E i vescovi erano l'unico ostacolo perchè quella popolazione avveniticcia, mista di Svizzeri, Italiani, Francesi, non cadesse in servaggio dei duchi di Savoja. Questi dunque cercavano metter su quella sede parenti loro, che faceano nominare da Roma, in onta ai privilegi municipali. Tal fu Giovanni, bastardo di Savoja, eletto da Giulio II, e che già aveva cospirato per annettere Ginevra al ducato de' suoi. Tale Pietro de la Beaume, che gli succedette giurando non intaccare le libertà. Ma poichè Carlo III agognava trasformare l'autorità delegata in sovranità assoluta, la lotta fra lui e i borghesi fe nascere i partiti de' Confederati (Eidgenossen donde Ugonotti) e dei Mamelucchi; quelli cercando, questi respingendo l'alleanza con Berna. Prevalsero i primi, e fecero trattato di conborghesia con Friburgo il 6 febbrajo 1518, onde schermirsi dall'usurpatore[116]. Il duca infellonito fa uccidere quanti Ginevrini si trovano a Torino, e sorprende Ginevra; ma non potè impedire che i confederati stringessero lega con Berna il 20 febbrajo 1526. I Bernesi, ch'eransi fatti protestanti, vennero con lance e cannoni, per via spezzando le immagini, e abbeverando i cavalli nelle pile dell'acquasanta; dispersero in Ginevra i tanti monumenti del primiero culto; vinsero i vescovi e i duchi, e per mezzo di Guglielmo Farel introdussero la Riforma. Il gran consiglio della città, sforzatosi invano a conservare il cattolicismo, dovette tollerare i Riformati, che subito prevalsero, e cacciarono i Cattolici e il vescovo, il quale si collocò ad Annecy. Poi al 27 agosto 1535 fu ordinato non ci fossero se non Protestanti, onde i Cattolici migrarono.

Il duca di Savoja ricoverava i perseguitati, e minacciava voler ridurre Ginevra pari a un villaggio di Savoja. Il papa gli consentiva di levar le decime sugli ecclesiastici e gli argenti dalle chiese onde far armi, ed esortava i principi cattolici ad essergli in ajuto. Carlo in fatti si mosse, tenne assediata per un anno Ginevra, ma questa ebbe soccorsi più effettivi dai Bernesi, che, oltre liberarla, tolsero al duca il Sciablese, Gex, il paese di Vaud, e dopo sacrifizj e martirj, lo costrinsero a firmar la pace di San Giuliano, impegnandosi a rispettare i privilegi di Ginevra.

Così Ginevra, spinta alla Riforma per amore della libertà politica, avea fatto due rivoluzioni; coll'una liberandosi dai duchi di Savoja, coll'altra introducendo la Riforma. Questa fu opera di Calvino, siccome dicemmo, il quale, mentre il protestantismo non avea che distrutto, cercò riedificare. Spoglio di poesia e d'entusiasmo, magro, malaticcio, a fronte di Lutero gaudente, beone, beffardo; inasprito anche dall'abitudine della controversia, governava con una logica implacabile e con una rigida pietà, che non perdonava nè a sè nè agli altri; fra quel fervore ragionacchiante, quella abnegazione senza slancio, non piegavasi mai per sensibilità; lontanissimo dalla tolleranza, cioè dal rispettare i diritti dell'anima[117].

Allora dapertutto era considerato come il maggior dei delitti l'eresia: solo variavasi nel giudicare eresia quello ch'era antico o quel ch'era nuovo. Calvino, carattere inflessibile, non potea che considerare come empio chi reclamasse la libertà della coscienza; genio organizzatore, pretendeva l'obbedienza, e trovava legittime le ordinanze pubblicate anteriormente contro l'eresia; nè una penalità che potea spingersi fino al supplizio, repugnava alla sua logica austera[118]. Non si fece egli dunque riguardo d'imprigionare, di espellere, e arrivò più in là con Michele Serveto, medico aragonese, allievo della scuola di Padova, ostinantesi a negare la trinità delle persone divine. L'Aleandro da Ratisbona scriveva al Sanga il 17 aprile 1532, essersi mandato alla Dieta un libro di Michele Serveto De Erroribus Trinitatis, dove «quel traditor con ogni suo ingegno si sforza mostrar che lo Spirito Santo non sit tertia persona in divinis, et che questo nome di Trinità sii cosa falsa e vana, ecc. Ha ventisei anni e grandissimo ingegno, ma la cognizione che mostra della sacra scrittura fa supporre non ci abbia messo di suo che il nome». Esso Aleandro pensa dunque farlo condannare da una congregazione di teologi, e «scriver in Spagna che si faccia proclamo et incendj di quel libro et de la statua dell'eretico al modo di Spagna....... Altro non si potrà far per hora: saria il dover che questi eretici di Germania, dovunque quel Spagnuolo si ritrova, mostrassero impugnarlo, se sono veri cristiani ed evangelici come si gloriano, perchè lui è pur non meno contrario alla profession loro che alli Cattolici, ecc.[119]».

Così fecero: Calvino volle averne il parere de' credenti, e tutte le Chiese elvetiche risposero egualmente che bisognava impedire si propagasse lo scandalo delle empie sue dottrine, e vietare che gli errori e le sette fossero seminate nella Chiesa di Cristo: sicchè lo condannarono alla morte e al fuoco. Il Serveto domandò d'esser rilasciato perchè trattavasi d'eresia, delitto che non appartiene al poter civile, così avendo stabilito anche Costantino a proposito di Ario. Non ebbe ascolto. Calvino, da lui implorato di perdono, glielo negò, consigliandolo a volgersi al Dio, che avea bestemmiato. Dal famoso Farel esortato a disdirsi, e così impetrar misericordia, il morituro rispose: «Non ho meritato la morte, e prego Dio di perdonare a' miei persecutori; ma non ricomprerò la vita con una ritrattazione che ripugna alla mia coscienza». Farel l'accompagnò tutta la via, pregandolo, minacciandolo, blandendolo, insultandolo: sulla deliziosa collina di Champel, tra una folla immensa, che pregava per lui, fu legato a un palo, col libro suo, e in capo una corona di fronde, spolverata di solfo, e messovi il fuoco, l'anima di lui comparve davanti all'Altissimo.

Molti fremettero alla fiera esecuzione, e Calvino li sfolgorava co' termini più bassi, e sosteneva il diritto, anzi il dovere di punire colla spada gli eretici. Par che anche la nostra Renata di Ferrara gliene facesse appunto, ed esso le rispondeva: «Avendovi io allegato che David col suo esempio ci istruisce di odiar i nemici di Dio, voi rispondete che era ancora sotto la legge di rigore. Ma questa glossa, o signora, sovvertirebbe la Scrittura, e perciò bisogna fuggirla come peste..... Per troncar il filo d'ogni disputa contentiamoci che san Paolo applicò a tutti i fedeli quel passo, che lo zelo della casa di Dio ci deve consumare. Laonde Nostro Signor Gesù Cristo riprendendo i suoi discepoli quando il richiesero di far cadere il fulmine su quei che lo ripudiavano, come avea fatto Elia, non allega loro che or non si è più sotto la legge di rigore, ma solo rimostra che non sono mossi da sì viva affezione quale il profeta. Anche san Giovanni, del quale voi riteneste solo la parola di carità, mostra che noi non dobbiamo, sotto ombra dell'amor degli uomini, raffreddarci sopra l'onor di Dio e la conservazione della sua Chiesa, giacchè ci vieta perfino di salutare quelli che ci sviano dalla pura dottrina».

Come del Serveto dicea, Si venerit, modo valeat mea auctoritas, vivum exire non patiar, così d'un nostro rifuggito italiano: J'eusse voulu qu'il fust pourry en quelque fosse, si ce eût été à mon souhait; et sa venue me réjouit autant comme qui m'eust navré le cœur d'un poignart... Et vous assure, s'il ne fust si tost eschappé, que, pour m'acquitter de mon debvoir, il n'eust pas tenu à moy qu'il ne fust passé par le feu.

Trovati alcuni scritti di quel Gruet che avea mandato a morte, li fa bruciare dal boja, e l'autore chiama adhérent d'une secte infecte et plus que diabolique... degorgeant telles exécrations dont les cheveux doibvent dresser en la teste à tous, et qui sont infections si puantes pour rendre un pays mauldict, tellement que toutes gens ayant conscience doibvent réquerir pardon à Dieu de ce que son nom a été ainsi blasphémé entre eux.

Tal era dunque la tolleranza calvinica, alla quale potremmo opporre la benignità del Sadoleto, vescovo di Avignone, benevole anche coi caporioni della Riforma[120]. Allorquando il vicelegato Campeggi menava l'esercito contro dei Valdesi, il Sadoleto li ricoverò nel suo vescovado, scrisse loro una lettera, in cui, dopo riprovate le loro dottrine, aggiungeva in francese: «Desidero il vostro bene, e sarei amareggiato se si venisse a distruggervi, come si cominciò. Perchè meglio intendiate l'amicizia che vi porto, il tal giorno mi troverò presso Cabrières, e là potrete venire pochi o tanti, senza che vi si faccia alcun disturbo, e là vi avvertirò di quel che vi sia di salute e profitto».

Paolo III indicò conferenze a Lione, alle quali convennero il vescovo di Ginevra, il cardinale di Tournon, gli arcivescovi di Lione, di Torino, di Vienne, di Besançon, i vescovi di Langres e di Losanna e il Sadoleto; molto disputarono sui modi di ristabilire il cattolicismo a Ginevra, infine dovettero limitarsi a una lettera che il Sadoleto scriverebbe. L'abbiamo, ed è mentosto una polemica che un'effusione di cuore paterno, dove s'associano l'elevazione del pensiero alla tenerezza morale del vangelo, così diversa dall'aridità a cui Calvino abituava i Ginevrini. Insiste principalmente sul punto che commoveva i distruttori d'allora, la perennità di questa Chiesa, con una sequela di dottori, di martiri, di pontefici, purificata al fuoco della persecuzione, vigile a condurre i fedeli, amorosa a correggerli, inesausta in tesori di perdono. E quando il rigido metodismo non aveva assiderato i cuori dovea far effetto quel suo mostrar quanto i dogmi abbiano di consolante pel cuore, i conforti della preghiera: e lo stesso Beza nella vita di questo confessa che, nisi peregrino sermone scriptæ fuissent, magnum civitati in eorum statu damnum daturæ fuisse videantur.