Frà Paolo gli confessò più volte che ingannava se stesso, ma la necessità lo costringeva: altrimenti gli converrebbe spatriare, e così sarebbero divelte tutte le speranze, e rialzato il coraggio de' nobili, contrarj al bene. E del suo non operare adduceva tre ragioni. 1. che Dio non gli diede natura ardente quanto si vorrebbe a un tale tentativo: 2. che gl'Italiani non pendono a queste cose celesti; e non si può arrivarvi che lentamente: 3. che affidando a lui la repubblica gli affari più scabrosi, avea mezzo di scalzar l'autorità del papa e preparare i cuori, e rivolgere le deliberazioni verso il buon partito.

Il Diodati però non disperava, primo perchè vide molti bene informati su assai punti, e disgustati degli abusi del papato, tanto che l'ultimo giubileo fu celebrato appena da un decimo della nobiltà: secondo, per la gran libertà di discorrere e di legger libri buoni, inclinando a giustificare e lodare il partito: le Bibbie se le strappan di mano l'un l'altro: l'inquisizione v'è legata. Avendo il re di Francia mosso lamento all'ambasciador veneto a Parigi perchè si lasciassero circolare ben 2000 Testamenti nuovi di fabbrica ugonota, quegli rispose non saperne nulla, ma Venezia è città libera, onde i libri vi sono venduti senza riserbo: terzo, l'ambizione di Roma che vorrebbe ricuperare di qua dei monti ciò che perdette di là, e mentre di là riceveva tesori che arricchivano l'Italia, or deve snervare questa colle sue esazioni. Venezia cerca impedirlo, e all'uopo smunge gli ecclesiastici che sangue succhiarono; onde perpetui scontenti e maliumori col papa.

Per riuscire bisogna compor libri a posta, e principalmente opuscoli. A tal uopo egli, il Diodati, s'è messo a tradur in rima satire italiane. Inoltre spedire in buone case mercanti fiamminghi, che v'impareranno la lingua, e poi potranno venir buoni. Terzo trovar persone dotte, prudenti e mature, e stipendiarle perchè tengan occhio alle opportunità. In quarto luogo cercare che gli Stati di Fiandra domandino d'aver un fondaco come i Tedeschi, ed esercitarvi il loro culto in lingua francese. È poi necessario che qualche principe tedesco tenga agenti a Venezia, e questi abbiano ciascuno con sè qualche personaggio dotto da consultare, e che potrebbe dar consigli anche ai Veneziani ne' loro dissidj col papa.

Tutto ciò è esposto in una lettera del 4 aprile 1608 al Du Plessis, raccomandandogli strettamente il secreto. Averlo a ciò sollecitato l'ambasciadore inglese, che con frà Paolo e frà Fulgenzio ha divisato d'erigere una chiesa secreta, adoprarvi il messale corretto, e intanto fondar la verità negli spiriti; a ciò sono comuni in Venezia il desiderio di saper i fondamenti di ciò che si crede, e la libertà di seguirne i mezzi particolari; cioè il volere e il potere. «Frà Paolo predica pubblicamente i principali e generali fondamenti della verità: questa quaresima ne ha scossi molti: è nel massimo favore, ma va cauto per non iscoprirsi, e così prepara gli spiriti colle sue massime irrefragabili.

«Un gentiluomo veneziano che conobbe la verità in Francia, m'ha scritto che il desiderio d'istruzione è in molti, in tutti l'animosità contro la tirannia di Roma sul personale».

Un signor Danquoy di Couvrelles nel 1609 scriveva altre particolarità sopra Venezia: «Vorrei sentiste come parlano franco i padri Paolo e Fulgenzio, che nulla meglio desiderano che di veder altri finir l'opera ch'essi hanno sbozzata».

Della Bibbia del Diodati parlammo nella nota 11 del Discorso XXXVII.

Se gli odierni accademici della Crusca l'ascrissero fra le opere classiche per lingua, fu per condiscendenza alle idee correnti. Vissuto a Ginevra, e sol per poco viaggiato in Italia, avvezzo al parlare e allo scrivere francese, nel quale tradusse la storia di frà Paolo, non poteva usare che la lingua letteraria, con affettazioni ed arcaismi; mentre il Martini, toscano, usò la viva e popolare. Nelle note il Diodati offre interpretazioni di calvinisti o di dottori protestanti: mentre il Martini pone le interpretazioni de' santi padri, quasi altro non facendo che tradurle in modo piano.

[217.] Le lettere del Sarpi pubblicaronsi a Ginevra colla data di Verona 1673, poi in calce alla Storia arcana di frà Paolo. Sono dirette a Girolamo Groslot signor Dell'Isola, amico del Casaubono, al medico Pietro Asselineau, a Francesco Castrino ugonotto, a Giacomo Gillot, cappellano e consigliere al parlamento di Parigi. Gregorio Leti, nella Vita di Cromwell, ne attribuisce a sè la pubblicazione. Alcuni ne hanno impugnato l'autenticità; altri le supposero interpolate. Questa seconda asserzione non potrebbe che provarsi coi particolari: esaminate le ragioni contrarie, io le credo autentiche; e gran peso mi fa questo passo del famoso Pietro Bayle, nella lettera al signor Sondré, 21 settembre 1671: Frà Paolo a été un des plus grands hommes de son temps. On a imprimé ici ces lettres; mais on croit qu'on en arrétera l'impression, à cause que messieurs de Rome y verroient qu'il entretenait commerce avec ceux de notre réligion... et qu'ainsi ils recuseraient son témoignage touchant l'histoire du Concile, que nous leurs opposons. Ce fut une des raisons qui obligea monsieur Dallez à s'opposer à l'impression de ces mêmes lettres; quoique au reste il eut beaucoup de passion pour la gloire de frà Paul, qu'il avoit autrefois connu très-particulièrement à Venise lorsqu'il y conduisit les petits néveux de monsieur Duplessis-Mornay.

Non così credo autentiche le Scelte lettere inedite, stampate a Capolago il 1847, essendo di stile pieno di tropi, e girato in tutt'altro modo che quel di frà Paolo: o piuttosto sono di mani diverse. Un'altra edizione delle Lettere di frà Paolo Sarpi fu fatta a Firenze il 1863, 2 vol. in-16º, per cura di F. L. Polidori, senza discerner le autentiche dalle altre, con prefazione di Filippo Perfetti, il quale si lagna che «i nemici della libertà religiosa incolpino il Sarpi d'aver insegnato a tôrre alla Chiesa la libertà, dando allo Stato illegittima autorità e arbitrio sopra di quella». Come si accordino questi due membri lo spieghi chi sa. Lo loda per lo stile ironico, e dice: «Non ha somiglianza a Lutero, non è uomo di misticismo e di sentimento, ma di ragione ferma e tetragona; nè tampoco rassomiglia a Calvino; mancagli l'audacia del paradosso e il furore della novità; nè il suo ingegno si appiglia alla critica minuziosa onde scaturiva il soccinianesimo. Insomma non era buono da farne un eresiarca; non saria stato sufficiente a trarre dietro a sè le turbe, ma valentissimo era nei consigli di pochi savj... E tanto difficile che Sarpi fosse un altro Lutero, quanto che Lutero avesse ambito alla porpora de' cardinali».