Dell'autorità del pontefice ne' Concilj generali. Gand 1815.
[442.] Storia degli Italiani, lib. XV.
[443.] Tal sarebbe quella contro il Vizia vescovo di Vercelli, accusato di voler tradire alcuni castelli al duca di Mantova, onde fu incarcerato. Il nunzio ne mosse querela, e dubitavasi che il duca l'avesse fatto arrestare per rivalità amorosa. Esso duca scriveva di proprio pugno all'ambasciatore come il vescovo avesse «tentato persone rinchiuse ne' monasteri..., usato cibi proibiti la quadragesima..., dato mal esempio con orrende bestemmie, oltre le passate familiari conversazioni con eretici ministri... Nè si è lontani di scoprire alcune simonie». In fatto Roma tolse il vescovado e la libertà a monsignor Vizia.
Vedasi Pier Carlo Boggio, La Chiesa e lo Stato in Piemonte, sposizione storico-critica dei rapporti fra la Santa Sede e la corte di Sardegna dal 1000 al 1851, compilata su documenti inediti. Torino 1854. È a vedervi come possa snaturarsi la storia quando si guardi solo a quella d'un paese: e paese di cui vuolsi ad ogni costo lodare il governo. Giuseppe La Farina, in un articolo critico, gli appone che «a forza di voler essere imparziale, divien parziale della Chiesa». Sarebbe la più bella lode: e soggiunge che «non ci furono principi al di qua o al di là dei monti, che più si lasciarono dominare e soggiogare dalla Corte romana de' principi di Savoja». Così italianamente scrivono e pensano questi italianissimi.
[444.] Dallo spirito medesimo è informato il decreto 4 dicembre 1808, con cui Napoleone dichiarava in Ispagna «il tribunale dell'Inquisizione è abolito, come attentatorio alla sovranità e all'autorità civile».
[445.] Carutti, Storia del regno di Carlo Emanuele III, tom. I, pag. 135.
[446.] Non credasi però che in Savoja vigessero le usurpazioni regie della Francia, come pretesero quelli che ne vollero toglier pretesto per introdurle in Piemonte, p. e. il godimento dei frutti de' benefizj vacanti. Il cardinale Billiet, arcivescovo di Ciamberì, interrogato in proposito, il 2 novembre 1866 rispondeva: «Il n'a jamais été question de l'usage de la regale en Savoie. J'ai parcorru moi mème les archives du sénat du 1542 à 1783: il n'en est pas fait mention: nous ne connaissons aucun concordat en Savoie que ceux qui ont été imprimés en Piémont. En parlant des fruits des bénéfices vacants, le président Favre dit que ceux qui ne sont pas nécessaires à l'entretien des bâtiments, appartiennent aux successeurs... Je crois pouvoir assurer qu'il n'a jamais été question en Savoie ni de le régale, ni de l'administration du revenu des bénéfices par l'autorité civile».
[447.] Storia civile, L. XXVII, 4.
[448.] Ibid. L. X.
[449.] È nell'Archivio di Corte a Torino la autobiografia del Giannone, ove racconta: «Il mio figliuolo tosto prese sonno, io era per prenderlo, quando non era ancora passata un'ora che intesi un rumore nella camera precedente, e poi urtar con forza la porta, e mezzo sonnacchioso gridando chi era, ecco la vidi aperta, ed entrare con una lanterna più uomini armati, che parevano tanti orsi, così erano ruvidamente vestiti, senza schioppi, ma con forche di ferro, lance e lunghi spiedi, i quali, dando certi urli dissoni o confusi, si avvicinarono al letto, e postoci la punta delle lancie alla gola, mostravano volerci scannare; io, credendoli ladri, gridava che si prendessero ogni cosa, e ci lasciassero nudi, purchè ci salvassero la vita. Il mio figliuolo che profondamente dormiva, svegliato a tanti strepiti, appena aprì gli occhi, vedendosi alla gola la punta delle forche e quelle orrende figure, cominciò dirottamente a piangere, cercando misericordia perchè non l'uccidessero. In questo tra la turba ch'io credeva ladri, raffigurai uno vestito di rosso che li guidava, onde pel dubbio lume non conoscendolo, indirizzai a lui le mie preghiere che li trattenesse, e si prendesse tutto con lasciarci la vita. Allora questi, dando di piglio ai miei abiti, fece che gli altri alzassero le forche e le lancie, e con voce orrida e contraffatta imponeva che si facesse ricerca di tutto, e sopra ogni altro delle scritture o lettere che forse io avessi sopra; nè fin qui lo conobbi, ma dappoi gridando egli che fossimo presi e legati perchè tale era l'ordine del re e del papa, mi accorsi che non erano ladri, ma sbirri, nè però che fosse il Guastaldi stesso che li guidava, ma altri, con sua intelligenza però e tradimento; ma presto mi tolsi di quest'altro errore, poichè facendo ricerca ne' miei abiti, e prendendosi quelle lettere che per caso io mi trovavo indosso, e minacciando con voce contraffatta per darmi maggior terrore, si avvicinò in maniera ch'io finalmente lo ravvisai. Allora con debile ed afflitta voce gli dissi: «Questi frutti adunque, signor Guastaldi, vuol dare la vostra ospitalità ed amicizia ai vostri ospiti ed amici?»