A queste ombre dà corpo il partito che s'intitola liberale, e che dice al potere, «Ajutami ad abbattere i clericali»: poi dirà al popolo, «Ajutami ad abbattere il Governo»: infine dirà alla ciurma, «Ajutami ad abbattere Governo e popolo». Di applicare quel che, nel diritto nuovo, chiamasi libertà, cioè l'arbitrio del Governo, opportunissima occasione trovò allorquando il regno d'Italia, approfittando della nimicizia rotta dalla Prussia all'Austria, dichiarò guerra a questa per toglierle il Veneto. Mentre si ostentava baldanza per un esercito formidabile e una decantata marina, si finse temere che i Cattolici volessero cogliere il momento per tentare di sconnettere un regno, dove l'unione è decretata e legale, ma non ancor penetrata negli spiriti. Allora dunque i liberali fecero passare una legge de' sospetti (17 maggio 1866), che infaustamente serba il nome di Crispi, per la quale lasciava autorità al Governo di mandare a domicilio coatto le persone che dessero ombra. Subito in ogni città, in ogni borgata furono istituiti comitati che origliassero e denunziassero; v'ebbe spie che apersero le lettere, delatori fin tra parenti, fin tra deputati; sfoghi di vendette, prepotenze di magistrati. Universale fu la costernazione, e la servilità de' prefetti e de' sindaci, i rancori degli individui, le passioni de' partiti, la brutalità delle gazzette si accordarono per denunziare i vescovi e i sacerdoti che avevano mostrato o zelo della religione, o dottrina non comune, o fermezza a respingere gli abusi; e quelle persone che si possono calunniare ma non disprezzare, e che non è così facile far obbedire all'iniquità. Principalmente fu colpa, o almeno indizio l'esser appartenuto alla Associazione Cattolica. Secondo le statistiche presentate, seimila ottocenventicinque persone furono proposte per la relegazione, di cui quattromila censettantuno vi vennero sottoposte, anche senza processo; e benchè la legge non parlasse che di domicilio coatto, furono chiusi nelle prigioni dei ladri; appajati agli assassini nel trattamento. I giornali in quel terrore universale risero sardonicamente, esclamando: «Ecco applicata la libertà della Chiesa».
L'inverecondo strazio lentossi, poi cessò quando ci fu imposta la pace, e il ministero, sotto l'ispirazione migliore parve entrare in concetti più civili e meno illiberali rispetto alla credenza della maggioranza, come diceano, e togliere le inique parzialità. Allora dagli ergastoli, dalle isole, dalle caserme, dai lontani esigli ritornò quella folla di sospetti clericali, contro nessun de' quali erasi potuto procedere legalmente. Allora ancora si permise potessero restituirsi alle sedi i tanti vescovi che n'erano tenuti lontani per paura della loro virtù, e sotto la maschera di salvarli dall'oltraggio del popolo. E per verità quel pugno di persone che in ogni paese usurpa il titolo di pubblico, que' giornali che han tossico nel cuore e fango nel pensiero tentò dapertutto eccitare ire, dimostrazioni, fischi; per lo più prevalse il buon senso: e lasciò sfogo al sentimento devoto e riconoscente dalle plebi, tantochè potette applicarsi a tante diocesi d'Italia quella descrizione che Gregorio Nazianzeno fa dell'esultanza de' Cristiani dopo la morte di Giuliano.
Allora si consentirono alcune libertà alla Chiesa, come di scegliere i proprj vescovi senza bisogno di presentazione regia, di giuramento, di placitazioni: si propose una legge che, pure spogliando la Chiesa, promettevale le sue libertà. Nol sofferse il parlamento; abbattè il ministero e quella legge, nè tampoco volle discutere; rinnegò ogni libertà[558], e dopochè l'Austria ebbe abbandonato il Veneto, all'aspirata unità italiana dichiarava non mancare che l'acquisto di Roma. Tanto s'è iti lontani dai motori della rigenerazione italiana! tanto con mezzi sovvertitori si turbò la causa santa promossa da persone che per la patria aveano fatto più che scrivere una gazzetta!
Pio IX, se come principe adopra ogni guisa al miglioramento del suo Stato[559], come papa ha l'intima persuasione d'una particolare assistenza di Dio, il quale certamente lo caverà da questi mali passi, ripristinerà intera la sua autorità anche temporale, purchè egli non rendasi indegno delle grazie superne; ed anzichè cercare armi ed appoggi mondani, aspetta il miracolo. Intanto espone i torti e protesta, e il fece di nuovo nell'allocuzione del 29 ottobre 1865, dicendo:
«Più volte e con lettere e con allocuzioni abbiamo deplorato le cose di nostra religione, afflitte da molti anni in Italia, e le gravissime ingiurie fatte dal Governo del Piemonte a noi e all'apostolica sede. Cresce il dolor nostro, vedendolo incessantemente e con sempre maggiore violenza aggredire la cattolica Chiesa, le salutari leggi e i sacri ministri di essa, vescovi, integerrimi uomini d'ambo i cleri, onestissimi cittadini cattolici, senza umanità, con quotidiano eccesso cacciare in esiglio, in carcere, o vessar in modi indegni; le diocesi con gravissimo detrimento delle anime lasciar prive de' pastori; le vergini sacre a Dio espulse da' lor monasteri e ridotte a mendicità; i templi di Dio violati; i seminarj episcopali chiusi; la istruzione della gioventù tolta alla disciplina cristiana, e commessa a maestri di errore e d'iniquità: il patrimonio della Chiesa usurpato e distratto. Messi in non cale le censure ecclesiastiche e i reclami giustissimi da noi fatti e dai vescovi, sancì leggi avversissime alla Chiesa e alle dottrine e ai diritti di essa, fin la legge del matrimonio civile, sommamente contraria non solo alla dottrina cattolica, ma eziandio al bene della civile società, poichè rompe la dignità e santità del matrimonio, e promuove un turpissimo concubinato, stantechè tra fedeli non può esserci matrimonio che non sia sacramento. Violando la pubblica professione de' consigli evangelici, spregiando i grandissimi beneficj recati dagli Ordini regolari in tutte le cose religiose, civili e letterarie, non esitò a sopprimere le corporazioni religiose, e usurparne le possessioni cogli altri beni ecclesiastici. Fin prima di ottener il possesso della Venezia, estese a quelle regioni le medesime leggi e decreti, e abolì il Concordato da noi statuito coll'imperatore d'Austria[560].
«Epperò, come richiede il gravissimo ufficio del nostro apostolico ministero, di nuovo alziamo la voce pontificale per la religione, per la Chiesa, pe' sacri dritti di lei, pei diritti e per l'autorità di questa cattedra di Pietro, fortissimamente detestando e riprovando nel complesso e in ogni particolare tutto ciò che contro la Chiesa è stato decretato e operato dal subalpino governo e da' suoi magistrati di qualunque specie, e quei decreti e i loro effetti colla nostra apostolica autorità abroghiamo e dichiariamo di niuna forza e valore. Coloro che ne sono stati autori, e han nome di cristiano, seriamente vogliano pensare d'essere miserabilmente caduti nelle censure e pene spirituali che le costituzioni apostoliche, e i decreti de' Concilj infliggono ipso facto agli invasori de' diritti della Chiesa...
«Uomini astuti interpretano a lor modo e arbitrio quella benedizione che noi demmo all'Italia allorchè, per ispontaneo amore verso i popoli dello Stato Pontifizio, parlammo perdono e pace. Femmo umili e fervorose preghiere a Dio che dagli imminenti mali liberasse, l'Italia e qui maggiormente splendesse il dono preziosissimo della fede; coll'onestà de' costumi, la giustizia, la carità, le altre virtù cristiane. Nè abbiam mai cessato di pregare Iddio, affinchè la salvi da tante calamità di ogni genere; e più che altro chiediamo al clementissimo Iddio che questi popoli italiani col suo celeste ajuto soccorra e avvalori a star saldi nella sua divina fede e religione, e a sopportare con cristiana fermezza tante avversità.
«È però follia trarre da ciò argomento onde chiedere che noi rinunziassimo al principato civile. Per singolare consiglio della divina provvidenza avvenne che il romano pontefice avesse il suo civile principato, onde nell'assoluta indipendenza da qualunque potere politico, liberamente esercitasse la sua suprema autorità e giurisdizione su tutta la Chiesa universale, e tutti i fedeli ai decreti, e mandati suoi avesser fiducioso ossequio senza sospetto, che gli atti suoi provenissero da volontà o impulso di verun potere politico.
«Lo perchè il civile principato non solo non possiamo rinunciare, ma dobbiamo strenuamente tutelare in tutti i suoi diritti. È noto con quanta sollecitudine i vescovi di tutto l'orbe cattolico l'abbiano propugnato a voce e in iscritto, e dichiarato, nella presente condizione delle cose mondane, essere di tutta necessità al romano pontefice, per esercitare la sua libertà di pascere il cattolico gregge di tutto il mondo; colla qual libertà è connessa quella di tutta la Chiesa universale.
«Vociferano pure che noi dobbiamo pacificarci coll'Italia, intendo dire coi nemici della religione che intitolano se stessi Italia. Noi che, assertori e vindici della salutare dottrina della virtù e della giustizia, dobbiam procurare la salute di tutti, come potremmo accordarci con quelli, i quali, sordi alla verità, da noi fuggono, e neppur han voluto aderire ai desiderj nostri, unicamente diretti a provvedere di vescovi tante diocesi italiane deserte?