Non c'è vituperio che non siasi lanciato a questa enciclica e al sillabo, più che nel secolo precedente alla bolla Unigenitus. Non teologi, non moralisti, neppur uomini di Stato, ma le persone meno competenti, e più passionate, giovani che non sanno il catechismo e ancor meno perchè credergli, la sentenziarono d'eccessiva, se non altro d'inopportuna; e che valea meglio tacere, e non suscitare nuovi, o irritare vecchi nemici. In Francia i giornali la tradussero con istrane alterazioni, che parevano d'insigne mala fede, sinchè fu dimostrato ch'erano d'ignoranza. Non importa: le loro asserzioni vennero aggradite dalla solita spensieratezza del pubblico, e tanto più che il Governo, il quale ne permetteva la discussione non solo, ma fin l'adulterazione ai giornalisti, vietò ai vescovi di pubblicarla.

In Italia s'accettò quella disapprovazione come tutto quanto arriva di Francia, e senza prender cura neppur di leggerlo[650], si fe dire al papa quel che mai non avea; s'interpretò a capriccio; se ne fece un mostro che atterrisse i deboli e desse ridere ai capameni; e nel frasario plateale restò come una «sfida alla civiltà, alla filosofia, alla ragione».

Delle opportunità è giudice la Chiesa stessa; e se gli avversarj ne tolsero pretesto a molestarla, n'avrebbero côlto un altro o fattolo nascere. Non vedemmo anche nel Cinquecento imputarsi il papa delle inimicizie che si suscitarono a lui, o ch'erano suscitate dall'averlo abbandonato? Ben è notevole che, mentre in Francia fu proibito di pubblicare il sillabo, e condannato per abuso il vescovo che lo sostenesse, nel Belgio, nella Gran Bretagna, nell'America, in Germania fu divulgato liberamente, combattuto, difeso, senza che ne pericolasse lo Stato. E mentre i discorsi che i re pronunziano dal trono sono discussi per un momento, poi dimenticati, questa parola rimase; fu intesa dal mondo tutto, nel mondo tutto combattuta, eppure i secoli non ne cancelleranno una proposizione[651].

Il sillabo non obbliga se non quei che gli credono; non adopra coazione: siete voi così illiberali da impedire a me d'avergli fede? E il papa potè pubblicarlo perchè libero: se fosse suddito poteasi impedirglielo, come vorreste voi; voi abborrenti dalla libertà, mentre dal sillabo nessuna libertà fu tolta in nessun luogo, nè rotta veruna istituzione moderna. A cotesti freddi fanatici vorremmo chiedere se la Chiesa non abbia tanto diritto di difendersi, quanto essi ne pretendono d'assalirla. Tutti i giorni baldanzeggiano oltraggi contro ad essa, al papa, a Cristo; si cospira alla Camera colla parola, alle Università coll'insegnamento, ne' giornali colla sguajataggine, nei caffè colla vulgarità, nei teatri colle rappresentazioni, colle armi fra le bande cui non può frenare nè il ministero nè il re; i Governi non indietreggiano da nessuna odiosità, da nessun ridicolo per regolamentare una Chiesa, di cui o sconoscono o rinnegano le dottrine; fomentano la diserzione del sacerdote e l'apostasia: stipendiano chi dalle cattedre impugni Dio, l'anima, la ragione; dichiari immorale il vangelo, superstizioso ogni culto, scimmia l'uomo, vera soltanto la materia, cancro della religione e della società il pontefice; sono divulgati dalla stampa e usufruttati dagli abili quanti irrompono voti sacrileghi, sentimenti atroci; è applaudito ad ogni follia che si stampi, a ogni dio che si inalzi, a ogni sètta che rinnovi il grandioso libertinaggio dell'antico gnosticismo accoppiando il burlesco e il sublime. Quando mai Cristo fu tanto esposto agli sputacchi della frenesia patrizia, della ricca plebe, della ciurma scrivente? I principi che un tempo tormentavano il papa in secreto, ora l'assalgono apertamente, volendo esser Attila piuttosto che Carlomagno, e gli impongono urlando di benedirli. La nazione più non fa risalir al cielo le sue prosperità e le sue sventure, nè la preghiera attraversa più le lacrime di questa valle per salire a Dio. Non credendo che in sè, bisogna giungere a non obbedire che a sè, non preoccuparsi che de' bisogni fisici, degli appetiti sensuali; non cercar l'intelligenza che per far crescere i bisogni, ed eccitare a nuovi godimenti.

Ebbene! se un cristiano alza la voce, e denunzia questa rinnovata barbarie alla pubblica coscienza, se una libera voce ne avverte i fedeli, perchè dovrebbero esserne maledetti? Perchè scandolezzarsi quando il papa e i vescovi si lagnano di tante ingiustizie; quando proclamano che la società non dev'essere abbandonata all'arbitrio di una persona o d'un parlamento: quando fra tanti disastri fisici compiangono i morali? Presto si arriva a praticare i vizj che si cessa di biasimare, e la Chiesa che ordina i fedeli al vero e al giusto, come può non protestare contro la falsità e l'ingiustizia, contro gli errori del pensiero che possono recar sì gravi disastri? Essa vuole l'inviolabilità del diritto e del giuramento, la riverenza al potere, anzichè la rivoluzione, la quale nasce dall'egoismo che fa preferire la volontà, gl'interessi, la gloria propria all'altrui, e per rivendicarli conculcare i diritti del prossimo. Dottrine contrarie corrompono; la santa sede, guardiana delle massime sociali, non deve premunire? Essa che fa predominare l'idea sopra i fatti, può non condannare la dottrina de' fatti compiuti, la sovranità del fine, l'egoismo del non intervento, la legittimità del pugnale, l'onnipotenza del numero, la ribellione come unico rimedio al despotismo elevato sulla base della democrazia? Questi errori sociali erano già combattuti da economisti, da filosofi, da politici; quanto più lo doveano dalla Chiesa, stato perfetto, ideale normale, che vuole il vero assoluto?

Che tutti siano raccolti «nell'unità della fede e nella conoscenza del Figliuol di Dio»[652] è l'aspirazione della Chiesa: ma ciò le toglie forse di correggere anche, come un padre cui spetta il dovere di garantire i figliuoli dai proprj istinti o dalla seduzione? le toglie di curarsi delle istituzioni civili, di metter le verità divine sopra gli opinamenti umani? L'enciclica e il sillabo non fanno, nè domandano di più: cercano la pace intellettuale e il rinascimento delle convinzioni.

Quando si volle sbandir dalle scuole i classici profani come tarlo della società, prelati e dottori difesero i metodi antichi[653]. Così è della filosofia pagana. V'è chi attenua le forze dell'uomo, o spingendosi coi Luterani fino a negare il libero arbitrio, o fermandosi ad attaccare il valore della ragione individuale, o dando all'atto umano spiegazioni che pajono compromettere la libertà. Chi ammetteva non aver l'uomo cognizioni se non per una rivelazione primitiva (tradizionalisti) non potea riconoscere altra scienza che la divina, e perciò escludere la filosofia. Ma nel 1855 essendo sorta una scuola che annichilava i titoli della ragione, Pio IX proclamava l'accordo della ragione colla fede, entrambi derivanti dalla stessa fonte immutabile di verità che è Dio, e le prove razionali esser valevoli a dimostrarne l'esistenza, la spiritualità dell'anima, il libero arbitrio; l'uso della ragione preceder la fede; bene san Tommaso, san Bonaventura e altri scolastici aver proclamato che la ragione umana è una tal quale partecipazione della ragione divina, e aver messo le prove razionali come preamboli della fede; il raziocinio dell'uomo non creare la verità, ma trovarla: prima d'esser trovata esiste: quando la trovammo ci migliora[654]. Il cristiano non crede prima di ragionare; obbedisce perchè crede, sicchè l'obbedienza è atto di ragione come di fede.

Parimenti nel sillabo è difesa la ragione dai sofismi dell'identità de' contrarj; è frenata quell'esorbitanza che giunge fino all'onnipotente nulla di Feuerbach, fino a negar tutto, anche la fede. Pure molti tennero ancora la filosofia in discredito; riguardando la ragione come non affatto accecata dalla primitiva caduta, ma sì poco veggente che nulla può aspettarsi da ciò ch'ella insegni. I savj non negano la competenza della ragione nelle quistioni di cause prime e cause finali; la rivelazione stessa presuppone una serie di certezze razionali, senza di cui non si può nè stabilir la fede nè renderne conto.

Quando, dopo la rivoluzione del 1830, a Parigi pubblicavasi con buone intenzioni l'Avenir, che proclamava la libertà dei culti e la segregazione della Chiesa dallo Stato, Roma dichiarò che tali dottrine non possono essere presentate da un cattolico come un bene desiderabile, sebbene in alcune eventualità la prudenza esiga di tollerare pel minor male. Chi applaudirebbe all'indifferentismo delle leggi fra il vero e il falso? l'irresponsabilità morale dell'errore come si concilia colla morale obbligazione di cercar il vero? Pure, se male è l'errore, può non esser male la legge che lo tollera. Il soffrire gli acattolici, come Dio fa levare il sole anche sopra l'empio, è prudenza civile, e Roma vi si conforma. Oggi gli Stati ammettono che ciascuno professi la sua religione con egual libertà, ed ottenga l'egual protezione pel suo culto. Ne deriva maggior unità nel corpo sociale, perchè tutti gli abitanti d'un paese, qualunque ne siano le credenze, son più interamente cittadini della stessa patria; e la religione cattolica, cui virtù prima è la carità, accetta questa condizione, massime dove il dissenso è già entrato, perocchè dove tutti i cittadini fossero unanimi nel vero, neppur bene relativo sarebbe il seminar lo scandalo e la discordia. Altro però è l'ordine civile e temporale, altro lo spirituale e religioso; tutte le credenze religiose restino eguali avanti alla legge, ma non avanti alla verità, e il papa condannando l'indifferentismo, fa distinzione tra la verità dottrinale e la possibilità pratica. Una volta l'infedele, lo scomunicato era un ente maledetto, con cui non doveasi cambiare parola: ora Gregorio XVI ricevette affettuosamente il capo della Chiesa rutena, persecutore accannito della nostra: ma non per questo si deve imporre come norma di civiltà l'anarchia delle intelligenze, nè le necessità relative trasformare in pratiche assolute.

Il dichiarare che uno può giungere a salute in qualunque credenza purchè osservi le leggi morali, e che ogni culto sia buono, è tolleranza che la religione cattolica non può accettare, come il geometra non accetterebbe che un quadrato possa esser il doppio d'un altro, come le accademie repudiano chi propone il moto perpetuo, la quadratura del circolo, la trisezione dell'angolo. L'uomo non ha l'arbitrio di credere quel che vuole, bensì il dovere di credere la verità, e il diritto di giungervi per mezzo della persuasione, non mai della violenza. Non è una strada su cui, partendo da due estremi, si possa incontrarsi a mezzo: la verità è indivisibile, nè si può abbandonarne una parte: suo carattere costitutivo è l'esser una, immutabile, universale, indefettibile, e di generar la certezza. Non può dunque transigere coll'errore, nè riconoscer il diritto di professarlo, o accettare gli acconcimi chimerici e funesti che altri gli propone nel solo scopo d'inimicarle l'opinione plebea. Con ciò la Chiesa non s'arroga di giudicar le coscienze o accorciare la misericordia di Dio: nè esclude dalla salute quelli che stanno incolpabilmente nell'errore, oppure quanto all'arcane disposizioni dell'animo e della Grazia ponno appartenere tuttavia al regno interiore di Dio e alla Chiesa spirituale, che accoglie in seno molti figliuoli non appartenenti alla sua comunione esteriore. Molto meno gli esclude dalla carità, e dalla tolleranza civile che concede l'esercizio di tutti i diritti anche ai seguaci d'altra religione: in ciò la visione del diritto concorda coll'insegnamento evangelico. Il meglio d'una società considerata umanamente può richiedere si lascino praticare varj culti; ma l'impedire per ciò di considerar come religione dello Stato la cattolica, è ciò che il sillabo riprova.