«Gli avvenimenti che s'accelerano troppo pel nostro desiderio, meneranno fra poco un'intervenzione armata dell'Austria. V'è de' pazzi che alla spensierata avventano gli altri ne' pericoli, eppure i cosiffatti trascinano anche i savj. La rivoluzione che si medita non riuscirà che a disastri e proscrizioni; nè gli uomini nè le cose son maturi, nè lo saranno per un pezzo: ma potremo trarne una nuova corda da far vibrare nel cuore del giovane clero; l'odio allo straniero. Rendete ridicolo e odioso il Tedesco; all'idea della supremazia papale mescete sempre i ricordi della guerra del sacerdozio coll'impero; resuscitate le fazioni de' Guelfi e Ghibellini, e procacciatevi così la reputazione di buon cattolico e puro patrioto, colla quale penetrerete fra il giovane clero e ne' conventi. Quel giovane clero fra pochi anni occuperà i posti; governerà, amministrerà, giudicherà, dovrà eleggere il pontefice; e questo, come gli altri contemporanei, sarà imbevuto di principj italiani e umanitarj. Se volete rivoluzionar l'Italia, cercate un papa siffatto. Se volete stabilire il regno degli eletti sul trono della meretrice di Babilonia, il clero cammini sotto la bandiera vostra, credendo camminar sotto le sante chiavi. Se volete disperdere le ultime vestigia de' tiranni e degli oppressori, tendete le reti come Simone Bariona, non nel mare, ma al fondo delle sacristie, de' seminarj, de' conventi: e qualora non precipitiate, avrete una pesca più miracolosa della sua; colla tiara e la cappa pescherete una rivoluzione, che vada colla croce e il gonfalone; e che basterà a metter fuoco ai quattro angoli del mondo».

Potremmo dubitare che questa istruzione fosse inventata dopo gli eventi, se non ne conoscessimo la data, se non avessimo veduto quelle del Weisihaupt[600]. E poichè la rivoluzione d'allora fallì, un'altra circolare del 20 ottobre 1821 diceva:

«Nell'odierno conflitto tra il despotismo sacerdotale o monarchico e il principio di libertà, v'ha conseguenze che bisogna subire, principj che innanzi tutto bisogna far trionfare. Potevamo prevedere una sconfitta, non dobbiamo dolercene fuor di modo; e qualora non iscoraggi, dovrà, in un certo tempo, agevolarci i mezzi di combattere più profittevolmente il fanatismo. Basta esaltar sempre gli spiriti, e mettere a profitto tutte le evenienze. L'intervenzione straniera in quistioni di politica interna è un'arma effettiva e potente, che bisogna maneggiare con destrezza. In Francia si abbatterà la dinastia, rinfacciandole continuamente l'esser tornata sui cavalli de' Cosacchi; in Italia bisogna render impopolare lo straniero, in modo che, quando Roma sarà assediata dalla rivoluzione, un soccorso estero sia un affronto anche per i sinceri nazionali. Non possiamo affrontar il nemico coll'audacia de' nostri padri del 1793, impacciati come siamo dalle leggi e più dai costumi; ma col tempo ci verrà fatto di raggiungere la meta ch'essi fallirono, e frenando le temerità, giungeremo a rinvalidare le fiacchezze. Da sconfitta in isconfitta s'arriva alla vittoria. Occhio però sempre su quanto accade a Roma. Screditate il pretume con tutti i mezzi; fate al centro della cattolicità quel che alle ale noi tutti facciamo, individualmente o in corpo. Agitate; agitate la piazza con motivo o senza, ma agitate; qui sta la riuscita. La cospirazione meglio ordita è quella che più si muove, e che compromette più persone. Abbiate martiri: abbiate vittime; troveremo sempre chi sappia darvi i colori necessarj».

Vedasi se avessero ragione i pontefici di sgomentarsi a tali preparativi, e vigilare meglio dei re, i quali non aveano nè il coraggio di distruggere, nè la franchezza d'accettare le società segrete. Pio VII, il 13 settembre 1821 ripetè contro la Carboneria le condanne de' suoi predecessori, rivelandone gli errori e le trame, disapprovando altamente il giuramento di segreto assoluto, che proferivasi a modo degli antichi Priscillianisti; ma principalmente la licenza di formarsi ciascuno una religione a suo grado, il profanare nelle cerimonie la passione di Gesù Cristo e i ministeri e i sacramenti, e il proposito di rovesciar la cattedra apostolica. In fatto il giurar di obbedire ciecamente a un archimandrita può mai farsi non dico da un cristiano, ma da un leale amatore di libertà? Chi è legato a un giuramento diverso, come potrà adempiere lealmente i doveri d'impiegato, di maestro, di giudice, di giurato, di deputato?

Leone XII di nuovo sentenziò le società secrete; poi Pio VIII il 24 maggio 1829, quando erano all'apogeo, tornò a battere «quei baluardi dietro cui si afforzano l'empietà e la corruzione». Sopra l'altre indicava «quella formatasi testè per corrompere la gioventù ne' ginnasj e ne' licei. Sapendo i precetti de' maestri esser efficacissimi a formar il cuore e lo spirito, adoprasi ogni astuzia per dare alla gioventù maestri depravati, che la conducano nei sentieri di Baal; onde i giovani sono portati a tal licenza, che, scosso ogni timore della religione, bandita la regola de' costumi, sprezzate le sane dottrine, calpesti i diritti d'entrambe le podestà, non arrossano più d'alcun disordine, d'alcun errore, d'alcun attentato».

La lunga mina scoppiò dietro alla nuova rivoluzione francese del 1831: l'Italia media si sollevò, ma gli eserciti ripristinarono i principi e l'obbedienza. Giuseppe Mazzini genovese, non voluto ricevere nella gran Vendita carbonaria, diretta a sovvertire troni e Chiesa senza usare il pugnale, bensì con mezzi morali sul sacerdozio e la gioventù, costituì la Giovane Italia, che tolse a quella il primato. Colle sue idee cosmopolitiche, col tono d'illuminato, colla parola immaginosa che sente del biblico e fa subodorare un profeta, egli affascina i giovani; contenta il popolo col disinteresse, in tempo di sì sfacciati ladronecci; amica i settarj coll'abbracciarli tutti, mentre gli uni esecravano gli altri, e tutti adoprarli nella sua unica associazione educatrice; non minacciavasi morte ai disertori; non v'erano capi invisibili, non inanità di simboli; più che a vantar diritti badavasi a professare doveri; meta il progresso; modo d'attuarlo la repubblica una e indivisibile; tutto pel popolo e per mezzo del popolo.

Ma nel suo programma, oltre l'unità repubblicana della penisola, stava che il popolo italiano è chiamato a distruggere il cattolicesimo a nome della rivelazione continua»[601]. Dio è Dio, e l'umanità è il suo profeta. Dio s'incarna successivamente nell'umanità. L'umanità è la religione. Noi crediamo nell'umanità, sola interprete della legge di Dio sulla terra[602]: Cristo è un santo, la cui voce fu accolta come divina[603]. Il cattolicesimo è spento; forma logora, serbata ancora alcun tempo alla venerazione dei dilettanti d'antichità[604]. L'Europa oggi è in cerca dell'unità religiosa, nuovo vincolo che annoderà in concordia di religione le credenze, i presentimenti, l'energia degli individui, oggi isolati dal dubbio, senza cielo, e quindi senza potenza per trasformare la terra[605].

S'accorge il lettore che, di quanto ci cade nel presente discorso, non cogliamo se non ciò che concerne lo scopo del presente libro. E appunto qui consideriamo Mazzini come quello che la rivoluzione italiana vuole sia religiosa. Egli non è razionalista, poichè a volte ammette il sopranaturale; non è cattolico, ma neppur protestante, giacchè vede che il cattolicesimo si è perduto nel governo dispotico, il protestantesimo si perde nell'anarchia[606]: ha frasi e non bada a concordarle fra loro. Il Lesseps, dando ragguaglio della sua missione a Roma nel 1849, attribuiva a Mazzini di favorire lo scisma religioso non solo per gli scritti, ma per frequenti conferenze con missionarj inglesi e d'altre lingue. Noto è come fosse trattato il clero nel breve dominio de' rivoluzionarj a Roma, ove debaccavano alcuni preti apostati, cortigiani de' triumviri, i quali giunsero perfino a dar la benedizione urbi et orbi, come suole il papa dalla loggia di San Giovanni Laterano; e Mazzini esclamava: «Dalle fiamme delle carrozze cardinalizie, arse sulla piazza del Popolo, è uscita una luce che rischiarerà la via sulla quale i popoli s'affratelleranno, un giorno o l'altro, in uno sviluppo religioso, in una fede di opere redentrici e d'amore[607]. Il nuovo governo proclamerà non esservi più chiesa ma popolo di credenti; il papa dell'avvenire chiamerassi Concilio; assemblea costituita d'uomini virtuosi, che sentono il bisogno d'una fede viva, interrogherà il progresso, scandaglierà i mali, decreterà i rimedj, e porrà la prima pietra della Chiesa universale dell'umanità[608]. Noi fonderemo un governo unico in Europa, che distruggerà l'assurdo divorzio tra il potere spirituale, e il temporale»[609].

Poi quando la capitale del regno d'Italia fu tramutata a Firenze, Mazzini proclamava: «Roma non è una città, Roma rappresenta un'idea: Roma è il sepolcro di due grandi religioni, che altre volte diedero vita al mondo: Roma è il santuario di una terza religione futura destinata a dar la vita al mondo dell'avvenire. Roma rappresenta la missione dell'Italia in mezzo alle nazioni, il verbo del nostro popolo, l'evangelo eterno dell'unione fraterna. No, Roma non può annettersi a Firenze, ed è nostro dovere di annetterci tutti a Roma».

[Avendo Buchez, nell'Européen, ottobre 1836, detto che Mazzini avea tolta da lui l'idea della sua Giovane Italia, Mazzini negollo perchè Buchez ammetteva il dogma cristiano e professava riverenza pel papato, mentre «la scuola ch'io cercava promuovere respingeva fin dalle prime linee ogni dottrina di rivelazione esterna, e sopprimeva deliberatamente fra gli uomini e Dio ogni sorgente intermedia di vero, che non fosse il genio affratellalo colla virtù, ogni potere esistente in virtù d'un preteso diritto divino, monarca o papa».