La Manfreda confessò aver composto le litanie della Guglielmina e aver creduto a questa, e tenere conferenze dove si recitavano gli evangeli, le epistole e alcuni miracoli. Essa conserva dell'acqua con cui fu lavato il cadavere della Guglielmina, ma non l'ha adoprata per divozione nè per guarire infermità.
Sibillia, vedova di Beltrame Malcolzati, disse avere udito dal Saramita e dalla Manfreda che Guglielmina era lo Spirito Santo, vero dio e vero uomo, che doveva risorgere, ed apparire col corpo, e visibilmente ascender al cielo, presenti i suoi devoti, e mandare lo Spirito Santo in forma di lingue infocate: e che essa dovea redimere i Giudei e quanti erano fuori del cristianesimo. Che suor Manfreda avea ricevuto in consegna la Chiesa di essa, e le chiavi del regno de' cieli: che Franceschino Malcolzati canterebbe la prima messa al sepolcro della Guglielmina, e Manfreda la seconda. Essa Sibillia aveva in casa la cassa in cui primamente fu sepolta la Guglielmina, portatale dal Saramita perchè i vicini di essa, in via di san Pietro all'orto, la richiedeano, mentre i monaci di Chiaravalle voleanla per sè, come quelli presso cui la Guglielmina avea scelto di esser sepolta.
Tiene pure in casa un padiglione di zendado vermiglio che fu messo sopra la bara quando fu trasferita a Chiaravalle. La Manfreda prese colle sue mani un'ostia portatale da Chiaravalle, e gliela pose in bocca ad onoranza della Guglielmina.
Tornata poi al Sant'Uffizio, la Sibillia confessò che suor Manfreda erasi vestita degli abiti pontificali, di dalmatiche due altre suore, il Saramita e il Malcolzati; altri di cotte: e accomodato una specie d'altare, vi posero il calice e quanto occorre per la messa: la Manfreda celebrò; Andrea recitò il Vangelo, Albertone Novati l'epistola. Il Saramita le disse che, entrato in camera della Guglielmina, la trovò che orava, e alzatasi, gli disse ch'era lo Spirito Santo, venuto in forma di donna perchè, se fosse venuto in forma di uomo, sarebbe morta come Cristo, e tutto il mondo ne perirebbe. Di subito apparve una cattedra, e Guglielmina la convertì in un bue, e a lui disse: «Tienlo se puoi», e subito sparve. Soggiungeva che il nome suo non morrà, e per essa molti saranno consolati, e molti tribolati.
Nel processo, molti son nominati quali devoti della Guglielmina, e aveano comprato bellissimi drappi e tovaglie in venerazione di essa, e per ornarla al suo ritorno in terra.
Lo strano consiste nella connivenza de' monaci cistercensi, i quali credeano bensì che ella fosse de' reali di Boemia, ma non lo Spirito Santo. La casa in san Pietro all'orto ov'essa abitava, era proprietà del loro monastero, e diceano che da sei anni accendevano lampade al sepolcro della Guglielmina, udendo che liberava molti da infermità: avendo il Saramita detto che la Guglielmina era lo Spirito Santo, alcun di loro andò difilato alla casa di lei a interrogarnela, ed essa indignata rispose: Ite, ego non sum Deus, ma esser di carne e d'ossa, e aver condotto seco a Milano un figliuolo; e se non facessero penitenza di quelle credenze, andrebbero all'inferno. Dal che, e da molti altri riscontri può indursi che la Guglielmina non fosse che una pia donna, e tutto il resto invenzione o fantasia della Manfreda e del Saramita.
A quel processo segue qualche brano d'un altro, fatto il 1295 contro un Mangiarocca muratore, abbruciato per eretico, e un Ventura Rosso che avealo chiamato il miglior suo amico.
Il processo della Guglielmina si connette con quello che fu poi fatto contra Matteo Visconti, poichè nella lettera di papa Giovanni XXII del 1 aprile 1324 ove colpisce questo di anatema, è mentovato come sua prossima parente materna la Manfreda, che asseriva essersi lo Spirito Santo incarnato in una tal Guglielma, lo perchè fu data alle fiamme: e si facea colpa a Matteo di aver molto supplicato per la liberazione di essa, locchè smentisce quei cronisti antichi che lui incolpano d'aver denunziata quella setta. Dalla lettera stessa e da quella data il 1322 dalla chiesa di Valenza diocesi di Pavia, dall'arcivescovo frate Aicardo che nel sinodo Bergolicense fece condannar esso Matteo, appare che altri progenitori di questo erano stati sospetti o condannati d'eresia, cioè il nonno, una zia, Giacomo ed Obizzone: e che Galeazzo, figlio di Matteo, professava gli errori della Manfreda, onde fu arrestato, ma poi rilasciato per le minaccie di Matteo.
Quando Giovanni e Luchino Visconti si riconciliarono colla Chiesa, supplicarono fosse riveduto il processo del loro padre, il quale in fin di vita erasi pentito. Allora Benedetto XII rimproverò severamente l'eccessivo rigore di Aicardo, e annullò le sentenze proferite in quel sinodo. Nos, qui sumus omnibus in justitia debitores, nolentes justitiam denegare, hujusmodi processus et sententias archiepiscopi et inquisitorum, per nonnullos ex fratribus nostris S. R. E. cardinalibus examinari fecimus, et ipsorum relatione audita, nos, una cum eisdem et aliis fratribus nostris in concistorio, ipsos processus et sententias cum maturitate et discussione debitis examinavimus... et inique factos invenimus... et auctoritate apostolica inique facta ac nulla et irrita declaramus etc. La bolla è del settimo anno di Benedetto XII, e riferita dall'Ughelli ne' vescovi di Milano.
Ove nel testo diciamo che i Guglielmiti furono bruciati il 9 agosto leggasi settembre.