I caporioni di Ginevra stettero in gran pensiero a chi affidar la risposta, e trovarono non poterla fare se non Calvino, benchè allora fosse allontanato dalla città. La stese egli infatto, tripla di lunghezza, superiore in energia, poco inferiore di eleganza, come retore consumato che era e versato ne' classici; loda la virtù e il sapere di lui, egli sempre così acre contro i suoi avversarj, ma lo imputa di malafede e di trascorrere fino alla villana licenza del calunniare[121].
Principalmente quanto alle tante sette, suscitatesi fra' Riformati, riflette che, se questa fosse colpa, ne andrebbe imputato l'intero cristianesimo fra cui tante ne nacquero; doversi anzi lodar di zelo i Calvinisti che le combatterono mentre i Cattolici dormivano oziosi. Quasi la Chiesa non respingesse le sette coll'autorità sua propria inerrabile; quasi fosse merito combatter l'errore coll'errore! Finisce professando che non vi è bene maggiore dell'unione ecclesiastica, e invocando Cristo a riunir tutti nella società del suo corpo, per modo che, colla sola sua parola e il suo spirito, siam congiunti in un cuore e in un pensiero.
La risposta di Calvino è citata tuttodì come un modello di bellezza e forza di stile; noi cattolici e italiani abbiamo dimentica affatto la lettera del Sadoleto, che in nulla le cede.
Accennammo come fondatore della Chiesa italiana di Ginevra l'Ochino (Vol. II, p. 62). Con esso era fuggito da Siena Latanzio Ragnoni, che venuto a Ginevra nel 1551, fu il primo che vi prese uffizio di catechista; poi morto il Martinengo, a' 24 ottobre 1557 fu fatto ministro di quella Chiesa italiana, e vi morì il 16 febbrajo 1559[122]. Dapprima si adunavano gli Italiani per la preghiera comune nella sala del vecchio collegio. Cresciuti di numero si diedero forma di Chiesa: nel 1552 la dirigeva un pastore; nel 1556 si compose il concistoro, formato del pastore, ch'era il Martinengo, quattro anziani e quattro diaconi; e capo degli anziani fu il marchese Galeazzo Caracciolo per trentun anno, in tal qualità vigilando a quanto accadesse alla Chiesa e prendendo cura de' poveri. Egli provide ad assodarla, e dal magistrato ottenne uno statuto che del ministro determinava venticinque incombenze. La prima era di cominciare l'adunanza coll'invocare l'assistenza di Dio, e finire col rendergli grazie. La seconda, di far tutto con ordine, modestia, semplicità, carità, senza discordia nè contese. Tutti i membri della Chiesa italiana una volta l'anno si univano in generale assemblea per conferire sul regolamento delle famiglie, e sull'accettare nuovi membri: locchè manteneva la moralità, tanto più che non accoglieva alla Cena chi ne fosse immeritevole. I fedeli erano visitati di tempo in tempo dagli anziani, e i figliuoli istruiti accuratamente. Fin dal 1551 a Nicolò Fogliato di Cremona e Amedeo Varro piemontese erasi affidata la cura de' poveri per soccorrerli con somme raccolte. Nel 1555 il magistrato, vedendo ben ordinata quella Chiesa, e attenta ai precetti del Vangelo, concesse a suo uso il tempio della Maddalena, dove amministrar la Cena alle otto di mattina della domenica dopo quella che se n'era valsa la Chiesa francese. Per residenza del pastore fu data un'abitazione nel chiostro di San Pietro.
Alla professione di fede ginevrina troviamo si soscrissero, degli Italiani, Celso e Massimiliano Martinengo bresciani, Galeazzo Caracciolo, Bernardino Ochino, i conti Giulio Stefanelli e Antonio Tiene di Vicenza, Marco Pinelli genovese, Pompeo Avanzi veneziano, G. B. Natan, divenutovi poi predicante, Nicolò Gioffredo di Crema, Cesare Bollani e Pompeo Diodati di Lucca, Onofrio Marini napoletano, Carlo Federici e Paolo Alberti romani, Pietro Muti toscano, Paolo Lazise veronese, Matteo Gribaldi, Giorgio Blandrata e Carlo Alciati milanesi, Bartolomeo Polentani, Agostino Fogliani, Orazio Chiavelli, Santo Mellini, Giacomo Verna, Sigismondo Pigna, Giovanni Fecato, Andrea Cotogni, e molti vulgari; e «preti e frati rifuggiti non per altro in Ginevra se non perchè stracchi del rigore del chiostro e del breviario, e trovando buono di godere il resto de' loro giorni in libertà con una moglie in seno. Almeno così ne scrivono gli autori cattolici, e così ne parlano i Protestanti che vogliono spacciarsi per galantuomini».
Sono parole d'un altro eretico d'età più tarda, Gregorio Leti, il quale, nella Historia ginevrina[123] soggiunge che sette Italiani ricusarono sottoscrivere, e si ritirarono dalla città; fra i quali Andrea Osselani, Marco Pizzi, Valentino Gentile, che poi vi s'indussero; nè però quest'ultimo desistette dal sostenere proposizioni ariane, sinchè fu cacciato. Accenna altri che ricoveravano a Ginevra, tra' quali Margherita Pepoli di Bologna, fuggita con un amante, bastardo de' Bentivoglio, e colà resasi calvinista.
Altrove[124] colla abituale sua prolissità e gonfiezza declama contro l'intolleranza di Ginevra. «Dio ne guardi che pigliasse la fantasia al re di Francia di trattar gl'infelici Ugonotti con una particella di quel rigore, col quale li Ginevrini trattarono nel 1536 li Cattolici a Geneva. Dio ne guardi, dico un'altra volta: almeno il re di Francia sono già tanti anni che li va distruggendo, togliendoli oggidì una cosa, dimane un'altra senza sangue e senza violenza considerabile, e sono stati minacciati prima d'esser ruinati: e se gli è lasciato il tempo pian piano di pensare a' casi loro.... Ma i Ginevrini, subito che si videro in mano il governo, non diedero tempo un momento ai Cattolici: cito, cito, cito: la sentenza e l'esecuzione in un momento, e non voglion dar tempo neanco per l'instruzione».
E qui si scaglia contro gli autori del suo tempo e cattolici e protestanti, perchè non sanno che mentire, inveire, calunniare: e i libri che si vendono non son che controversie e satire, critica della critica, papismo contro papismo, calvinismo di calvinismo, e sempre maledire, criticare, mentire. E pensa che la religione se ne vada, e dice che metà degli uomini sono atei; che come si scandalizzano i Cattolici andando a Roma, così a Ginevra i Protestanti.
In fatto ben provvista di spioni era Ginevra, un de' quali un giorno rapporta ai magistrati: «Ho inteso Caterina moglie di Giacomo Copa, del ducato di Ferrara, dire che Serveto è morto martire, e Calvino fu causa della sua morte perchè era seco in lizza, onde i signori han fatto male a farlo morire; che Gribaldo ha dottrina sua propria, come Paolo Alciato e il Biandrata, e che son perseguitati a torto e per malevolenza: ch'ella vuol andarsene perchè il procedere di questi signori le spiace in quanto condannano chi pensa diverso da loro; e disse molte bestemmie di cui non mi ricordo». Un altro spione rincalzava: «Ella disse che M. Calvino non è d'accordo con Gribaldo perchè questi è più dotto: ch'ella non ha a far se non quello che Gesù Cristo dice: che, se ella persevera e muore qual è venuta a Ginevra, sarà martire del diavolo. Essa tien una lettera di Gribaldo, sottoscritta da Giovanni Paolo e da Valentino».
Arrestata, si seppe ch'ella era venuta a Ginevra per compiacere al suo unico figlio, che non voleva andar alla messa, e restò condannata a domandare mercede a Dio e alla giustizia, e bandita, con ordine di lasciar la città fra ventiquattro ore, o perderebbe la testa[125].