo possa operare indipendentemente dallo spirito, o viceversa. Entrambi agiscono sull'ente duplice; e qualora propongansi lo stesso fine, non v'è titolo perchè operino separatamente; qualora siano in conflitto, l'uno soprafarà l'altro; saranno due potenze a cozzo; uno Stato nello Stato; una guerra inevitabile. Già Dante rimproverava l'antica Roma di confondere in sè due reggimenti, mentre lo Stato e la Chiesa devono restare non separati, ma distinti; non una Chiesa nazionale, servile alle esigenze politiche; non lo Stato impedito dalla Chiesa. Lontana dal tempo quando prevaleva allo Stato, essa a questo non domanda che la libertà; la quale val ben meglio d'una protezione comprata a spesa di diritti. Che importa alla Chiesa delle condizioni politiche? essa non ha per suo ideale verun Governo umano; basta nol trovi in opposizione colla sua dottrina. Suo uffizio è proclamare la verità, attuare la morale, comandando in nome di Dio al fôro interno. Tale uffizio non potrebbe assumersi il Governo senza ledere la libertà di coscienza. Il Governo deve possibilmente conformare i suoi atti politici ai beni spirituali e morali. Come conoscerli, come determinarli, quando cozzino coi temporali? Questo cozzo non deriva dall'esser uniti Stato e Chiesa, bensì dalla natura viziata dell'uomo, che ravvisa due sorta di beni, e non sa via di conciliarli.
Come all'umana natura sono insiti l'autorità della fede e la libertà del ragionamento, e perciò essendo indistruttibili, bisogna conciliarli, così è dello Stato e della Chiesa; e poichè tutti i poteri hanno il dovere di cooperare alla destinazione umana, lo Stato nel cercar il bene temporale non può prescindere dallo spirituale che n'è tanta parte, procedendo per la via della giustizia, santificata dalla religione.
La Chiesa ha bisogno d'aver la libera parola, perchè tutti ricevettero da Cristo il diritto di ascoltarla; ha bisogno d'aver libere le elezioni, onde conservare alla società cristiana il diritto alla successione apostolica; ha bisogno d'adunarsi e discutere, perchè i comuni interessi dei fedeli vengano in comune ponderati dai loro pastori; ha bisogno di diriger l'educazione e i matrimonj, perchè la famiglia ha diritto di far risalire a Dio la grazia della paternità, e di produrre cittadini degni della patria terrena e della celeste. Donde appare che i diritti della Chiesa sono infine diritti dei fedeli e lor patrimonio comune. Se, quale podestà spirituale, la Chiesa deve avere la libertà della parola, della grazia, della virtù, per insegnar agli uomini, convertirli, renderli perfetti, bisogna abbia la facoltà di difendere anche contro la forza i diritti della coscienza e la libertà delle anime. Suo destino è di vivere nel tempo e nello spazio, mescolata agli affari del mondo, e mal la conosce chi dalla segregazione spera pace e prosperità. Appunto perchè mista alle cose mondane ha il diritto di proprietà e sovranità, fondato sulla natura e sulla storia. Uno può possedere come proprietario o come sovrano. La Chiesa volle sempre il primo modo: non fe che accettare il secondo, perchè lo crede necessario in certe contingenze.
Non dunque Chiesa nello Stato o Stato nella Chiesa, nè Stato senza Chiesa, ma armonia dello Stato colla Chiesa, liberi nel loro campo d'azione, nell'amichevole esercizio dei loro poteri, e nel fine comune di prosperar l'umana convivenza; non secolarizzare la religione, bensì consacrare la politica, accordandosi in un potere discrezionale, di limiti indefinibili e di mutua compensazione. Lo Stato cura gli atti giuridici, la Chiesa i morali; quello è razionale, questa bada al sovranaturale, alla Grazia; per quello la libertà civile, obbediente alle prescrizioni umane, per questa la libertà morale, obbediente alla legge divina. Grave errore il lasciare cancellar dallo spirito, foss'anche pel barbaglio della gloria, la distinzione del giusto e dell'ingiusto, e fidarsi alla forza sin al giorno inevitabile ch'essa soccomba ad una maggiore! I due ordini coesistenti diansi la mano per la felicità del genere umano; è delitto di lesa società il confonderli quanto il disgregarli; e la difficoltà non consiste nello stabilire accordi, ma nella diffidenza che sieno osservati.
Non trattasi dunque se un principe abbia ad occupare un altro piccolo territorio, se un re governi bene o male[554], bensì dell'armonia universale: non vuolsi libera Chiesa in libero Stato, ma in popolo libero: non condannare ciò che l'immensa maggioranza venera ed ama; non sottomettere le magnifiche speranze dei giusti e le salutari paure de' peccatori a decreti di ministri e prefetti, bensì introdurre l'amore e la giustizia, senza cui non v'è pace; far concorrere al bene universale le due podestà, che concordi possono tutto, discordi nulla valgono contro il male.
Questi e ben più solidi argomenti produceano coloro che ancor credono all'efficacia delle ragioni e dei sentimenti virtuosi, cercando elevar la quistione di sopra all'atmosfera venefica delle passioni e al polverio della mischia, e lontano dagli irritanti ricordi[555]. Di fronte alle difficoltà complicantisi fra un popolo tormentato a vicenda dalla servitù o dalla libertà, che da un ordine senza dignità passa a un disordine senza grandezza, i timorati credono e i baldanzosi vantano che il cattolicismo, privato del piedestallo d'un dominio temporale, va a perire. Certo s'ingannano. Altri affermano che potrebbe il capo della Chiesa conservar la sua indipendenza sotto la tutela dello Stato. Crediamo che costoro lascinsi ingannare. Quelli poi che dicono il potere temporale dovere abbattersi acciochè meglio sia venerato lo spirituale, son gente che vuol ingannare. Del resto nessun più che il clero porta oggi le stigmate dell'ingiustizie del mondo: ma sa che la Chiesa ebbe per destino il soffrire, per gloria l'aver tutto affrontato, e per avvenire il soffrire tutto, tutto affrontare ancora, e resistere incessantemente all'ingiustizia e all'immoralità.
Non vedemmo agitarsi questo conflitto dello Stato e della Chiesa colle armi, poi colle dottrine, poi col sofisma, poi colle bestemmie? Se non vi riuscirono Diocleziano, Giuliano, Voltaire, il Terrore, mal pretenderebbesi ora scioglierlo colle frasi: ma chi dimenticò quel ch'è giusto è condannato a non conoscere più quel ch'è possibile. In fatto la Francia stipulò di nuovo col Governo d'Italia che il dominio papale verrebbe rispettato, e che la capitale sarebbe Firenze: a tali condizioni ritirerebbe le truppe che proteggevano non un principe straniero, ma il padre comune a Roma. Al pontefice, quando, per la convenzione del 15 settembre 1864[556], si trovò abbandonato anche dal Governo francese che in faccia a tutta l'Europa aveva assunto l'impegno di difenderlo, non restava che protestare. I Cattolici, trovandosi più sempre conculcati, pensarono premunirsi costituendo una «Associazione cattolica per la difesa della religione» che, secondo i suoi statuti, doveva aver un capo a Bologna, rappresentanti nelle varie città, ma tutti notificati al Governo, e tenersi estranea a qualunque azione politica, perfino alle elezioni. Subito dalle mille voci fu denunziata come una grande cospirazione austro-borbonico-clericale, «una vasta rete di congiurati per vituperare e combattere le disposizioni del Governo sulle faccende ecclesiastiche, procacciare nemici con la stampa, conturbare le coscienze, eccitare il fanatismo e l'intolleranza delle plebi sotto il pretesto di scuotere l'indifferentismo religioso in Italia; stabilire insomma una sètta ordinata, numerosa e compatta per mettere in rovina il potere, e rovesciarlo alla prima occasione propizia»[557].