Quel ribaldo fece legar con funi il padre e il figlio, e la mattina seguente li condusse in calesse a Ciamberì. «Fu veramente cosa non men degna di compassione che di riso (prosegue il Giannone) il vedere il Guastaldi alla testa delle sue truppe a cavallo col mio ritratto in mano, secondo si entrava in un villaggio mostrandolo a quei contadini, i quali uomini e donne correvano a truppe allo spettacolo; e come se conducesse preso un re Marcone di Calabria o Rocco Guinart di Barzellona, l'uno famoso bandito del regno di Napoli, l'altro di Catalogna, vantava a quella rozza e credula gente sue prodezze; e mossi alcuni da curiosità dimandandogli ch'io fossi, e qual delitto avea commesso, egli non rispondea altro se non che avea preso un grand'uomo».
È vergognosissimo il carteggio, allora corso fra l'Ormea e il cardinale Albani. Quegli scriveva subito dopo l'arresto: «Alla notizia che con l'altra mia porsi a vostra eminenza circa il seguito arresto del famoso Giannone, aggiungo queste linee confidenziali per dirle che, sebbene io non posso credere che cotesta Corte sia mai per farle istanza perchè gli sia rimesso il suddetto prigioniero, tanto più dopo le sicurezze che se le danno che sarà perpetuamente custodito con cautela nel forte di Miolans in guisa di prigioniero di Stato; tuttavia, ove mai la sbagliassi, ed ella fosse nel caso di scriverne, la prego di non spiegarsi ch'io le abbia già da principio significato che, in caso del suddetto arresto, si sarebbe spedito una compagnia di dragoni a condurlo costì, poichè, a dirle il vero, io ciò le scrissi senza averne presentito le regie intenzioni, e fu un estro mio che ebbi anche in vista della facilità in cui allora si stava, di poter far passare le truppe di sua maestà senza alcun contrasto sino sulli confini dello Stato pontificio. Vostra eminenza ben sa che a nessuno mancano gli emuli, ed a me meno d'ogni altro; onde mi darebbe qualche fastidio una tale circostanza, e col tacerla la cosa sarà finita. Tutto mi comprometto della solita conosciuta generosità di vostra eminenza ecc.».
L'Albani di rimando: «Quando si è qui saputo pubblicamente l'arresto, non potrebbe credere vostra eccellenza quale strepito abbia fatto, vantaggioso alla gloria di sua maestà, e quali e quante lodi ed applausi abbiano tutti i buoni retribuito al zelo eroico della medesima. E per dirle anzi tutto su tale materia, ho qualche lume che qui si discorre di volermi richiedere di scrivere costà se s'inclinasse a far processare da cotesta Inquisizione il detto Giannone, restando però sempre il medesimo in potere di sua maestà, o di far anche modestamente una prova se si volesse consegnare a questa Corte, in quel modo e con quelle condizioni che fossero di maggior piacimento di sua maestà. Ciò solo sia detto a vostra eccellenza per notizia di quanto qui ho inteso vociferare su tal proposito, giacchè sinora non mi è stata fatta istanza di sorte alcuna, e so di certo che non me la faranno quando pensino che possa dispiacere alla sua maestà».
E l'Ormea: «Per quello che vostra eminenza dice del desiderio che ha scoperto costì che il Giannone fosse processato dall'Inquisizione, restando però sempre nelle mani di sua maestà, o eziandio che gli venisse rimesso con le condizioni che piacerebbe alla sua maestà, prendo intanto a far riflettere a vostra eminenza che se la mira di sua santità è di assicurarsi della persona del Giannone, in modo che non abbia più a temersi ch'egli possa nuocere, non ha sua maestà un minor impegno per il bene della religione, di non permettere che quest'uomo ricuperi mai più la libertà. Se poi desiderasse di averlo costà per farne giustizia, appunto non potrebbe a meno la maestà sua che desiderare per condizione che non sia castigato corporalmente. Se finalmente si vuole, per farlo ravvedere de' suoi errori, e procurare di farlo ritrattare, sua maestà già ha pensato anche a questo punto, e pensa di spedire appresso di esso un religioso di probità e dottrina, da cui s'impiegherà ogni diligenza per ottenere il suo ravvedimento, e, se sarà possibile, una ritrattazione de' suoi scritti».
[450.] Il Giannone domandò spontaneamente il Sant'Uffizio, stese egli stesso la disapprovazione delle singole opere sue, rifiutando e abjurando gli errori che contenessero, e supplicando perdono dalla santa Madre Chiesa e da tutti i fedeli dello scandalo dato, «pregando tutti a condonare i miei errori e umane debolezze, ed avermi nell'avvenire nel loro concetto per uomo diverso di quello che forse io aveva dato occasione per i miei scritti di farmi credere e riputare, protestandomi di vivere e morire vero figlio obbediente della santa Madre Chiesa».
La sua ritrattazione leggesi nella Storia letteraria dello Zaccaria, vol. VIII, e nella Vita di Pietro Giannone giureconsulto e avvocato napoletano, con la giunta di alcune opere postume finora inedite del medesimo autore. Napoli, Gravie 1770. Quest'ultima opera è un continuo elogio, prolisso e avvocatesco, appoggiato alle lettere scritte all'autore. Ne attribuisce tutte le disgrazie a persecuzione del clero, e principalmente l'impopolarità, per la quale in patria era fin per le strade vilipeso e minacciato. «La vista di lui non gli potea trattenere ed in privato ed in pubblico dallo accendersi d'ira e di mal talento. E fu più d'una volta in gran pericolo di provare i tristi effetti della rabbia popolare... Un dì che traversava in carrozza la piazza della Carità, la calca... sarebbegli corsa addosso per farne scempio, s'egli non si fosse sottratto ecc.».
Questo storico parla a lungo del Triregno, e ne dà l'analisi, e confessa che «il Giannone manifesta in questo libro una totale avversione ai dogmi della Chiesa cattolica romana, ed intorno a quelli specialmente dell'eucaristia, della penitenza, del purgatorio, del culto delle immagini ecc. Circa alla risurrezione dei morti si appiglia al sistema che il dottore Burnet pubblicò nel suo trattato De statu mortuorum et resurgentium... Intorno alla immaterialità dell'anima, all'eternità delle pene ecc. poco disconviene dagli Arminiani, de' quali pare che per tutto egli approvi l'indifferenza in fatto di dogmi e di disciplina».
Al Triregno avea lavorato ne' dodici anni che stette a Vienna, e al principe Trivulzi scrivea da Ginevra nel 1736: «Forse per divina previdenza sarà disposto che que' miei scritti, sopra i quali ho travagliato pei dodici anni che sono dimorato ozioso in Vienna... ne' quali sono dimostrate verità di gran momento ed importanti non meno a' principi cattolici perchè si accorgano delle tante usurpazioni e sorprese fattegli sopra i loro principati, togliendosi loro più della metà dell'impero che Dio sopra i medesimi ha loro conceduto; che a' loro sudditi prosciogliendosi da tante e sì dure catene... le quali mie fatiche aveva io già destinate a' tarli e alle tignuole, poichè sotto cielo ed in terreno italico non avrebbero potuto certamente allignare: forse (dico) avverrà che in altro clima potranno vedere la chiara luce del sole, nascere, farsi grandi e volare dapertutto...»
Ecco l'indice dei Capitoli del Regno Celeste:
Introduzione del Regno Celeste.