«Volesse Dio che costoro, i quali oppugnano sì fieramente noi e questa sede apostolica, alzando gli occhi e l'animo alla verità e alla giustizia, ne avessero lume e ravvedimento; e venissero a noi, guidati da salutare affetto di penitenza! Allora vedrebbero come l'augusta nostra religione conduca a privata e a pubblica felicità individui e popoli; dove essa impera, ivi di necessità si ritrovano la vita onesta, l'integrità, la pace, la giustizia, la carità e ogni altra virtù; nè i popoli vi sono percossi dai mali che gli opprimono ovunque essa è conculcata e invisa....
«Furiosi nemici non cessano di gridare che questa Roma dev'essere partecipe del sovvertimento italico; anzi esserne la capitale. Sperda Iddio gli empj consigli; e non permetta che quest'alma città, dove Egli collocò la cattedra di Pietro, abbia a tornare in quel tristissimo stato, quando la prima volta v'entrò il beatissimo principe degli apostoli. Noi, da ogni umano ajuto quasi deserti, fidenti nel solo ajuto di Dio, siamo apparecchiati a difendere anche col pericolo della vita la causa della Chiesa, a noi da Cristo divinamente commessa; e se fia bisogno, andarcene in qualunque altro paese ove nel miglior modo esercitare il nostro apostolico ministero...
«Purtroppo non è certo se questa o quell'altra nazione abbia da conservar sempre il tesoro preziosissimo della divina fede e religione. Popoli che un tempo custodivano fedelmente il deposito della fede e la disciplina dei costumi, al presente sono scissi da quella pietra, su cui è fondato l'edificio della Chiesa. Miseri i principi i quali, dimentichi d'esser ministri di Dio pel bene, han trascurato di fare quanto è in loro potere e dovere per impedire che si distrugga il preziosissimo tesoro della fede cattolica, fuor della quale è impossibile piacere a Dio...»
Questi gemiti ripetemmo perchè rivelano i dissensi della Chiesa dallo Stato, del popolo vero dai suoi rappresentanti, della nazione da' suoi padroni: perchè si ebbe cuore di dire solennemente che il papa non si duole delle ingiustizie contro la Chiesa[561]; e perchè si veda come i fabbricatori di distruzione allontanino più sempre quella conciliazione, senza della quale non potrà dirsi fatta l'Italia. E mentre scrivo vien ratificata (15 agosto 1867) una legge di passione e di guerra per dilapidare la Chiesa, lasciando senza risposta le lezioni del passato e le interrogazioni dell'avvenire, a cui legheremo tanti inganni, tanti errori, tanti rimpianti: suonano i gemiti di migliaja di anacoreti e monache, cacciati dagli asili dove s'erano formati all'amor del prossimo e all'energica sommessione al voler di Dio, e che esposti a vera fame, ispirano compassione fin ai loro nemici, che crederebbero viltà l'ostinarsi a ingiuriarli; suonano gridi dal parlamento che, «ritirati i Francesi da Roma, omai i preti possono prendersi a calci»[562]: suonano i proclami de' comitati, che spinti dal gran rivoluzionario, preparano armi, prestiti, mine contro Roma, non dissimulando che con ciò si dee scassinare l'ordinamento cattolico.
Se i potentati sostengono il pontefice, s'egli è una forza con cui le forze devono contare, gli è perchè il popolo è ben lontano dall'averlo abbandonato. Altrove le dinastie spariscono alle trame d'un ministro o d'un cospiratore; al comparir dell'oro o delle camicie rosse sfasciansi gli eserciti, spergiurano gl'impiegati. Qui non avvenne. Ma se Dio vorrà non esista più un popolo, a governar il quale basti un prete senza spada, che annunzia la pace e non vuol mai la guerra; dove non si cambiò dinastia da XVIII secoli; dove ogni lingua ha collegi e rappresentanti e tribunali; dov'è l'asilo comune de' perseguitati, la scuola degli artisti e degli eruditi; dove stanno gli archivj della civiltà che di qui fu inviata e protetta in tutto il mondo; dov'è una quiete che ripugna, un silenzio che mortifica il convulsivo rumore dell'altre genti; se s'avvererà la profezia che il demonio prevalga ai santi[563], il pericolo sarà de' Cattolici, non del cattolicismo, e ai paurosi suonerà la parola, «Di poca fede, che dubiti?».
DISCORSO LVI. LE SÈTTE SOFISTICHE. GLI ODIERNI DISSIDENTI.
Mentre gli uni voleano conquistar Roma colla forza aperta, altri lentamente invaderla coi mezzi morali, v'era chi, vedendo inseparabili l'ordine temporale e lo spirituale, asseriva non si riuscirebbe colla forza e colle tresche diplomatiche, ma solo col toglier la fede e distruggere il cattolicismo. Oltre dunque profittare di quelli che, se attirano scomuniche e interdizioni, non professano separarsi dalla certezza della fede e rompere il vincolo dell'unità, il Governo a' suoi fini si ricordò che, irreconciliabili come nel XVI secolo, rimangono sempre a fronte il cattolicismo, sintesi universale della ragione umana, elevata fin alla ragione divina mediante la rivelazione; e la protesta, ispirata massimamente da odio alla supremazia italiana, da pretensione a nazionalità segregata. Fin dal suo apparire noi indicammo come i nuovi suoi simboli e le confessioni non appoggiandosi all'autorità, essa dovesse o tradire la logica, oppure arrivare all'organamento libero della religione, all'unione de' Cristiani non più nella lettera morta, ma nell'idea pura, cioè nelle infinite gradazioni del giudizio individuale. In fatto adoprò indarno evoluzioni dogmatiche o ripieghi costituzionali per avvicinarsi all'unità; cercò indarno qualche autorità fuori di quella che dice antiquata, onde fissarsi tra lo scetticismo puramente materiale, e le forme sfumate del misticismo.
Alcuni fra' Protestanti credono ancora sia necessario alla salute l'accettare la rivelazione cristiana, prestar fede a certi miracoli, a certi dogmi, quali la trinità, l'originale corruzione della natura umana, l'impotenza dell'uomo al bene, le postume retribuzioni. Ma mentre la Chiesa cattolica confida di non venire mai meno perchè i suoi dogmi, trascendenti l'umana capacità, non sono inventati ma dati, e portano l'unità col sottomettere a un capo, pare che fuor di essa non possano darsi più che Metodisti o Sociniani.
Il secolo XVI aveva impugnato l'autorità della Chiesa mediante l'autorità della Bibbia: il secolo XVIII mediante frivolezze e riso battè culto, dogmi, misteri: il secolo nostro combatte il cattolicismo uscendo dal cristianesimo: vuol sottrarre alla Chiesa anche l'interpretazione de' libri santi, neppure il vangelo accettando se non in quanto risponde alle convinzioni del nostro intelletto, sovvertendo gli avvenimenti storici, e l'analisi esegetica applicando fin al subjetto teantropico. Alla salvezza (dicono) si giungeva prima del cristianesimo, e si giunge fuori di esso da coloro cui non fu dato riconoscere la vanità delle loro credenze: si dà un progresso della fede come delle altre scienze; libera l'interpretazione della Scrittura a segno, che nè tampoco occorre definire la divinità, nè riconoscere ajuti o impacci alla libertà morale, nè originale incapacità alle virtù e alla derivante santificazione: all'immensa equità e bontà di Dio repugna l'eternità de' castighi. Escluso il sopranaturale dalla ragion dell'uomo, si esclude anche dagli annali dell'umanità, e per aspirazione ad unificare il sentimento religioso si esclama, «Non più teologia dogmatica non miracoli[564], non superna ispirazione delle Scritture, non redenzione, non comunione dei fedeli: la religione è un sentimento, nè l'intelletto v'ha a fare; la scienza non ha nulla di comune colla fede, anzi la scalza». A persuadere ciò si mira non tanto con violenza e in aspetto di rabbia, quanto col lento e sistematico disfare pezzo a pezzo credenze e tradizioni, ed il sopranaturale e la Chiesa presentare quasi in contrapposto colla scienza e colla civiltà moderna.
La società cristiana si compone di Dio principio supremo; del Cristo, divino mediatore; della Chiesa, società conservatrice eterna dell'incorruttibile verità che unisce gli uomini. Ebbene: dapprima si disse: «Giù la Chiesa, tralignata, meretrice; si conservi Cristo solo, Cristo nudo». Poi si disse, «Cristo è un mito, i vangeli un romanzo: non più Cristo». Presto si arrivò al «Non più Dio»; e nell'impossibilità di far un credo comune, si fa senza credo; è ortodosso chiunque è sincero[565]. Ma i sinceri è notevole come ritornino verso l'autorità, siccome vedesi ne' Puseisti. Vi ritornano pure i liberali, che il suffragio popolare riscontrano nelle decisioni de' Concilj e nell'elezione dei papi; vi ritornano quelli che sentono l'istinto dell'ordine, il bisogno di certezza, d'unità di spirito, di comunanza di preghiere.