[394.] Il Boldù, ambasciatore veneto, racconta che, essendo per partire coll'esercito sotto Hesdin in Fiandra, Emanuel Filiberto uscì sulla bruna con un solo servo, e chi lo vide credeva andasse da qualche amica a congedarsi. Invece andò al monastero di San Paolo, vi vegliò tutta la notte, la mattina si confessò e comunicò, e raccomandatosi a Dio, tornò a' suoi doveri di generale.
[395.] Al 13 giugno 1560 san Carlo scriveva a monsignor di Collegno, ministro del duca di Savoja, che il papa avea «depositati ventimila scudi in mano del signor Tommaso de' Marini a Milano, che hanno da servire per defensione de li Cantoni cattolici contro gli altri Cantoni eretici che volessero offendere li detti Cattolici: e da questi ventimila scudi Sua altezza (il duca) ne caverà questa comodità, che, stando li Cantoni luterani impediti nella guerra contro i cattolici, non potranno andar in soccorso di Ginevra, quando S. A. anderà ad assaltarla. Oltre di ciò, Sua santità offerisce che, quando il signor duca anderà adosso a Ginevra, l'ajuterà d'altri ventimila scudi in contanti in tre mesi. E di più manderà la sua cancelleria, pagata a sue spese, quale abbi a servire S. A. mentre durerà questa impresa di Ginevra. Sua santità per mantenimento di questa guerra, quando avesse a durare più di quel che speriamo, si contenterà di concedere qualche decime, ed ancora la crociata, se bisognerà. Sua santità fa ricordare a S. A., che non è al proposito di dar nome a questa guerra che sia contra Luterani, ma solamente contra suoi ribelli, per ricuperar quella città ch'è sua. Pure in questo se ne rimette al buon giudizio di S. A.». Archivj del Regno.
È alle stampe l'istruzione che la Corte di Roma dava al padre Corona il 28 luglio 1621, mandandolo alla Corte di Torino e di Francia, specialmente per indurre ad un'impresa sopra Ginevra, città che, non avendo territorio o dignità propria, nè merito guerresco o scientifico, non ha ragione d'esistere indipendente; mentre è una sentina di mali per l'Italia: e dovrebbe appartenere al duca di Savoja, salvo jure episcopatus. Il duca aveva intenzione di occuparla, ma ne l'impedì la guerra, che esaurì i suoi mezzi. Ora sarebbe propizio il momento, ma bisognerebbe far capo dell'impresa il papa, acciocchè non si accusasse l'ambizione del duca di Savoja. A questo però conviene rivolgersi prima, e se nicchiasse, andare al re di Francia; indotto il quale, certo il duca non esiterebbe. Al re bisogna mostrare quanto il papa desideri il riacquisto di Sedan, della Rochelle, di Oranges ecc., e sopratutto di Ginevra: non potersi dire ch'esso re osteggi di buona fede gli Ugonotti se poi protegge Ginevra, ch'è la loro Roma: il tempo essere a proposito, mentre Svizzeri e Grigioni sono occupati per la Valtellina: nè si può temere dell'Inghilterra o dei Bernesi: Friburgo vedrebbe volentieri la vicina Ginevra restituita ai Cattolici: tanto più l'arciduca Alberto per l'Alsazia e il Tirolo: l'imperatore godrebbe degl'incrementi d'un vicario dell'impero: i principi italiani non v'hanno interesse, e il re di Spagna si sovverrà di quanto Filippo II fece per servire a tal uopo il duca di Savoja. Anche i Bernesi vedrebbero Ginevra più volontieri nelle mani di questo che non del re di Francia, il quale potrebbero essi temere se ne valesse per metter la briglia alla Svizzera e alla Savoja.
[396.] Il cardinale d'Este, da Parigi scrive al cardinale Borromeo a Roma, aprile 1562: «Il signor duca di Savoja ha mandato qua a fare una onorata ed amorevole offerta a questa maestà, presentandogli a questa occorrenza diecimila fanti italiani e seicento cavalli, e la sua persona medesima se sarà bisogno, con voler pagare la terza parte per sei mesi alle sue spese: la quale offerta è stata molto cara a questi signori, e gli n'hanno un grande obbligo». Manuscritto nella Bibliot. di Parma.
Beza (nel Réveille-matin des Français. Introduction, p. 12), oppone a Carlo IX la tolleranza di Emanuele Filiberto. Vous pourriez imiter l'exemple de monseigneur de Savoie, tout aussi catholique que vous, et qui entretient les pasteurs et ministres de notre réligion aux dépens des trop gras révenus des trois baillages de Thonon, Gex et Ternier, où il ne souffre nullement d'être dit une seule méchante petite messe basse: étant au reste si bien obéi d'eux, qu'il n'a nuls de ses sujets desquels il se puisse mieux assurer que de ceux-ci et de ceux de val d'Angrogne, auxquels il donne presque une semblable liberté.
Pure nel 1568 l'avvocato generale della Savoja significò ai pastori protestanti il divieto di combattere o riprendere ne' loro sermoni la religione romana, attestando che l'eresia sarebbe bentosto estirpata (Clapared et Noeff, Hist. du pays de Gex). L'Ordine de' santi Maurizio e Lazzaro fu istituito o riordinato per proteggere la religione cattolica, e Gregorio XIII nel 1575 lo arricchiva de' beni ecclesiastici de' baliaggi occupati dai Protestanti, soggiungendo che «quando gli abitanti di que' paesi venissero alla luce del vero, i loro vescovi stabilirebbero bastanti parrocchie, prendendo all'uopo sui beni ceduti ai cavalieri di san Maurizio e Lazzaro una rendita di cinquanta ducati per cura».
[397.] Carteggio Mediceo nell'Archivio diplomatico di Firenze.
[398.] Hamon, Vie de saint-François de Sales, 1854.
A san Francesco di Sales re Carlalberto fece erigere una statua nella basilica vaticana, opera di Adamo Tadolini, che costò lire trentamila. Carlalberto fece istanza presso Gregorio XVI acciocchè riconoscesse il culto che da immemorabile si prestava al beato Umberto, al beato Bonifacio arcivescovo di Cantorbery, alla beata Lodovica, tutti de' conti di Savoja; aggiunti a questi la venerabile Clotilde moglie di re Carlo Emanuele IV, e il beato Amedeo IX e la beata Margherita terziaria domenicana. Se ne fece una relazione dalla sacra Congregazione de' riti, tale che Gregorio XVI esclamò: «Ma questa è una casa di santi».
Nel 1631 fu pubblicata a Ciamberì un'Apologia per la serenissima Casa di Savoja contro le scandalose invettive intitolate Première et seconde savoysienne. Toglie essa a negare che i duchi di Savoja abbiano usurpato terre alla Francia o all'Impero, nè recato gravi offese alla Chiesa, asserendo che «la santa sede e la Chiesa non hanno mai avuto figli più obbedienti dei Reali di Savoja, che i sovrani pontefici in riconoscenza del loro zelo, onorarono dei più grandi elogi».