Tra le altre gofferie e crudeltà pubblicate all'occasione del supplizio di questo, ho veduto una relazione portoghese, che conchiude «credersi non abbia confessata, morendo, la sua colpa, e preferito morire del supplizio cui era stato condannato dall'Inquisizione, perchè con questo spediente volle togliere al re la soddisfazione di farlo morire come capo della cospirazione contro di lui».

Nella Deduzione cronologica e analitica... data in luce dal dottore Giuseppe de Teabra da Silva, procuratore della Corona di Portogallo, per servire d'istruzione sopra l'indispensabile necessità, ecc. al § 908 e seg., è detto che nel processo per l'assassinio del re vien denunziato che la marchesa de Tavora fondava i suoi progetti di regicidio «nella mistica e ne' consigli di Gabriele Malagrida; che altri della sua famiglia erano ispirati, o piuttosto pervertiti dalle dottrine e massime di lui; e che tutto era diretto dallo spirito e dai consigli del Malagrida». Anche il duca d'Aveiro assicura «del credito e reputazione di santità e di buoni consigli del Malagrida in casa Tavora».

In essa Deduzione si aggiunge che, avendo il re di Portogallo proscritti, snaturalizzati e cacciati dai suoi dominj i Gesuiti, la Provvidenza volle mostrar visibilmente di averli abbandonati. Poichè, mentre essi, fuor di Portogallo, spacciavano per santo il Malagrida, questo mostro per ismentirli scriveva i due abominevoli libri che lo fecero trasportare al Sant'Offizio dell'Inquisizione, che sopra sua confessione lo condannò, e rilasciò alla giustizia di sua maestà.

«Avendo il reo, col mezzo dell'ipocrisia e della più raffinata malizia, conseguìto di esser tenuto per santo e vero profeta da quella gente che, per divina permissione, non considerava i fondamenti sui quali sostentavasi la gran macchina di quella finta santità, si ridusse a divenire un mostro della maggiore iniquità. Mentre, non contento di aver ingannato i popoli ne' dominj di questi regni, da' quali aveva estorto un capitale ben grande con pretesto di devozioni e di opere pie, e con altre finzioni ed inganni, passò a spargere il più atro veleno che aveva in cuore col fomentare discordie e sedizioni, e col profetizzare funesti avvenimenti, ch'egli già sapeva che si stavano ideando e trattando in questa Corte».

[464.] Histoire de Gabriel Malagrida de la C. d. J. l'apôtre du Bresil au XVIII siècle, par le p. Paul Mury de la même Compagnie. Paris, Touniol 1865.

[465.] Kaunitz, ministro di Maria Teresa e suo, lo disapprovava apertamente, attesochè «i parrochi della Lombardia sono generalmente rispettabili per condotta, e in reputazione di prestare con particolar bontà e sollecitudine assistenza ai malati: sono mediatori nelle frequenti discordie fra cittadini: impediscono le risse, prevengono alterchi e liti colla loro autorità e cogli arbitramenti, vigilando quanto possono alla condotta morale de' loro parrocchiani. Questi reali vantaggi per la società meritavano che non si considerasse inutile il numero de' parrochi, s'anche ecceda il positivo bisogno». Lettera 9 marzo 1786.

Famoso fu nel milanese il prete Carlo Sala, che, credendosi leso da un suo tutore, lo derubò, fuggì in Isvizzera, si fe calvinista, prese moglie, servì a Voltaire da scrivano: poi tornato in Lombardia, girovagava vendendo libri proibiti; e buttatosi al ladro, attentava principalmente alla chiese, delle quali ben trentanove spogliò; presentossi alla sacra Penitenzieria a Roma, e ne ottenne assoluzione; pure continuò i furti, sinchè la giustizia lo colse e condannò alla morte, ch'egli subì con cinica fermezza nel 1775.

[466.] Cioè due a Milano, uno ad Arona, uno a Monza, uno a Poleggio, uno a Celana. Fu scelto a rettore Francesco Farina, che fu poi vescovo di Padova; vicerettore il Molo di Bellinzona; ripetitori Mussi, Sozzi, Vanalli, Castelnuovo che fu poi vescovo di Como. L'iscrizione pel seminario diceva: Sacr. ordinis alumnis — eadem studiorum ratione eadem disciplina — ad religionis ministerium in provinciis — reipub. bono instituendis — cæsaris pietas — conspirantibus pontificum insubriæ votis — contubernium constituit — a. s. MDCCLXXXV.

[467.] La quistione sulla monarchia di Sicilia fu dibattuta in moltissimi scritti, e il più ampio in contraddizione di essa si stampò a Roma nel 1715, col titolo «L'istoria della pretesa monarchia di Sicilia, divisa in due parti; Parte I dal pontificato di Urbano II sino a quello di Clemente XI; parte II, in cui si mostra l'origine e insussistenza di detta monarchia, con bolle, diplomi ed altre autentiche scritture fino al pontefice Innocenzo XII».

[468.] Sul sepolcro del Tannucci la riconoscenza popolare scrisse: Cum per annos quadraginta clavum regni moderasset, nullum vectigal imposuit.