Nè sono a tacere i fisiologi e naturalisti. Cabanis, trasformando anche la politica in fisiologia, introdusse la parola razza, così poco precisa, e che divide i popoli nell'egoismo, invece di unirli nella giustizia e nell'incivilimento. Da noi il Gioja, il Lallebasque, Pasquale Borelli, e pochi altri teorizzarono la filosofia della materia con dottrine che si scusano sol perchè furono seguìte da ben peggiori. Perocchè dappoi affinato l'ingegno ad escludere Dio dalla creazione, si suppose una primitiva molecola o cellula che per un'«agglutinazione continuata migliaja di migliaja di secoli», diventa natura, poi uomo, poi Dio: è la scimmia che progredì in uomo, come l'uomo progredirà in animale più perfetto: oggi medesimo la materia organica può animalizzarsi. Anima è un nome che anatomicamente esprime il complesso delle facoltà del cervello e del midollo spinale; fisiologicamente, il complesso delle funzioni della sensibilità encefalica, cioè la percezione degli oggetti sì esterni che interni; la somma de' bisogni e delle tendenze che servono a conservar l'individuo e la specie, e a metterlo in relazione cogli altri esseri; e le facoltà che compongono l'intelletto e la volontà; il potere di muover il sistema muscolare, e d'operar per esso sul mondo esteriore. Nelle nostre Università Moleschott insegna «il pensiero, la volontà, le azioni dell'uomo essere nell'animale un prodotto della naturale necessità»[596]. Così il materialismo s'insinua anche nella scienza che più s'accosta ai dolori dell'umanità, e procede fino alle conseguenze che l'ignoranza vorrebbe trarre dall'uomo fossile e dalle abitazioni lacustri.

Queste dottrine dicono i dotti esser rattacconature di antiche o plagio di straniere; dicono i savj che, mentre mirano a far una rivoluzione, non arrivano che a fare uno scandalo; dicono gli artisti ch'è prodigiosa fatuità l'emettere con pretenziosa serietà idee assurde e stantie. Certo è orgoglio, cioè la meno filosofica delle passioni, il dire «Non è possibile la tal cosa perchè io non la intendo». O forse non s'appoggia a un atto di fede anche la vita intellettuale? e nello stesso ordine naturale si può dimostrare la veracità dell'intelligenza altrimenti che per l'intelligenza? Bensì è comodo quanto facile il sottomettersi solo al proprio talento, credere unico Dio l'uomo, unica potenza il numero, unica legge l'istinto, unico intento il godere finchè si può, e nell'accidia e nella voluttà stordirsi finchè il corpo si dissolva ne' chimici componenti.

Questi scrittori noi vorremmo poter combattere senza ferirli; tanto ci cale della concordia e di dar l'esempio d'un rispetto di cui non attendiamo il ricambio. Ma potremmo non indicarli ai nostri lettori? Soffogarli nella cospirazione del silenzio, come essi fanno di noi, non è possibile, giacchè quel ch'è mostruoso, che esce dalle leggi normali, dal senso comune eccita naturalmente l'attenzione e attira gli animi; nè di loro può dirsi, «Perdona perchè non san quel che fanno». Ma qualvolta alcuno toglie a combatterli, ecco gridarsi alle ingiurie ortodosse, al fiele teologico, alle intolleranze bigotte. La carità non deve giungere sino alla pusillanimità; può unire i simili, non i contrarj. Il filare ragionamenti, accumulare autorità e testi come ci rinfacciano, non è pieno nostro diritto? È possibile rimaner indifferenti quando si ode bestemmiar Cristo e Maria, e ciò che più venerarono i secoli e nostra madre, dichiarar assurdo ciò che credettero tanti sommi ingegni prima del regno d'Italia? E noi, per quanto ignoranti, abbiamo lume di ragione: e mentre essi pel disprezzo trascendentale[597] affettano di non guardar i libri nostri, noi studiamo i loro: e noi che apparteniamo ai 40 anni dacchè la storia fu creata[598], come gli Spartani sull'Ilota facciamo esercizj sulla critica, allo studio e alla pratica della quale, cioè al veder co' proprj occhi e pensar col proprio capo, richiamiamo incessantemente coloro, il cui ebetismo non ci pare ancora divenuto cronico, gl'invitiamo a ricuperare quel pane quotidiano dell'anima che è la verità. D'altra parte se, giusta le loro teoriche, un'asserzione non è più falsa che la sua opposta, perchè vengono sì da lontano a insegnarcele? se è indifferente l'adorar nel sacramento Iddio o un pezzo di pane, tollerino che noi crediamo e affermiamo le nostre dottrine, e che veneriamo la ragione come una forza, la quale cerca l'unità, sia quella che consiste nei fenomeni della sostanza, sia quella che sta nell'armonia, cioè la gerarchia.

Si dice, «Son pochi questi dottori». Sì: pochi, ma rumorosi, sostenuti, echeggiati in modo da soffogar i buoni. E se si troverebbe da deplorare un Governo che non si sente bastante autorità per reprimer le teoriche immorali, altro sentimento eccita quando vi appone il suggello dello Stato, quando paga perchè si insegnino nelle Università; cioè costringe la gioventù, se voglia conseguire i gradi accademici, ad abbeverarsi a tali fonti. Basti un'occhiata alle prolusioni de' professori, chiamati a dettare le tante filosofie introdotte dal Mamiani: onde deriva maggior lode a quei pochi che hanno il coraggio d'affrontare la cospirazione degli applausi e de' fischi.

Nel che rivelasi di nuovo il carattere del regno d'Italia, la ostentata nimicizia alla cattolica religione, con quell'ira che, quando non è forte, quando serve ai dominatori del giorno e ad una popolarità di bassa lega, diviene accattabrighe, e non attira che sprezzo. Dichiarata guerra alle istituzioni della Chiesa, e professato volerla affogare nel fango, non bastando l'opprimere si volle anche corrompere, spingendo alla licenza e alla deprevazione; poeti e romanzieri insultarono a Dio, al pudore, alla famiglia, e ottennero denari e decorazioni, applausi e posti, quasi non dissi gloria. Non occorre dire che si volgarizzano subito le produzioni più irreligiose degli stranieri, talvolta aggravandole con note e declamazioni; e non solo il romanzo delle libere pensatrici, ch'è il Renan, all'ipocrito suo sentimentalismo soggiungendo grossolanità irritanti; ma fin la Strega di Michelet, «gran parto dell'umano ingegno», ove si dà colpa alla Chiesa d'aver creato le fatucchiere.

Deplorabile sintomo di debolezza ne' nostri! Perocchè fra tante scritture lanciate dal Moretti di Bergamo, dal siciliano Castiglia, dal veneto De Boni, dal napoletano Petrucelli, dal cremonese Bissolato,... nessuna forse passò i monti; imitatori o plagiarj di Tedeschi, d'Inglesi, massime di Francesi, non capeggiamo fra gli eresiarchi, non possiamo annicchiarci tra le ammirate allucinazioni di Fourrier e Saint-Simon, nè con Neander, Lachman, Schleiermacher, Credner, Weisse, Schotten, Köstlin, Strauss, Wieseler, Reuss, Meyer, Holtzmann, nè tampoco con Pelletan e Quinet; siamo panteisti dietro a Vacherot, critici dietro a Renan, che ci appunta di far predominare l'idea politica[599]; positivisti dietro a Taine, Comte e Littrè; razionalisti dietro Ewald e Baur; socialisti dietro alle sublimi assurdità di Proudhon. E anche non volendo ripetere coll'iroso Niccolini «Italia vile, non ha di suo neppur i vizj», dobbiam confessare che non risplendiamo che di luce crepuscolare, neppur raggiungendo quella robusta brutalità che soggioga l'intelletto; paghiamo chi vada a fischiar un predicatore, a rompere i vetri d'un vescovado, a gettar un petardo in una cappella, non osiamo farlo noi stessi: per servilità ai Francesi indussero fin gli scolari a sottoscrivere per un monumento a Voltaire, non si osò erigerne uno al suo predecessore, Pietro Aretino. Sembra anzi fatale che questi oltraggi alla fede e alla morale non possano farsi senza oltraggiare e la lingua e l'arte. Scomparsa la serenità da tutti gli animi, si cerca l'orrido, lo straordinario: in piani di generale mediocrità, non si trova che trivialità d'idee, di stile, di distribuzione, che adulazioni alla incurabile snervatezza del tempo: per quanto i romanzi si condiscano di calunnia, di lubricità, di scandalo, nessuno ottenne la diffusione dei Promessi Sposi o delle Mie prigioni: non sorgono da costoro quelli che, allorquando la patria soccombe, sanno ancora amarla e piangerla.

La stupida demolizione è potentemente ajutata dalle società segrete. Indicammo come sin dal 28 aprile 1738 Clemente XII rivelasse le tendenze sovversive della massoneria, la condannasse in nome della libertà e della moralità, e i membri di essa considerasse come «gravemente sospetti d'eresia». Benedetto XIV, il 16 marzo 1751 ripeteva la condanna. Ciò non impedì i trionfi della sètta e della rivoluzione, giacchè è più facile deridere che smentire il Barruel, il quale suprema parte attribuisce alla massoneria nell'origine e nel procedimento della rivoluzione. Con questa scese ella trionfante in Italia a gavazzare nelle repubbliche Cisalpina, Romana, Partenopea. Trasformatesi poi questi in regni, Napoleone, invece di sopprimerla, pensò farsela ancella. In Milano già nel 1805 v'avea cinque loggie, adulanti fin nel nome di Reale Napoleone, Real Giuseppe, Eugenio, La Concordia, l'Heureuse rencontre; a Bergamo l'Unione, a Verona l'Oriente dell'Arena, a Taranto l'Amica dell'uomo...; oltre quelle dell'esercito, delle quali era granmaestro Giuseppe Lechi. Dal supremo consiglio di Parigi mandato qui come apostolo, Vidal divenne oratore della loggia madre di Milano, e blandendo alle passioni e all'opinione, raccoglieva i più distinti personaggi, e costituì un supremo consiglio di ispettori generali del 33 grado. Abbiamo a stampe l'Estratto de' primi travagli del Grande Oriente in Italia, in cui viene costituita la società, e si andò fastosi allorchè Napoleone concesse come gran commendatore il vicerè: suo luogotenente il Calepio, grandi ispettori il Felici ministro dell'interno, Costabili, Alessandri, Lechi, Degrasse, Tilly, Renier, Pyron; gran dignitarj Luosi, Fenaroli, Pignatelli, Jourdan, Jacob; il pittore Appiani facea da guardasigilli nel capitolo generale, e v'apparteneano Gioja, Romagnosi, Salfi. Furono poi stampati nel 1808 e 9 il Catechismo dei tre gradi e la Costituzione generale del Grande Oriente in Italia, francese colla traduzione italiana lurida di francesismi e di adulazioni al dio d'allora. Le adunanze aprivansi e chiudevansi al grido «Viva l'imperatore», e nel 1812 ben 1089 loggie dipendeano dal Grande Oriente di Parigi, coll'entrata di due milioni pel granmaestro di Francia, ch'era Giuseppe Napoleone, e centomila lire per Cambacérès suo vicario. Stromento di sorveglianza pel Governo, per gli ascritti erano mezzi ad acquistare impieghi o legare relazioni, oltre il sommuovere gli altri Stati, e preparare le vittorie dell'esercito. Allorchè questo s'avviò verso l'infausta Russia, fu dato per parola d'ordine Vittoria e ritorno a quella nostra eletta gioventù, che doveva impinguar delle sue ossa le rive della Beresina e del Reno.

Restaurati gli antichi principi, le loggie si ridussero secretissime, e appena qualche vestigio ne trapela ai momenti di politici sussulti. Ma il fatto loro capitale fu il trasformarsi nella carboneria. Questa nacque, o piuttosto da paesi forestieri fu trapiantata fra i boschi della Calabria, per opporsi alla smisurata ambizione dei Napoleonidi; e Murat, spintovi dal ministro Maghella, seppe valersene al concetto che gli spumeggiava in capo di farsi re indipendente di tutta Italia.

Egli ne rimase vittima; i Carbonari sopravvissero, e si restrinsero in cospirazione politica, dissimulata sotto le formole di vendita, di barracca, di carbone, di ceppo, di fornace, di minestra. Sono abbastanza conosciute le iniziazioni, il catechismo, la coccarda di azzurro, rosso e nero, e le sceniche apparenze sotto cui celavansi gl'intenti sovvertitori; perocchè tutta la nostra generazione ne fu partecipe o martire.

Ancona e Bologna erano centro di quelli degli Stati Pontifizj, che raccomandavansi per mezzo di carte da giuoco con segni convenzionali; e che presto cominciarono il terribile giuoco del pugnale. Nel 1817, credendosi imminente la morte del pontefice, si strinsero i nodi, moltiplicaronsi scritture contro il governo papale, e accolte e giuramenti. Il cardinale Consalvi ministro di Stato avvertiva Metternich della trasformazione: il carbonarismo esser ancora sparpagliato, ma l'evenienza più vulgare potea riunirlo: nol credesse un vano sbigottimento da prete: la rivoluzione aver cambiato tattica; e non assale più a mano armata i troni e gli altari, ma li scalza con calunnie incessanti; semina odj e diffidenze fra governati e governanti; rende odiosi gli uni compassionando gli altri: sicchè un giorno le monarchie più antiche, abbandonate dai loro difensori, si troveranno all'arbitrio d'alcuni bassi intriganti, ai quali oggi nessuno degna badare. «Il bisogno di cospirare (soggiungeva) è insito agli Italiani: non bisogna lasciare naturarsi questa mala inclinazione: se no, fra pochi anni i principi saranno costretti a rigori; le prigioni o il sangue porranno un muro fra loro e i sudditi; e si camminerà ad un abisso, che con un poco di prudenza sarebbe facile evitare».