I principi mal tolleravano queste restrizioni alla loro autorità, e che si avessero giudizj non solo, ma armi indipendenti dall'unità di governo che andavano introducendo. Di qui una concatenazione di litigi, che l'età nostra compassiona, ma che in fondo erano le quistioni costituzionali d'allora, dove la libertà compariva sotto le cappe pretesche, come ora in abito di avvocato e di senatore. Anticamente essa libertà non era conosciuta che in forma di privilegi, e questi erano tanti, così varj, così gelosamente protetti dalle corporazioni o dall'energia personale, che costituivano un insieme robusto e bastevole di pubbliche garanzie. La Chiesa era stata la prima ad acquistar e assicurare la sua libertà, e sovente offrì un asilo alle pubbliche o individuali, che mancavano di sicurezza. Quando la monarchia assoluta le assorbì tutte, molti popoli credettero che le immunità della Chiesa, più o meno rispettate, fossero un compenso più o meno sufficiente di quanto i principi aveano tolto, e zelarono le immunità ecclesiastiche.
Taglieggiata da principi, la politica romana parve si voltasse a favorire di preferenza i popoli, perchè ragionava de' loro diritti, e ponea qualcosa di sopra all'onnipotenza dello Stato e dei re. Chi seguì le nostre disquisizioni ha potuto vedere come ella avesse sempre prediletto i governi elettivi, il suffragio popolare, la preminenza dei migliori; sempre all'assolutezza regia opposte la legge di Dio, cioè la giustizia eterna. Sottentrati i secoli princicipeschi, il diritto nuovo vi surrogava i dominj ereditarj, la onnipotenza parlamentare, cioè la supremazia del numero e della forza; e scassinata l'autorità divina, si dovette cercare nuovi fondamenti alle obbligazioni dei privati e delle nazioni.
Fra i pensatori italiani che si staccarono dalla Chiesa già altrove mentovammo Alberico Gentile. Fondator della dottrina del diritto pubblico, separava questo dalla religione, volendo che le differenze di fede e di culto nulla ingerissero sulle relazioni di Stato e sulle ambascerie. Però ne' pubblicisti d'allora sentesi la riazione cattolica sebben sieno protestanti, non ostentando più le sguaiate immoralità di Guicciardini e Machiavello, l'indifferenza tra il bene ed il male, la venerazione per la riuscita qualunque ne siano i mezzi. Molti de' nostri corsero quei campi, senza lasciarvi orme insigni. Scipione Ammirato difende la Corte di Roma, e nega che da essa venga lo sbranamento d'Italia, il quale del resto egli preferisce a una «mal costante e peggio impiastrata unione», la qual non potrebbe ottenersi senza la ruina del paese. Paolo Paruta, adoratore della libertà della sua Venezia, ritrasse la guerra di questa coi Turchi, che è l'epopea della riscossa cattolica, della quale quanto egli stesso risentisse appare nel Soliloquio sopra la propria vita. Giovanni Botero piemontese, segretario di san Carlo e di Federico Borromeo, nella Ragione di Stato, una teorica intera della economia dello Stato fonda sul Vangelo, vale a dire sulla giustizia e l'umanità, in perfetta opposizione al Machiavello, che combatte sempre e non nomina mai[139]. Messo che lo Stato sia «dominio fermo sopra i popoli», giustifica troppo i mezzi di conservarlo; approva la strage del san Bartolomeo, mentre sgradisce la cacciata dei Mori di Spagna, e loda la Francia d'aver concesso libertà di culto ai Protestanti. Da orgoglio e potenza derivano i vizj del clero, che altra autorità non dovrebbe avere se non quella venutagli dalla moderazione e dal disinteresse. Nella Regia Sapientia ammanisce precetti alla condotta dei re, traendoli da passi scritturali, donde forse tolse esempio d'ispirazione Bossuet alla sua Politica tratta dalla santa scrittura.
Ma i liberali protestanti non giungevano che alla negazione, resistendo al despotismo in nome del diritto non del dovere, o zelando quel criticismo inesperto, che vede le piaghe, non la difficoltà del rimedio, e che distruggendo il rispetto, incita alla disobbedienza. Essi tacciavano i Cattolici di legittimare la resistenza agli arbitrj; di voler che anche la Chiesa partecipasse al potere, anzichè concentrarlo tutto ne' principi; di supporre qualcosa di superiore e anteriore ai patti sociali, là dove essi non deducevano le obbligazioni se non dalle leggi; d'insegnare con san Tommaso che l'obbedienza ai re è subordinata all'obbedienza dovuta alla giustizia.
I teologi nostri sostenevano che la papale sovrasta alla prerogativa politica, perchè di diritto divino[140]. Se rispondeasi dover essere divino anche il diritto dei principi, altrimenti qual ne sarebbe il fondamento? essi non esitavano a rispondere, il popolo, sancendo così la sovranità di questo, cioè il diritto che Dio conferì alle società di provedere al proprio governo qualora ne manchino; non però di violare diritti acquistati, nè di sostituire il capriccio della folla alle legittime istituzioni.
Personificazione di tali idee fu Roberto Bellarmino gesuita da Montepulciano (1542-1621). Secondo lui, la podestà civile deriva da Dio; prescindendo dalle forme particolari di monarchia, aristocrazia o democrazia, fondasi sulla natura umana, e non essendo insita ad alcun uomo in particolare, appartiene all'intera società. La società non può esercitarla da se medesima, onde è tenuta trasferirla in alcuno od alcuni, e dal consenso della moltitudine dipende il costituirsi un re o consoli o altri magistrati, come il diritto il cambiarli[141].
Fine diretto e immediato della Chiesa è l'ordine spirituale, del principe il temporale. Se il principe trascende a danno delle anime, la Chiesa dee richiamarlo, e lo può anche esautorare.
La supremazia papale è sottratta da qualsiasi giudizio; essendo il papa anima della società, di cui non è che corpo la potestà temporale[142]. Però negli affari civili non deve egli maneggiarsi, salvo ne' paesi suoi vassalli; anzi è lecito resistergli qualora turbi lo Stato, e impedire che sia obbedito. Deporre i re non può ad arbitrio, se pur non sieno suoi vassalli; ben può mutarne il regno ad altri, ove lo esiga la salute delle anime, e qualora egli pronunzii, una nazione deve cessare d'obbedirgli[143].
Questo sistema giuridico insieme e storico è quel che noi esponemmo dominare ne' tempi ove professavasi regnante Cristo. Alla monarchia pura antepone il Bellarmino quella temperata dall'aristocrazia; e se pur dice che il papa può l'ingiustizia render giustizia, convien ricordarsi che Hobbes attribuiva lo stesso diritto ai re[144].
La sua opera spiacque grandemente a Napoli e a Parigi; neppure gradì a Roma, e Sisto V la pose all'Indice, ma contro il voto della Congregazione, sicchè ben tosto ne fu depennata; e ad attestarne il merito basterebbe sapere che ben ventidue opere uscirono a confutarlo[145], anzi si eressero cattedre a posta per ciò.