A questo documento applicando le norme più ovvie della buona interpretazione, primamente bisognerà distinguere le proposizioni assolute dalle relative, potendo talvolta esser falso in tesi quel ch'è ammissibile in ipotesi. Alcuna delle proposizioni è condannata qualor si prenda come universale e assoluta. Per esempio, chi «mette come obbligatorio il principio del non intervento», condanna ogni intromissione ne' conflitti altrui, mentre il farlo no, l'accorrer nella casa del vicino quand'esso batte la moglie, il separare due che si accoltellano, il disarmare l'assassino, se anche non fossero obblighi di carità, sono regole di condotta, e questa può esser buona o cattiva, savia o imprudente.

La condanna d'una proposizione falsa non implica necessariamente l'affermazione della contraria, che potrebb'essere ella pure un errore. Il negare che un corpo sia bianco non significa che è nero. Chi dice che non è vero che in aprile piova sempre, non asserisce che faccia sempre sereno. Il non ammettere che sia identico liberale e onest'uomo, non esclude che il liberale possa essere onesto. Il sillabo appunta il dire in forma assoluta che «è permesso ricusar obbedienza ai principi legittimi»: ma non è necessaria illazione che in nessun caso ciò sia permesso.

Talune proposizioni si condannano perchè equivoche o sconfinate, e sol nel senso di chi le dice. Così alla sentenza che «la suprema sociale perfezione e il progresso civile, ætate hac nostra, esigono imperiosamente che la società umana sia costituita e governata senza tener conto della religione, senza metter divario tra la vera e la falsa», chi in tali termini si soscriverebbe? o al dire che nessuna autorità ecclesiastica o civile deve a nessun cittadino restringere la libertà illimitata (omnimoda) di manifestare e dichiarare i proprj concetti, qualunque sieno, colla voce, colla stampa o in qualsiasi altro modo?

È a riflettere inoltre che questo è un indice che dà i titoli, le rubriche delle condanne, o piuttosto delle note, il cui vero tenore esplicito bisogna ricavare dal documento proprio cui si riferisce; e che esso indice nella sua concisione può sembrare esorbitante dove non l'è il testo[655].

La logica impone ancora di pesare i termini delle proposizioni condannate. In un atto sciaguratamente solenne si era detto che il papa può e deve riconciliarsi, transigere colla civiltà moderna. Se lo deve e nol fa, egli manca al suo dovere. Or donde a costoro il diritto di sentenziar che il pontefice vien meno a ciò che deve? Poi transigere vuol dire mutarsi, cedere alquanto del suo per mettersi d'accordo con un altro. Ora la verità non può mutarsi, nè rimetter ombra de' suoi diritti per accordarsi coll'errore. Dicendo papa, intendete non l'uomo o il principe, sibbene la religione. Ma con ciò che la civiltà ha di bene, certo non fa contrasto la religione, nè quindi ha duopo di transigere; dovrebb'ella accordarsi con quel che ha di male? Dicono che essa non camminò collo spirito moderno. Or bene, qual è la verità cattolica che sia divenuta errore, o l'errore che sia divenuto verità? Iddio non dà una legge a ciascun secolo. Se intendete per civiltà strade di ferro, telegrafi, vapori, scienze, arti, Roma non solo non vi ripugna, ma n'è attrice e promotrice. Essa è l'autorità che regola il progresso; ma non per questo vi si incurva, non l'accetta quando presume abbatter tutto il passato, rompere la tradizione della verità, confondere il bene e il male, negar il sopranaturale e il dogma, proporre unico bene il godimento attuale; quel progresso che è l'idolatria dell'io umano. Se intendasi dei governi rappresentativi, delle elezioni popolari, della discussione a voce o per iscritto, queste son forme che la Chiesa praticò prima che i Governi; ma scaltrisce i popoli allorchè, sotto i nomi speciosi di civiltà, di libertà, si mascherano errori religiosi, intellettuali, morali, politici, sociali.

La Chiesa condanna gli abusi delle libertà politiche, e il voler di queste far la regola assoluta di condotta, come condannò le tirannie dispotiche[656]; ma non riprova le costituzioni, anzi le benedice col permettere vi si presti giuramento. Acconciandosi alle necessità del tempo e delle cose in cui vive, fa il ben possibile, pur reclamando il bene desiderabile; irremovibile nei dogmi, cammina colla società quando questa non ricalcitra alle idee, immutabili anch'esse, del diritto, della giustizia e dell'autorità, dell'obbedienza, del vizio, della virtù.

Ora che la voce di libertà è in così varj toni cantata dai cortigiani della folla; che con essa ubriaca le passioni chi vuol salire in alto; salito, trovasi incapace di resistere a nuovi sopraggiunti per la via stessa, talchè trovandosi disarmato in faccia all'anarchia, dall'indipendenza disordinata non sa che rifuggire alla dittatura democratica, la quale, non potendo legittimarsi colle idee, si sorregge colla pura forza, facendone stromento di universale depressione, e sol concedendo l'arbitrio di tutto ciò che contamina il cuore e l'intelletto delle moltitudini: ora che al dominio sfrenato si surroga il dominio corrotto, togliendo ogni stima al Governo, ogni devozione all'autorità, solleticando vergognosamente gl'interessi e l'avidità di godimenti vivi, istantanei, incalzantisi; chiamando bene tutto ciò che serve, male tutto ciò che resiste, la Chiesa sola dovea considerar inerte questo conflitto della libertà che senza autorità è anarchia, e dell'autorità che senza libertà è tirannide?[657]

La ragione, inorgoglita dei progressi che crede aver fatti senza la Chiesa, e che affidò ai Governi, crede bastar da sola a raggiungere qualunque verità, a governare il mondo secolarizzando la scienza, la politica, il lavoro. Pretensioni opposte ha la Chiesa, e queste esprime l'enciclica, che domanda alla ragione umana soltanto di non ribellarsi alla ragione divina; domanda ai popoli non che rimpastino i loro codici, o rineghino i principj decantati, ma solo che lascino la piena libertà del bene, che non concedano all'errore i diritti che competono alla sola verità, che non turbino colle loro ingerenze la famiglia, ultimo ricovero della libertà e dignità morale. Essa protesta contro lo spirito del secolo, tutto spedienti, freddo calcolo di utilità, ingordigia di guadagno, e vuol che non credasi costretta a riconciliarsi coi vantati progressi, bensì che essi si riconciliino col vangelo; che almeno ne' paesi liberi non si imponga alla Chiesa di stare separata dallo Stato; nè che l'autorità derivi dalla maggioranza delle teste, nè che il fine giustifichi i mezzi, che la ingiustizia fortunata abolisca la santità del diritto.

No: il cristianesimo non è un ascetismo, che deva tenersi lontano da quanto si riferisce all'umano consorzio; esso è idea e vita, sistema e spirito; e perciò è ingiustizia il segregarlo dallo Stato. Chi ammetta che la Chiesa possiede essa sola la verità, e con questa i più puri principj di giustizia, di saviezza e di tutte le virtù sociali, deve pur credere che una società diretta da essa sarebbe, anche nell'ordine temporale, la più perfetta e felice, e perciò la più desiderabile, sebben non sempre possibile.

È artifizio della rivoluzione (lo ripetemmo) l'impadronirsi di alcune idee dell'epoca, vantarsene inventrice, e volerle impiantare in onta all'ordine. Così fece la Riforma; così la rivoluzione d'adesso, col gridare alto le idee dell'89, la fratellanza, la libertà, l'eguaglianza in faccia alla legge, i poteri elettivi, i governi parlamentari, i congressi, tutti concetti che la società cristiana possedeva già, e che mai non ha repudiato; essa che ha il vangelo per statuto, l'elezione per applicarlo. Se alcuni si sbigottiscono di questa vertigine del mutare, del sovvertire, del rinnegare il passato, e si angustiano nello scrupoloso ribrezzo d'ogni novità, v'è cattolici che lealmente accettano le istituzioni moderne, che rassegnandosi alla necessità degli scandali, confidano nel progresso providenziale; avendo sempre visto la Chiesa camminar alla testa della civiltà per rialzare tutto, tutto salvare, tutto unire.