A queste idee, manifestate esplicitamente nella Federazione repubblicana e nella Filosofia della Rivoluzione, come d'uomo che «con rara profondità annienta i sistemi vani ed assurdi della metafisica teologica, e stabilisce i veri principj del naturalismo razionale» applaude il curato Cristoforo Bonavino da Pegli[591], del quale, come già femmo dell'Ochino, del Vergerio, di altri, riferiremo la conversione colle parole sue stesse nella Filosofia delle scuole italiane:
«Le opinioni che oggi professo non sono quelle a cui venni educato: nè però si possono attribuire alla forza delle abitudini, o all'effetto di pregiudizj. Ho passato l'adolescenza e la gioventù sotto la disciplina del collegio, o del seminario, la quale trovò sempre in me un allievo non solo docile, ma affezionato e devoto fino allo scrupolo ed alla passione. I miei poveri studj di letteratura, di filosofia, e di teologia non uscirono mai dal cerchio della più pura e gelosa ortodossia romana; i miei prediletti maestri furono i santi, e in capo a tutti Tommaso d'Aquino e Alfonso de' Liguori. Due soli affetti governarono quel periodo della mia vita; lo studio e la pietà: e fino all'età di ventitrè anni, in cui venni ordinato sacerdote, io non ebbi altra occupazione, non gustai altro piacere che la lettura e la preghiera. Dirò tutto in una parola; se non era la prudente fermezza di un padre amatissimo, io sarei entrato, come avea già meco stesso risoluto, nella Compagnia di Gesù, unico instituto dove mi parea più facile di poter saziare la mia brama di sapere con lo studio, e il mio zelo di faticare per Dio colle missioni. Così la primavera della mia vita non conobbe altre gioje che quelle del sacrifizio e del terrore, e non assaggiò altre delizie che quelle dell'orazione e della penitenza. La mia fede avea serbato tutta la semplicità, il candore e l'abbandono dell'infanzia; e sol chi ne ha fatto in sè medesimo l'esperienza può intendere quella misteriosa condizione di un cuore, che a forza di virtù smarrisce la coscienza, per fervore di pietà rinega la ragione, e per amor di Dio volontariamente delira! Ma il sacerdozio fu per me l'alba di una nuova esistenza; e il primo raggio di luce mi balenò alla mente dal confessionale.»
«Al primo contatto dell'anima mia con la realtà della vita umana; a quella storia di miserie e di dolori, che l'uomo e la donna del popolo venivano a deporre piangendo, tremando, nel mio seno, io cominciai a sentire una repugnanza fra la dottrina morale delle scuole, e la voce intima delle coscienze. Indi i primi assalti del dubbio. A tranquillare l'animo mio ripresi adunque lo studio e l'esame de' principi teologici che io avea tenuto sempre in conto di verità eterne ed assolute. Allora per la prima volta io m'avvidi che i miei studi erano stati diretti, non dallo spirito della verità ma da quello di setta; e quando io credeva di averli compiti, m'accôrsi ch'era tempo e faceva mestieri ricominciarli. Non esitai un istante. Un nuovo mondo, ancora in confuso, mi s'apriva allo sguardo; ed un segreto presentimento m'avvertiva, che dietro alle quistioni sulla morale gesuitica sorgevano altre quistioni ben più gravi ed importanti, e sotto i casi di coscienza celavasi tutto il sistema della religione, della scienza, della società e della vita. E non esitai un istante. Quasi per istinto giudicai che la via, per cui mi incamminava, non poteva essere di quelle che guidano agli impieghi, agli onori; ed io incontanente di buon grado rinunciai a quelli che m'erano stati già conferiti; fermai tra me stesso di tenermi in una condizione affatto privata e indipendente...»
«Ripigliai pertanto il corso de' miei studj; e dalla morale dovetti bentosto passare alla dogmatica; indi alla storia, e di mano mano alla letteratura, alla pedagogia, alla filosofia, alla politica. Questo lavoro, che produsse una rivoluzione profonda e incancellabile in tutto l'essere mio, fu da prima una lotta tremenda contro me stesso, contro le credenze succhiate dal materno seno e attinte da venerato labbro, contro gl'insegnamenti della scuola, contro gli anatemi della Chiesa, contro i solismi dell'amor proprio, contro le seduzioni della paura, lotta che costò lagrime di sangue al mio cuore, il quale la intraprese, la sostenne, la vinse da se solo, nel segreto della coscienza, senz'altro testimonio, consigliere o giudice che Dio; lotta, che ogni giorno ad una ad una mi strappava dall'anima quelle convinzioni, ch'io avea sinora professato con tutto l'entusiasmo d'una fede pura ed illibata, a cui per voto avea consacrato il fiore della mia giovinezza, in cui avea riposto le delizie più care, le illusioni più nobili, le speranze più dolci della mia vita.
«Ma dopo aver esaminato le dottrine delle varie scuole cattoliche, mi son rivolto ai principj dei Giansenisti; poi ho consultato i sistemi dei Protestanti, interrogato la filosofia del secolo scorso, ponderato i lavori della critica moderna intorno ai simboli religiosi; e la prima conclusione certa, inconcussa, irrepugnabile, in cui la mente mia trovò il suo punto d'appoggio, fu questa, che il criterio supremo d'ogni verità risiede nella ragione. Stabilito questo principio, la mia emancipazione intellettuale e morale fu compiuta. Con esso pervenni immediatamente alla negazione di ogni ordine sovranaturale, d'ogni teologia positiva, d'ogni autorità teocratica, d'ogni rivelazione divina; esso mi scoprì la legge universale di progresso perpetuo e di transformazione successiva, che dirige la vita del mondo fisico e morale, degli esseri e delle idee, della natura, e della scienza, della civiltà e della religione; e in esso rinvenni quell'armonia dell'intelletto col cuore, che indarno io avea cercato in qualunque altro sistema. Quindi riebbi la pace dell'anima, pace profonda e imperturbabile, che deriva dalla libera contemplazione del vero, dal sentimento della dignità umana dalla conoscenza comechè imperfetta delle leggi dell'universo e dell'umanità, dall'amore disinteressato del bene, dal rispetto spontaneo degli altrui diritti, dall'osservanza volonterosa de' proprj doveri. Così ho sperimentato in me stesso e la vantata felicità del credente, e la pretesa disperazione dell'incredulo; ho provato le consolazioni, e le dolcezze, che ne procura il misticismo, e la filosofia, la Chiesa e l'umanità; E se per giungere a questa meta ho dovuto soffrire, di chi è la colpa? Non è tutta di coloro che pervertono l'intelletto co' pregiudizj, e la coscienza colle superstizioni? Di coloro che sconvolgono la fantasia con lo spettro del demonio e dell'inferno? Di coloro che presentano il dubbio come un delitto, e l'uso della ragione come un sacrilegio? Di coloro che hanno gettato la nostra società in tale abisso di fanatismo e d'ipocrisia, che altri non possa esprimere le sue opinioni, comunicarle a' suoi amici, discuterle, professarle, senza porre a repentaglio l'onore, il credito, l'officio, la sicurezza, la sussistenza di sè e de' suoi cari?[592]»
Parole simili avevamo udite dal Geoffroy quando diceva non poter sopportare l'incertezza sull'enigma della destinazione umana, e mancandogli la fede per risolverlo, aver cercato la luce della ragione per declinarlo. Come meglio potrebbesi rivelare il desiderio sterile di trovar la certezza, partendo dall'incredulità? E a tal punto si trovano gl'increduli intelligenti, che per ciò desiderano la disputa coi Cattolici, locchè non avviene a chi tiene una fede solida e assoluta, nè al pio che s'allieta quando gli è detto, Riposiamo nella casa del Signore[593].
Il Bonavino, adottato il pseudonimo di Ausonio Franchi e irato alla Chiesa che abbandonò, combatte «la filosofia che educa ancora al sofisma e all'assurdo la gioventù delle scuole italiane, e la religione che ancor mantiene in servaggio i popoli del secolo XIX»; confuta la teologia positiva; dissuade dall'indietreggiare fino a Lutero, e dall'accettare la Bibbia e l'assurdo dei misteri e il culto d'un Dio incarnato: la teorica d'un Dio personale e creatore esser infetta d'antropomorfismo e contraddizioni, nè potersi di Dio avere alcun concetto razionale; donde resta provato che la religione nostra è falsa, e il cattolicismo è contrario ad ogni libertà, ed ormai non è tenuto che da pochissimi[594]: poli delle nazioni moderne sono la scienza e la libertà, le quali non può l'Italia acquistare se non rinunziando alle idee filosofiche e religiose del medioevo: ond'egli, come l'antico Lucrezio, s'accinge a «svincolar gli animi dal giogo d'una fede cieca, immobile, misteriosa», per trarli alla «ragione, unico criterio del vero».
Negato ogni ordine sopranaturale, ogni autorità teocratica, mette come legge universale il continuo progresso e la successiva trasformazione. Il Dio d'un'epoca è sempre falso per rispetto ad un'altra più colta. — Dio del secolo nostro è la scienza. — Dio non lo pensiamo in quanto esiste, ma esiste in quanto lo pensiamo. — Il Dio di ciascuno è la personificazione del proprio ideale: onde tutte le variazioni che succedono in questo avvengono in quello. — Dio, providenza, natura è tutt'uno. — Nelle credenze occorre un'affermazione, ma è affermazione di una possibilità, non d'una realtà. — Sarebbe tempo di finirla con tante pie favole circa la natura di Dio, le sue persone, le sue idee, i suoi amori, i suoi voleri, i suoi atti. Il criticismo ha dimostrato che le essenze e le sostanze ci sono affatto sconosciute e inconoscibili. Gli uomini civili del secolo XIX non sono disposti a credere se non quello che intendono. — De' suoi futuri destini l'uomo non ha, e non può avere alcuna conoscenza certa e positiva: la vita avvenire, agli occhi della ragione, è un vago presentimento, un'aspirazione ideale, una certezza istintiva, ma non una teoria[595]. «Quel desiderio che per se stesso vi pare disordine e tormento, è insomma il carattere più nobile e sublime dell'uomo: giacchè, se gli togliete l'aspirazione all'infinito, voi lo disgradate, distruggete l'uomo per farne un bruto. Lo stimolo incessante di un bisogno che non sarà mai appagato ed estinto, è ciò che costituisce la vera grandezza e dignità dell'uomo ciò che lo rende educabile, perfettibile e progressivo senza fine».
E poichè può far senza della religione chi riesca a contenere la propria ragione dentro i limiti precisi della conoscenza scientifica, e interdica a se stesso ogni ricerca, ogni aspirazione ulteriore, vuole che gli Italiani siano «onesti senza temer inferno o sperare paradiso, generosi senza essere nè cattolici, nè cristiani, nè ebrei».
Calcando le orme di Ausonio Franchi, «suo generoso amico ed insigne maestro... inesorabile ed irresistibile critico», il Lazzarini trova strano che l'anima, conservando le sue condizioni di ente finito e personale dopo la morte, possa godere o soffrire in Dio ch'è infinito. Riconoscendo che «il razionalismo teorico si argomenta di abbattere ogni tempio, di estirpare ogni culto, predica la religione della natura e la scienza dell'umanità; esorta la fede a non ispirare nei petti umani che virtù cittadine del mondo: perchè sdegna conservare e correggere, e tende implacato a sconvolgere e distruggere», egli si astiene «da ogni discussione circa la convenienza di un tal programma». Pur confessa che si lascia indietro mille miglia la teorica della ragion pura, la filosofia gallo-eccletica, la teologia dogmatico-razionale, il sistema dell'umana infallibilità. Secondo lui, non è vero che il fatalismo induca gli animi all'apatia ed all'inazione. L'idea del libero arbitrio è l'idea d'un potere che non ha nè può aver limiti: ove pertanto esistesse nell'uomo questa esecrabile strapotenza, egli rimarrebbe sempre tal quale sarebbe nato, impassibile, inalterabile. Costui confida nel progresso civile, e ha «salda speranza che due religioni debbano costituirsi amiche, l'una terrestre e l'altra celeste». Io nol giudico perchè non lo capisco.