Tutte le filosofie che montano se non conducono al bene? e il bene come trovarlo fuor della sua fonte? Le verità morali pajono così comuni, che sia pedantesco il ripeterle: ma pur troppo son dimenticate, sicchè giova l'insistere su di esse fino alla noja. Un tempo il pensier primo era Dio, poi l'anima, infine il corpo. Ora tutto si dà ai soli interessi materiali; se prima faceasi l'esame di coscienza, ora si fa il bilancio: se qualche volta si pensa alla religione, non la si vuole più universale o nazionale, ma domestica; un'ipotesi qual compie ad ognuno di formarsela: e il dileguarsi del gusto delle cose superne si cerca mascherare col dare finezza e solidità maggiore al senso morale, quasi questo possa sussistere anche toltogli l'appoggio delle credenze morali. «Basta esser onesto: che bisogno di Dio?» ripetono, dando per novità idee vecchissime; e così, separano la ragione speculativa dalla ragion pratica, l'idea del bene da Dio che n'è la sorgente: e cavando la morale fuori della teodicea, la vogliono fuori anche della metafisica, e la chiamano indipendente! Facile è prender un nome: il difficile sta nel farselo confermare dagli altri.
Ma primo dovere dell'onest'uomo sarebbe appunto riconoscere Dio, e rispettare la società che lo accetta, nè tale potrà dirsi chi manca d'una virtù così importante com'è la religione. La coscienza! ma che è essa senza Dio? L'ha il ribaldo che assassina; l'ha il selvaggio che mangia suo padre; e solo alla luce del bene noi riconosciamo il male. L'onest'uomo trova scuse nel tempo, nel carattere proprio, nel suo temperamento; rimane fido ad un principio, ad una causa fino a quando gli anni non l'avvertano che val meglio acconciarsi colla opposta; si compiace d'essere men ribaldo del tal ladro, men turpe della tal meretrice; ma costantemente morale non riesce che il pensiero cristiano: solo il Vangelo dà sempre precetti, a cui basta la coscienza, e consigli a cui vuolsi l'eroismo.
L'odierno funesto divorzio fra la Chiesa e il secolo piantò un falso concetto d'indipendenza, per cui l'uomo non sopporta se non ciò che rileva da lui stesso, l'egoismo spegne la carità, l'abnegazione, l'umiltà, la santità; e mentre la giustizia di Dio ridusse la ragione indipendente a divenire micidiale di se stessa, innumerevoli mali fisici, intellettuali, morali intuonano quanto danno derivi dal mancare delle virtù cristiane, e quanto sia bisogno di ritornarvi.
Una delle principali è il coraggio di professar le proprie credenze senza rispetti umani; il coraggio di dirsi figli della Chiesa, conoscerla, amarla, partecipare ai suoi dolori, viver delle sue speranze; il coraggio di sventare un'accusa conosciuta falsa, o di sbugiardare un'asserzione sfacciata. Ma la paura de' giornali paralizza la penna che vorrebbe scrivere la verità per chi è degno d'ascoltarla; e vestendo di tolleranza la pusillanimità, fa tacere per non sentirsi chiamare satirico e malevolo; e a troppi va applicato quel del Decreto, che fa traditori non solo coloro che mentono, ma anche coloro che dissimulano la verità[666].
E ben importa che tutti i Cattolici, ma più i sacerdoti operino il bene; oppongano la carità che unisce, all'egoismo che segrega, e che pensando a se solo riesce ingiusto, insolente, inesorabile, avido, incapace a ravvisar le proprie ignominie, e perciò intollerante del patimento e dei sagrifizj; cogli atti manifestino la permanenza di Cristo nella sua Chiesa e nella società, ricordando che Iddio, secondo una bella espressione della Scrittura, confidò a ciascuno la cura del suo prossimo.
La Chiesa predicò sempre il progresso degli individui, poco il progresso delle nazioni e delle loro forme sociali. Eppure Cristo rigenerò e l'individuo e la società, nè noi dobbiamo lasciare che soli i nemici del Cristianesimo usufruttino quest'idea cristiana, ma far palese il lavoro latente dell'individuale miglioramento.
A smentire poi l'accusa di pusillanimità intellettuale e di malvolere verso la scienza, i credenti non devono lasciarsi sorpassar dagli altri nello studio e nell'applicazione delle dottrine sociali; devono svolger i problemi che sì potentemente commuovono ora gli spiriti; dovrebbero essere a capo di tutte le società di miglioramento sociale, non esitando a impiegarvi tempo, denaro, sforzi, ardore; ricordandosi che le quistioni di libertà, d'eguaglianza, di fratellanza, di asili, di governi rappresentativi, di suffragio popolare, di famiglia, di pauperismo, di ospedali, di limosine, di soccorsi alla povertà vergognosa, di cura per le madri, per gli esposti, del lavoro di donne e di fanciulli, furono introdotte dal Vangelo.
Quando alcuni socialisti scompaginano la società, altri pretendono rifarla, e tra la scienza e la fantasia inventano varj sistemi; quando sovrastano grandi mutamenti sociali, importa conoscere le mutue relazioni fra la Chiesa e l'impero civile per trarne canoni ai progressi nel diritto pubblico, e convincere di follia il voler segregare la Chiesa dallo Stato, mentre fra essi non può darsi che un accordo, indefinibile è vero e discrezionale perchè di opportunità, ma con mutue compensazioni.
Ecco venti anni che l'Italia è avvoltolata nel turbine della rivoluzione, dove, come fu detto alla tribuna francese il 15 aprile 1865, si considerò progresso soltanto l'insurrezione o spontanea o spinta, e dietro ad essa rovesciar un Governo e chiamarne un nuovo; dove si generò dapertutto sorda resistenza, acrimonia diffidente, indefinita scontentezza: dove offuscate le nozioni di giustizia e diritto, posti in pericolo tutti i miglioramenti; dove l'incertezza del domani, e il diffidare di tutte le cose e di tutte le persone turbano ogni godimento. Il gran problema non è l'unità o la federazione, la monarchia o la repubblica, la tirannide principesca o la popolare, nè tampoco l'indipendenza o la servitù: bensì se l'uomo e la società devano esser regolati dall'autorità o dalla forza, dalla Chiesa o dalla rivoluzione, dal capriccio umano o dalla provvidenza divina; se norma degli atti, criterio delle risoluzioni devano essere i principj del 89, le dicerie parlamentari, i minacciosi vaniloquj de' giornali, oppure le eterne norme del decalogo, i precetti della Chiesa, le verità interpretate da chi ha la certezza di non errare.
Lo scherno scalza le credenze, ma non distrugge il bisogno di credere; e il sentimento religioso è talmente insito nella natura umana, che durerebbe anche quando sparissero i simboli e le istituzioni che gli servono d'espressione e d'appoggio. Nè il senso comune non si spegne mai in tutti, ma può indebolirsi in una società particolare; e ciò è peggio che non l'errore metafisico. Pure non convien disperare, giacchè è difficile trarre un'intera generazione sotto l'impero della falsità; e quando infuria la procella il navigante domanda la sua direzione agli astri, non ai marosi.