Niceforo Filalete che dirige Gli Annali dello Spiritismo in Italia, scrive che «lo spiritismo è divinamente sublime; è il vincolo che riunisce gli uomini, divisi per le credenze e i pregiudizj mondani, e atterrerà la più forte barriera che separa i popoli, l'antagonismo religioso. Egli si volge a tutti i culti... È un terreno neutro, sul quale tutte le opinioni possono incontrarsi e darsi la mano; le quistioni morali, le sole importanti, sono di tutte le religioni e di tutti i paesi»[617]. Porta dunque esso pure all'indifferenza, la quale sempre si traduce in ostilità alla religione stabilita.
Ma dove questa ostilità si scopre senza reticenze è nella più segnalata personificazione della rivoluzione italiana e la più sincera così ne' fatti come ne' concetti. Giuseppe Garibaldi nizzardo, elevatosi coll'ostinazione de' suoi propositi fra gente meticolosa e fiacca, e con un disinteresse che, a petto all'ambizione e all'avidità degli altri caporioni, fu giudicato miracoloso come le imprese sue da coloro che i miracoli sbeffeggiano; con un'attività che ha bisogno d'esercitarsi qui o fuori, per la patria o per gli estranei, parve attribuirsi la missione speciale d'abbattere il papato. Vi si adoperò colle armi nel 1849, ma respinto da Roma, respintone di nuovo con una fucilata nel 1862, non per questo cessò di gridare contro il cattolicismo e il sacerdozio, zelando un culto solo, quel della santa carabina: alle donne milanesi raccomandava la tenessero appesa al capoletto: il giorno dell'inaugurazione dei tiri a segno fosse surrogato alla festa della natività di Maria; i villani vadan se vogliono a messa, ma adorino la santa carabina.
Non potendosi in lui supporre le artefatte menzogne de' giornalisti, bisogna ritenerlo di buona fede quando attribuisce alla Chiesa quanto di male e d'odioso avviene: furono i preti che vendettero Nizza: furono trame d'ecclesiastici che procurarono le vergogne di Custoza e di Lissa: ai frati sono dovute l'insurrezione di Palermo, questa oscena sconcordia d'Italia, l'odierna voragine delle finanze, fin i disastri naturali che aggravano le sventure d'un popolo, abbeverato d'odio dai giornalisti, e che anima e salute consuma in desiderj e decezioni. Dal quale staccandosi, egli uom del popolo, per iscusare o assecondare i dominanti, concentra ogni ira contro la santa bottega, contro il cancro, contro il verme, la tabe, la rogna d'Italia: incita a dar l'ultimo calcio alla canaglia che la infesta, a rovesciar nella polve quel tabernacolo d'idolatria e d'impostura che s'attraversa in ogni modo e in tutte le vie al progresso umano, quella religione del prete che divide la famiglia umana, e ne condanna la maggior parte a perdizione eterna. Alle società operaje di Napoli diceva: «Faremmo un sacrilegio se durassimo nella religione dei preti di Roma. Fuori dalla nostra terra questa sètta contagiosa e perversa». E all'assemblea unitaria di Palermo: «Noi non siamo per la religione del papa. Papa, cardinali, vescovi cambiino bottega, e vadan il più possibile lontano dall'Italia». E come la Convenzione avea tirannicamente intimato «Fraternità o morte», così egli fe ripetere all'Italia «Roma o morte», conculcando e la coscienza dell'umanità e la libertà delle credenze.
Singolarmente nel 1867, essendosi il ministero proposto di venir ad accordi con Roma, e per riuscirvi avendo sciolta la Camera, Garibaldi uscì dal suo ricovero, e girò l'Italia inveendo contro papa e preti e Cristo, battezzando fanciulli, aizzando le plebi contro un ordine intero della società, senza che l'autorità e la legge avesse o voglia o forza di opporsegli, e sempre gridando: «Roma è nostra: neppure il diavolo può torcela. Non mandate al parlamento deputati che patteggino coi clericali, i quali c'impediscono d'andare a Roma. I milioni che si danno alla Chiesa s'adoprino per fare armi e per dar pane a chi non n'ha: ai prelati bastano quaranta centesimi il giorno: i Paolotti il diavolo se li porti». E fin dogmatizzando annunziava: «Noi siamo nella religione del vero, e la sostituiremo a quella del prete che è la menzogna. Libertà della ragione è la bandiera che opponiamo al cattolicesimo, il quale ha per tanti secoli abbrutito la creatura umana». E al tempestoso congresso della pace di Ginevra proferiva: «V'è cosa più terribile della guerra, il mostro che chiamasi papato, le cui emanazioni pestilenziali innondano il mondo, e arrestano l'umanità sulla via della civiltà. I vostri avi ebbero primi il coraggio d'affrontarle: compite l'opera quando noi daremo al mostro gli ultimi colpi, e abbatteremo il sacerdozio dell'ignoranza per adottare sola la religione di Dio (sic)». E ora appunto (ottobre 1867) spinge i suoi armati contro gli ultimi resti del dominio papale, a «crollar il tabernacolo dell'idolatria, dell'impostura, delle vergogne italiane, il piedestallo di tutte le tirannidi».
Invano, come si ispirò sgomento per Mazzini, si vuole spargere il ridicolo sopra Garibaldi. Mito piuttosto che persona, stupendo agente di decomposizione sociale; ammirato pel dono di ispirar la gioventù e spingerla al sacrifizio, riprovato perchè si fa superiore alla legge: se non destarono stupore le iperboliche ovazioni fattegli a Londra fra una plebe che ogni anno brucia un fantoccio schiamazzando «Non più papa»; fra Anglicani che da lui ripromettonsi la distrazione della cattolicità; fra la massoneria mondiale che divinizzava la propria creatura, in un secolo che è costretto crearsi degli Dei per far senza Dio; a chi ci lesse non farà neppur meraviglia il vedere l'entusiasmo durare in un paese tutto cattolico qual è l'italiano, e che altrettanto non n'avea mai mostrato a nessuno fuorchè a Pio IX. E Pio IX, continuo bersaglio de' più abjetti suoi strapazzi, incaricava il professore Tonello: «Dica a Garibaldi che questo povero vecchio, ch'egli chiama il vampiro del Vaticano, gli perdona, e prega per esso, e anche stamattina ha detto messa per lui».
E per verità il gran nemico consolida il papato col far vedere quanto la quistione sia superiore ai mondani intenti, giacchè tutta la cristianità vi prende interesse, e mostrano venir a difenderlo fin quelli che cospirano per abbatterlo. Ma è ben da aspettarsi che l'accolta de' suoi adulatori lo sorpassi; e mentre la ciurma lo acclama Dio e Messia e Cristo[618], e consacra la camera ove dormì a Palermo, e crede che la capanna della maremma ravennate ove morì sua moglie diverrà gloriosa come quella di Betlemme, il vulgo ricco, dotto e patrizio ne rincari le bestemmie, ne echeggi le provocazioni; e la stampa plebea denunzii i mali causati dalla religione, allora appunto quando la nazione più soffre di quelli cagionati dalla irreligione[619].
Ma uomini e fatti tali segnalano il carattere ed il valore d'un Governo. Il quale, esautorato da questi suoi veri padroni e creatori, oltre le incessanti e sin fanciullesche molestie alla Chiesa e agli ecclesiastici[620], oltre l'imputar ad essi ogni delitto, ogni sventura[621], si atteggiò spesso in modo da procurare uno scisma. Governo e parlamento professano ed attuano dottrine repugnanti fin al cristianesimo, sotto uno statuto che pone come unica religione dello Stato la cattolica, apostolica, romana. Alla Camera, nel 26 gennajo 1857, avendo il ministro Lanza proferito che «la religione cattolica sarà il fondamento dell'educazione ed istruzione morale, data dallo Stato negli istituti pubblici», si reclamò, si protestò fino a volere che nell'insegnamento si avesse anzi a combattere la religione cattolica, trascorrendo a segno che Revel riflesse, se altri avesse ciò detto della protestante o dell'ebraica[622], sarebbe stato gravemente ripreso. Ampliatosi poi il parlamento, e dalle elezioni astenendosi coloro che faceansi scrupolo di coadjuvare un ordine di cose originalmente riprovevole, la rappresentanza della nazione fu abbandonata alle sètte, e vi si dichiarò che il cattolicesimo è finito, che tutta l'opera del neonato regno deve consistere nel distruggerlo in ogni luogo, per ogni mezzo: vi si distinse il Dio di Pio IX da quello dei deputati: nel 1866, un giornale auspicato dal Governo (il Diritto) scriveva: «La nostra rivoluzione tende a distruggere la Chiesa cattolica, e dee distruggerla, e non può non distruggerla se non vuol perire»; un altro, pure governativo (l'Italie), inventava il Dio dell'Austria, e conchiudeva: «Se è vero che Dio esiste, bisogna scompaja col potere che lo invoca, e di cui fu complice. Il mondo moderno lo respinse, egli deve calar nella medesima fossa, in cui sarà gettata la dinastia degli Absburghesi, che fu lo scandalo e il flagello dell'Europa». Il professore Tommasi domandava: «Chi più sa che cosa sia l'evangelo?» Il professore Bertini asseriva un Dio molto diverso dal Dio teologico[623]: all'esposizione universale di Parigi la commissione italiana conferì un premio alla Società Biblica per le sue cure intorno all'istruzione. E ogni giorno, e viepiù or che si diede ai Protestanti il trionfo di poter comprare i beni rapiti alla Chiesa, ascoltando gli sproloqui del Parlamento, più che la nequizia de' concetti e l'inurbanità delle proposte fa stupore la supina ignoranza dei fatti e delle dottrine.
Per verità Iddio è una superiorità, e la superiorità diviene ogni giorno men tollerabile alla democratica eguaglianza. Eppure quest'idea è tanto difficile a cogliere quanto ad eliminare: più se ne ragiona men se n'intende: ma il sentimento la afferma: e Dio è l'ultima parola di quei che sanno come di quei che ignorano. Spingansi le scoperte quanto si vuole, resta sempre alla fine un mistero: contemplato l'universo, analizzati tutti i corpi, l'occhio s'inchina davanti al velo del santuario: più luce si sparge sulle cose sensibili, più v'appare Iddio. Gli zoologi disputano della trasformazione della specie; sta bene: ma coloro che se ne servono per escludere Dio dalla creazione, non fanno che sostituire un'idea all'altra, slontanare le origini, ma nulla provano nè in pro nè contro la divinità. Se non che in tale quistione non si tratta soltanto di Dio. Tolte le credenze positive di cui vive la società, e su cui fondasi il diritto, vacillano l'ordine morale e il civile, più l'uomo non sentendosi davanti ad una podestà maggiore di lui, e che sola ha diritto di regolarlo, ha potenza di soddisfarlo. Il libero pensare è la negazione teoretica della costumatezza, poichè, a guisa della prostituta, passa da un'opinione all'altra, secondo ogni desiderio isolato. L'errore morale più non può essere riprovato, giacchè le infinite suddivisioni arrivando all'assoluto individualismo, perfino la virtù obbligatoria si smarrisce per entro uno scetticismo, che non porge nè dogmi allo spirito nè norme alla coscienza. I triumviri a Roma pubblicavano al 27 aprile 1849 che «la vita e le facoltà dell'uomo appartengono di diritto alla società ed al paese nel quale la Providenza lo ha posto»; a Napoli il medico Renzi recita l'apoteosi di Agesilao Milano e il senatore Imbriani ne fa l'epitafio[624]: Cavour asserisce che colla verità non si governa: perfin l'Azeglio, nel proclama 11 luglio 1859 ai Bolognesi, diceva che «Iddio fece l'uomo libero delle proprie opinioni, sieno politiche o religiose». Qual meraviglia se i socialisti crescono a dispetto del senso universale, e in grazia de' terrori che spargono contro la politica cristiana?
L'immoralità mena al culto della forza, e questa surrogasi man mano che la Chiesa si restringe. Sit fortitudo lex justitiæ: chi è debole non è nulla; gli Stati si valutano dal numero de' soldati; il merito consiste nel riuscire; il fine giustifica i mezzi: interessi e scienza s'accordano a veder la religione come un ostacolo alla sovversione sociale, dunque si distrugga; ciò che sa d'ideale ripugna alla critica come principio di condotta, dunque si elimini: il giusto è di rafaccio col suo esempio, dunque si opprima; il diritto sia rappresentato dall'esito; la coscienza dall'utile. Che storia? che convenzioni? che trattati? idee antediluviane. Colla fede periscono la libertà e dignità dello spirito: abolito il creatore nella natura, la providenza negli eventi, non rimane più vita intellettuale spegnendosi la ragione; non vita morale obliterandosi la coscienza; non dignità politica in situazioni false da cui non possono uscire che situazioni disastrose; non gioja schietta inaridendosi il cuore nel mesto spettacolo della morte dell'Eterno[625].
In questo ontoso trionfo de' sofisti e de' violenti, dove il vero vinto è il buonsenso, vedrà altri le cause delle miserie odierne, delle applaudite iniquità internazionali, dell'indifferenza a mali veri per culto a frasi abbaglianti. Noi li guardiam solo come eresie; ma chi volesse salvare i dominanti dall'abisso ove li spingono i loro adulatori potrebbe rammemorare che Voltaire dicea, «Fra venti anni Dio sarà ito», e i re gli sorrideano. Dopo venti anni Desmoulins diceva: «I re sono maturi: Dio non ancora», e i re non poteano più ridere, côlti dal pugnale, dal patibolo, dalla conquista, dalle sommosse, dalle annessioni, fin da quella che i diplomatici chiamano pace, e non è che una maschera della reciproca paura.