Nelle prime manifestazioni rappresentò gran parte il Gavazzi. Ancor barnabita nella rivoluzione del 1848, cominciò da entusiasta di Pio IX, e finì per essere uno de' più affaccendati demagoghi, tanto che dovettero reprimerlo quegli stessi, che della demagogia faceansi uno sgabello. Inviperito dai disastri, rinnegò il carattere sacerdotale, e fattosi apostolo delle dottrine dissidenti, compariva dovunque la rivoluzione scoppiasse e in coda agli eserciti conquistatori, con violente parole e scritture attizzando le passioni popolari, e con indomita persistenza costituendo cappelle e società.

Appena fatta nel regno meridionale la rivoluzione che spossessò i Borboni, v'affluirono i predicanti, e in capo ad essi il Gavazzi. «Indossata la camicia rossa dei Garibaldini, sulla piazza pubblica era il predicatore quotidiano del popolo, la gazzetta viva e passionata de' Napolitani. Tutto serviva di pulpito per lui; parlava da una finestra, o da un banco di piazza, o da un palco di teatro; suo tema obbligato Francesco II e il papa, sui quali lanciavasi a pugni con una violenza senza esempio. Era curioso vederlo nel palco coperto e pavesato a tre colori, che per lui ergeasi nel Largo del palazzo, vestito di rosso, battersi il capo, darsi pugni nel petto, stringersi come volesse soffocare, lasciarsi cascar melanconicamente sulla sponda; prendersi la testa colle due mani, come volesse staccarsela e avventarla agli uditori... Il padre Gavazzi credeva; di là l'incontestabile sua influenza. Dopo predicato nelle vie parlando di tutto, e facendo decapitare le statue equestri dei re e demolir il forte Sant'Elmo, depose la tunica rossa, e stabilì conferenze meno chiassose in una sala affittata apposta. Per tre mesi quattro volte la settimana, e ogni volta per due ore, davanti una folla accalcata, entusiasta e vestita per bene, inveiva contro il papa con un impeto instancabile. Era una satira oratoria, zeppa d'invettive e sarcasmi, addolcita però da un calor sincero, che attestava com'ei credesse. La domenica rinunziava affatto alla discussione, per insegnare piamente il Vangelo. Non so se questa melodia cristiana facesse molta impressione dopo il batter dei tamburri e le fucilate: ma quest'uomo strano, che aveva il demonio in corpo sulla piazza pubblica, diveniva tutto unzione quando cadeva a ginocchi».

Tiriamo queste parole non dal Perrone o dal Pellicani suoi smascheratori, ma da un panegirista, Marco Monnier, che scrisse sopra Napoli eretica e panteistica. Un altro ammiratore ce lo dipinge sulla piazza del Crocifisso a Messina e di San Francesco di Paola a Napoli, ad inveire contro i Borboni e i Gesuiti, predicare l'unità d'Italia e il re galantuomo; proporre si trasformassero le statue di Carlo III e di Ferdinando in Vittorio Emanuele e in quel Garibaldi «che in mille battaglie, coll'abito forato come un crivello, non potè mai esser ferito». E soggiunge: «Al teatro San Carlo si ebbe lo spettacolo bizzarro di un frate in camicia rossa, che la vasta e sonora sala facea sonare di parole molto insolite, mentre, rialzato il sipario, attori e figuranti, coristi e ballerini a gruppi, ne' loro vestiti teatrali, si spingeano sul davanti della scena per nulla perdere dello intermezzo inaspettato.» Un giorno rappresentavasi la Battaglia delle Donne, e finito il primo atto, il padre Gavazzi s'alzò nel suo palchetto, e prese a parlare di patria, di libertà, di Garibaldi, di combattimenti a Capua, in modo che il popolo entusiasta dimenticò affatto la commedia, e coprì d'evviva l'impresario quando venne annunziare che, attesa la circostanza eccezionale, invece degli altri due atti si darebbe l'inno di Garibaldi[580].

Dai primi momenti della rivoluzione si domandò, e pensate se si ottenne dal dittatore Garibaldi un luogo in Napoli, dove esercitare pubblicamente il culto evangelico; gli altri dissenzienti, mercè della legazione prussiana impetrarono pure di aver pubblico tempio; e quivi si combinò come estendere la propaganda nella terraferma e in Sicilia.

Essendo il nome di Valdesi legalizzato da secoli in Piemonte, lo adottarono, quasi desse diritto di fare proseliti, aprir conferenze, cappelle, collegi, e trovarono qualche adepto nella classe media, e padri che vi mandarono i figliuoli. Presa audacia, turbarono qualche volta le funzioni e le chiese: in qualche parte, come a Torre del Greco, vestirono la Madonna coi tre colori; quando si fecero espiazioni per le bestemmie del Renan, un giovane entrò in chiesa motteggiando, e gridò «Morte a Cristo». Di tali e simili atti sdegnato, il popolo diè loro addosso talvolta: ma l'autorità, punendolo col titolo di tutelare la sicurezza personale, non solo diè fidanza ai predicanti, ma arrestò parroci e fedeli che mostrassero avversarli. Taluni, che di prete non serbavano se non l'abito e i proventi, trovarono comodo il mettersi coi novatori, e col titolo di Emancipatori, sotto la guida dello Zaccaro, di Basilio Prota, del Da Foria valdese, formarono una società che repudiava i freni ecclesiastici, e nella Colonna di fuoco, poi nell'Emancipatore sputacchiavano la Chiesa stabilita, e menavano moglie, pur continuando il ministero in chiese interdette. Vi si oppose con petto forte il cardinale arcivescovo Riario Sforza, ed essi riuscirono a farlo proscrivere, sicchè dovette andar in esiglio come forse sessanta altri vescovi di quelle provincie, i quali sol da lontano potevano sostenere lo zelo, che parve infervorarsi viepiù nella causa del vero, e manifestossi sì cogli scritti, sì colle prediche, sì colle opere.

Lo scredito che fin presso i loro aderenti attiravansi gli ostiarj che aprivano le porte al nemico, i preti che tradivano Cristo mentre nel suo piattello continuavano ad attingere, tornava a credito dei Valdesi, che almeno non pretendeano conciliar l'irreconciliabile. Wrefort pose scuole a Capri; Leopoldo Perez stampava la Civiltà Evangelica: il pastore Rolier col dottore Escalona diffondeva instancabilmente opuscoli e Bibbie, rianimò gli avanzi de' Valdesi in Calabria, e tenea conferenza a San Pietro di Majella.

Nè i frutti furono scarsi, e in Napoli, cessata d'esser capitale, fondarono cappelle e scuole, ch'erano pubblicamente annunziate.

Anche a Palermo, ne' primi giorni della rivoluzione, alquanti preti formarono un Battaglione sacro che, mantellandosi di politica, sovvertiva la Chiesa, ma fu sciolto prima che v'arrivassero i nuovi predicanti. Subito cartelloni annunziarono la vendita delle Bibbie, esortando a togliersi dalla religione del papa per intendersela con Gesù Cristo mediante la lettura del Vangelo; si diffusero i libretti valdesi stampati a Torino, e le oscenità stampate a Milano, mentre il ciclico Pantaleo, cappellano del Garibaldi, urlava per le piazze i suoi moroloquj. Intanto a Messina evangelizzavano un Cappuccino e un Paolotto apostati: il padre Gavazzi a Catania era udito curiosamente finchè parlò di politica, ma abbandonato appena entrò sulla religione: tanto più che il Governo parve nol sostenesse, come invece faceva coi predicanti valdesi. Infatto la Buona Novella annunziava il 15 marzo 1861 che «due nuove stazioni di Evangelici vennero stabilite dalla Chiesa valdese; una a Milano avendo a capo il signor ministro O. Cocorda, l'altra a Palermo affidata allo zelo del caro nostro fratello, il signor ministro Giorgio Appia». Questi, che già nominammo parlando de' Valdesi (Discorso XLI), era uno de' più valenti, come de' più attuosi, ed oltre gli scritti sulla Buona Novella, molti ne stampò a Palermo dalla tipografia Claudiana, fra cui Roma e la Scrittura (1862). Egli sfidò ad una disputa il canonico Domenico Turano e il professore Melchiorre Galeotti, il quale saviamente si restrinse a discutere sull'autorità, cioè a chi competa il possesso e l'interpretazione della Bibbia; e diede una relazione di quel convegno, appunto come vedemmo essersi praticato un tempo dai preti valtellinesi[581].

Insieme colle Bibbie divulgavansi quelle scritture alla moda, che eccitano lo scontento della ragione, e l'indignazione della coscienza colle accuse menzognere. V'andavano compagni libri immorali ed osceni, stimolando insieme la libidine del corpo e quella dello spirito; immagini che la corruzione de' compratori comanda alla corruzione degli artisti, ed ostentavasi il vizio sotto la complicità della pubblica opinione; quasi il Governo, col non sottoporre questa peste al lazzaretto, amasse ajutare il pervertimento morale, che cominciato col violare la creanza, finirà col violar tutte le leggi. Ne venne spavento a' genitori che ricorsero per rimedio all'arcivescovo; e questi in una pastorale ricordò ai padri ed agli institutori, che su loro pesavano le conseguenze lacrimabili della procace infezione (febbrajo 1861). Poco dopo ebbe a pubblicamente congratularsi cogli studenti di quella Università, i quali aveano affissa nell'atrio essa pastorale, e cacciato obbrobriosamente il ministro che intaccava l'onor del costume e la fede sempre inviolata in quell'isola; «e invocato con civile moderazione dal governo un provvedimento contro queste svergognate sozzure di libri»[582].

Mal riuscito, l'Appia tornò a Napoli dond'era venuto, e dove ingloriavasi della conversione del marchese Cresi, e gli succedette Giovanni Simpson, che aprì scuole di poveri fanciulli, massime presso la chiesa della Gancia, divenuta famosa come primo focolajo della rivoluzione, o piuttosto delle rivoluzioni. Le scuole protestanti furono dal Governo autorizzate a radunarsi ed esporre i cartelloni, e popolaronsi coll'allettamento d'alquanti centesimi; mentre la timidezza, consueta negli onest'uomini, distoglie dall'opporvisi, e fa piegare la testa sotto al flagello. Ogni stampa alquanto franca a difendere il vero è resa impossibile quanto ogni associazione, atteso le paure che dominano e l'artifizio di tacciarle di trame contro un ordine politico, che si sa non esser amato. Pure gli Evangelici non v'erano favoriti dalle circostanze che avvertimmo in Napoli; i giornali nel loro senso, come Il Martello dei preti, Lo Specchio della verità, non durarono, e dovettero confondersi coi politici; sebbene non mancassero apostati che, come accade, inviperivano contro preti e frati ai quali erano appartenuti; e sebbene il Governo e i municipj travagliassero in ogni guisa il culto avito. Le chiese principali, fino il San Domenico, arricchito di trentadue monumenti di illustri siciliani, si videro conversi in caserme o in pubblici ritrovi o in sale d'esposizione; le sacre immagini delle vie furono abbattute: ma il popolo, di cui conculcavasi il sentimento mentre poc'anzi se n'era chiesto il suffragio, vi sostituì stampe e immagini a centinaja, massime al frequente ricorrere de' flagelli o naturali o umani, che fanno deplorabilissima quell'isola, sì degna d'invidia.